Ida Desandrè


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
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De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
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Ricci Raimondo
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Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Ida Desandrè
nata a S.Christophe (AO) nel 1922, residente ad Aosta


Arresto
effettuato dai fascisti, nel luglio del 1944 ad Aosta, insieme al marito, perché partigiani

Carcerazione
- ad Aosta, nella Caserma militare "Chiarles" e nella Torre dei Balivi (= le Carceri di Aosta)
- a Torino, Carceri Nuove

Deportazione
Nei Lager d'Italia: a Bolzano
Nei Lager d'Oltralpe: in Germania, a Ravensbrück, poi a Salzgitter (sottocampo di Neuengamme), poi a Bergen Belsen

Liberazione
avvenuta a Bergen Belsen il 15 aprile 1945, da parte delle truppe inglesi

Ritorno a casa
assistito dalla Croce Rossa

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La testimonianza

Mi chiamo Ida Desandrè, sono nata ad Aosta il 10 ottobre del 1922.

 Sono stata arrestata nel mese di luglio del 1944, arrestata dai fascisti, rinchiusa nelle caserme di Aosta, caserme militari, e poi nella prigione di Aosta. In seguito sono stata a Torino, nelle Carceri Nuove, di passaggio a San Vittore, a Milano, e poi sono stata trasferita a Bolzano. Dopo essere stata portata nel campo di concentramento di Bolzano, sono partita per la Germania. Il primo posto dove sono stata è nel campo di Ravensbrück. Nel campo di Ravensbrück sono rimasta... Diciamo, ho fatto la quarantena... Poi, in seguito, sono stata trasferita in un campo di lavoro, situato nella località di Salzgitter, e sono rimasta in questo campo sino verso la metà di aprile, dalla metà di aprile sono stata trasferita un'altra volta e sono finita nel campo di Bergen Belsen.

Sono stata deportata nei campi di concentramento perché l'8 settembre c'è stata la disfatta dell'esercito italiano e, siccome allora mio marito era militare ad Aosta, anche lui come tutti gli altri dopo otto anni di servizio militare, otto anni che indossava la divisa militare, è scappato anche lui assieme a tutti gli altri. Abbiamo aiutato, diciamo... Ha fatto parte della Resistenza, in un modo abbastanza blando, ma non ci voleva tanto per essere arrestati perché, anche se non si partecipava alla Resistenza, in quel periodo bastava una frase fuori luogo, oppure un'imprecazione per il pane che non ci davano o per la fame che si pativa, si poteva benissimo essere arrestati. Io ho visto delle persone arrestate, perché magari si trovano in un luogo pubblico, in un bar o in una cantina, che c'era la radio accesa che trasmetteva il giornale radio, dovevano alzarsi in piedi e togliersi il cappello, e ascoltare il giornale radio. Bastava che ci fosse qualche fascista, qualcuno dentro, e potevano benissimo arrestarti. Essere arrestati non significava aver fatto qualche cosa, essere arrestati il significato era questo: che il governo italiano doveva consegnare al governo tedesco un numero tot di prigionieri, e allora per raggiungere questa cifra tutto andava bene, quelli presi nel rastrellamento, quelli presi anche per delle sciocchezze.
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 Ricordo perfettamente l'arrivo nel campo di Bolzano... L'ingresso nel campo di Bolzano... Ricordo questo grande capannone che era diviso da una parete, internamente diviso da una parete che ci separava dagli uomini... E poi anche l'esterno del cortile era diviso da una rete metallica. Ricordo perfettamente dove erano situate le cucine, le toilette... Insomma ricordo tutto questo. Ci portavano a lavorare dentro delle caserme, dove c'erano diverse mansioni: non per tutti uguali. Al mio gruppo attaccavamo i bottoni alle tende, ai tendoni dei militari. Questo... Poi la sera si rientrava nel campo.

Con me c'erano tante, tante donne. Però, ecco, un gruppo... Siamo partite da Torino, dalle carceri di Torino e anche da Milano. Siamo quasi sempre rimaste unite. C'erano donne che provenivano da diverse località... C'era anche una compagna di deportazione della Valle d'Aosta... E poi operaie delle fabbriche di Torino; donne di Milano, di Cremona, di Imperia... Insomma, da parecchie zone del Piemonte e della Liguria. Ricordo in modo particolare perfettamente il giorno della mia partenza... Era il 10 di ottobre, il giorno del mio compleanno. Siamo partite dal campo. Adesso ricordarmi con precisione... Se siamo state caricate su dei camion, oppure abbiamo fatto la strada a piedi verso il binario da cui partivano tutti i treni che ci portavano in Germania... Questo binario esiste ancora: tuttora. Sono tornata tempo fa a rivedere appunto questo posto. Il mio vagone era un vagone che poteva al massimo contenere - dico tanto - 40 persone... Eravamo anche più di 100 persone. Eravamo tutte donne, anziane, chi più chi meno.

Avevamo con noi... Chi aveva avuto la possibilità ancora di ricevere qualcosa nel campo di Bolzano. Io, per esempio, sono stata tra quelle che aveva anche ricevuto dei soldi dai miei familiari, dai miei amici, che mi avevano anche fatto arrivare dei pacchi. Cioè... Siamo partite per la Germania con, non so... Un po' di mele, un po' di zucchero... Insomma, queste cose... Un po' di... Qualche tavoletta di cioccolato, queste cose qua, qualche pezzo di pane... Non eccessivamente tanta roba.

Il Transport si è poi fermato alla stazione di Innsbruck verso sera, al calare del sole perché ricordo perfettamente questi raggi di sole che sparivano dietro la montagna. A Innsbruck ci hanno fatto scendere, più che altro per mandarci nelle toilette, e poi immediatamente ci hanno fatto risalire sul treno. Il treno non si è più fermato... Almeno che io ricordi... Sono passati tanti anni. Io non mi ricordo altre fermate, comunque dopo cinque giorni e cinque notti di viaggio siamo arrivati a Ravensbrück. Tra l'altro... Questa è stata veramente una cosa molto penosa, non soltanto per me, certamente per tutte quelle che erano su questo vagone. Siccome il treno non si è più fermato, abbiamo dovuto in qualche modo risolvere il problema... Delle toilette... Facendo un buco tra le tavole del vagone, e queste cose si svolgevano in questo modo, con grande umiliazione certamente, trovarsi così di fronte anche a persone sconosciute. Questa è stata, posso dire, la prima grande umiliazione che abbiamo subito.
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Arrivati a Ravensbrück, in un binario morto - perché il binario arrivava sino lì - ci hanno fatti scendere e ci hanno messe incolonnate cinque per cinque... Ci hanno contate. L'arrivo al campo allora... Niente... Dopo che ci hanno contate e ricontate, ci siamo avviate lungo questo viale circondato da aiole ben curate, queste casette stile tirolese, molto belle, con i gerani fioriti alle finestre. Quando siamo partite per la Germania... Eravamo convinte di andare in Germania a lavorare: anzi, in un certo qual senso era come una liberazione partire per la Germania... Perché non sapevamo nulla di ciò che ci aspettava. Finito questo viale ci siamo trovate di fronte un grande ingresso, un grande portone; abbiamo cominciato a vedere le torrette, con le guardie sopra, con le armi puntate, il filo spinato... Si è spalancato questo grande ingresso. Abbiamo visto le prime prigioniere incolonnate. C'erano delle colonne di donne che erano vestite a righe, qualcuno coi capelli rasati e con gli attrezzi agricoli e le facevano sfilare cantando... Le facevano anche cantare. Altre invece trascinavano delle misere carrette dove erano andate a raccogliere i morti nel campo.

Per prima cosa non siamo state guardate subito, perché siamo state due giorni fuori, abbiamo dormito all'addiaccio sul piazzale del campo. Poi dopo due giorni siamo state chiamate dentro questa baracca che era adibita alla vestizione. Ci hanno fatto spogliare nudi e abbiamo dovuto lasciare tutto... Tutto ciò che avevamo con noi c'è stato preso... Neanche un ago per cucire, né uno spazzolino da denti... Niente... Tutto ci è stato portato via; tutti gli oggetti cari, fotografie, tutto, tutto, tutto... Siamo rimaste nude. E poi siamo state anche notevolmente depilate, visitate nelle parti più intime del nostro corpo, perché pensavano insomma che qualche oggetto sarebbe potuto essere nascosto. La doccia... Poi ci hanno consegnato i vestiti. Allora chi otteneva il vestito zebrato e chi no... Sul braccio poi era cucito il triangolo già col mio numero. Il triangolo era rosso... Perché... Il triangolo rosso era per le deportate politiche... Poi c'erano tutti gli altri colori. Poi la quarantena... Ci hanno assegnato il posto nelle baracche, ma c'è da precisare questo: che il campo di Ravensbrück era stato costruito per, non so, 9.000 o 10.000 persone, e purtroppo verso la fine della guerra eravamo già più di 50.000... E il campo non è che si sia ingrandito nel tempo: il campo è rimasto quello, le baracche sono rimaste quelle, perciò, non so... Eravamo pigiate dentro queste baracche. Mi è stato dato un posto per dormire, c'erano i letti a castello.

A Ravensbrück andavamo a lavorare, andavamo dalle parti dove c'era questo laghetto, ci facevano caricare della sabbia su dei grandi carrelli, questi carrelli erano sistemati su delle rotaie, e si doveva caricare, riempire questi carrelli, spingerli, svuotarli, certamente era un lavoro inutile, ma era un modo anche questo per toglierci le nostre forze, per debilitarci e per farci capire insomma che eravamo là per soffrire... Ecco!

Nel campo di Ravensbrück eravamo tutte donne: giovani, vecchie... Insomma, c'era un po' di tutto, ma solo donne. In questo campo sono stati fatti anche degli esperimenti sulle prigioniere. Esperimenti anche molto terribili. Quello che è stato fatto a me, come a tante altre - c'è qualcuno che lo ricorda con più precisione, c'è qualcun altro che lo ricorda un po' meno - comunque ci veniva tolto il ciclo mestruale, e allora... A chi mettevano qualcosa nel mangiare... A qualcuna qualcosa nel mangiare... Invece a tante altre veniva... Ti mettevano su un tavolo e ti veniva iniettato, direttamente... Un liquido molto irritante: questo liquido ci ha tolto le mestruazioni. Da quel momento sino a quando non sono tornata a casa, anzi un periodo di tempo dopo che sono rientrata a casa, non ho più avuto le mestruazioni. Togliendoci, appunto, il ciclo mestruale - questo era un problema molto grave per la donna - ma i nazisti sapevano benissimo le conseguenze di tutto questo perché loro dicevano che noi eravamo come degli schiavi, e che gli schiavi si riproducono troppo in fretta, come i topi, perciò certamente anche in questo senso cercavano in un modo di eliminare il più possibile le persone. Anche nei nostri riguardi, che non avremmo potuto magari più procreare, più avere figli. Questo penso che sia stato lo scopo di questo esperimento, e anche soprattutto, per vedere l'effetto sulla donna, togliendo il ciclo mestruale... L'effetto che poteva fare. L'effetto è stato quello che poi i nostri corpi si sono riempiti anche di grossi foruncoli: foruncoli sempre pieni di pus... E poi anche i pidocchi... I pidocchi si accompagnavano benissimo coi foruncoli. Oltre agli esperimenti, poi, le selezioni... Ci sceglievano per portarci fuori del campo di Ravensbrück. Perché il campo aveva i campi satelliti, diciamo i campi di lavoro, sono intervenuti degli industriali tedeschi e ci hanno scelte.
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Il mattino alle cinque dovevamo uscire fuori delle baracche all'appello, qualunque fosse stato il tempo, qualunque fosse stato il modo che potevamo uscire. Tante volte dovevamo uscire anche nudi... E questo appello durava anche tante ore. Siamo state scelte per andare a lavorare in una fabbrica. In un altro campo, in un campo di lavoro... Un campo che si chiama Salzgitter. In questo campo di lavoro, c'erano parecchie baracche... C'erano delle donne di tutte le nazionalità: dalle greche alle polacche, alle russe, alle francesi, alle italiane.

Noi andavamo a lavorare in una fabbrica dove si costruivano dei cerchi di rivestimenti per le bombe. Ci davano della polvere tipo polvere d'alluminio, io non so bene di che cosa fosse composta questa polvere, e si cominciava a costruire dal piccolo cerchio, sempre più grande, fin quando veniva data la forma attraverso questi cerchi, la forma della bomba. Si facevano i tre turni, si lavorava dal mattino, dalle sei del mattino alle due, o dalle due alle 10 di sera, e il turno di notte.

Da Salzgitter siamo state trasferite perché il fronte stava avanzando. In una notte tremenda ci hanno fatto uscire dalle baracche, con delle urla tremende, e anche bastonandoci e ci hanno caricati su dei camion, ci hanno portati via. Abbiamo subito un bombardamento terribile... E naturalmente in seguito a questo bombardamento noi abbiamo dovuto proseguire la strada a piedi. Proseguendo tutti questi chilometri a piedi per arrivare nel campo di Bergen Belsen, abbiamo avuto tanta sete... Tantissima sete, soffrire la sete è una cosa molto brutta... E poi la fame. Io avevo con me un pezzo di pane... Un piccolo pezzo di pane. Io, per non mangiarlo, perché questo pane mi durasse di più, ho continuato a leccarlo tutto il tempo che abbiamo camminato. Come sono entrata nel campo di Belsen, sono stata avvicinata da una prigioniera che aveva un po' d'acqua dentro il recipiente che noi si chiamava la Miska, e mi ha fatto segno che se le davo quel pezzo di pane, lei mi avrebbe lasciato bere un sorso d'acqua. Nel campo non c'era più nulla che funzionasse, non c'era acqua, non davano più da mangiare. Niente... I cadaveri erano tutti sparsi nel campo, cadaveri accatastati... Mucchi e mucchi di cadaveri.

 Siamo stati liberati il 5 dalle truppe inglesi, il 5 di maggio. Siamo rimasti ancora parecchi giorni dentro questo campo, perché la situazione era talmente caotica, che dovevano anche organizzare per poter evacuare il campo. Le prime persone che sono state portate fuori del campo sono state le persone che... Quasi quasi... Dei prigionieri che quasi quasi erano all'ultimo stadio. Sono stati portati via i bambini, perché c'erano anche bambini e delle giovanette lì dentro. Siamo rimasti, poi, fino a settembre, quando ci hanno rimpatriato.


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