Arturo Banterla


Le testimonianze
contengono filmati in Real
Player, per visualizzarli
scaricalo gratuitamente
cliccando sull'icona


Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Arturo Banterla
nato a Sona (VR) nel 1923, residente a Verona


Arresto
effettuato dalle Brigate Nere, il 12 novembre 1944 a Verona perché antifascista iscritto all'UVAM

Carcerazione
- a Verona, nella Caserma fascista del Teatro Romano, poi al "Palazzo INA" sede dell'ufficio nazista SD, poi al Forte S. Leonardo

Deportazione
Nei Lager d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: - in Austria, a Mauthausen matricola n. 115.356, poi a Gusen 2 (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta agli inizi di maggio 1945 a Gusen 2, da parte della Croce Rossa internazionale

Ritorno a casa
assistito dalla Croce Rossa

Note: a Verona era membro dell'organizzazione di intelligenza militare Rye
  Scarica la versione integrale della testimonianza

  Scarica i dati del testimone

La testimonianza

 Mi chiamo Arturo Banterla. Sono stato arrestato dalle brigate nere. Sarà stato verso settembre del '44. Avevo ventitré anni, ventitré anni e mezzo. Mi hanno portato alla caserma del Teatro Romano, dove torturavano la gente per farla parlare e per fargli dire anche quello che non sapeva. Io facevo parte della missione militare, la RYE. Era una missione di sabotaggio, spionaggio, una roba di cose, comunicazioni, bisognava fornire armi possibilmente ai partigiani, favorirli se venivano dentro nei forti... Ero insieme a tutti i miei amici... Il fatto brutto è che poi sono morti tutti. Ricordo ancora i nomi di quelli morti: un certo Bragantin di Giovanni, c'era Predoni Attilio, Marani Enrico... Tutti morti.

 Ho passato un certo periodo al Tetro Romano, pochi giorni, poi mi hanno trasferito nel Palazzo delle Assicurazioni in Corso Porta Nuova, nei sotterranei, dove mi hanno interrogato le SS... Poi mi hanno portato a Forte San Leonardo. Oltre agli interrogatori, ho subito anche delle torture, dai fascisti soprattutto, di quelle botte... Il fatto è che ti facevano una domanda e non ti facevano dare la risposta, perché ti davano minimo un pugno in bocca, ti sbattevano per terra, non riuscivi a parlare, non ti lasciavano rispondere. Al contrario le SS, che erano tremende, io mi ricordo che sono stato interrogato dal maggiore, era di una gentilezza squisita. "Ma se non lo sai e non me lo dici... Ma io ti credo", diceva, e mi diceva sempre così, ti veniva sotto in un modo tale che voleva farti parlare senza... Con il modo gentile, educato, ti offriva la sigaretta. "Tranquillo poi vedrai che va tutto bene, tanto tu non c'entri per niente a quanto ho capito io, tanto, cosa vuoi, insomma..." Il sistema dei fascisti non l'hanno mica, con me non è stato adoperato alle SS; mi hanno chiuso in una cella da un metro per mezzo metro, non si poteva neanche star distesi, comunque. Lì ci siamo stati una ventina di giorni.

 Da Forte San Leonardo, poi, mi hanno caricato su un camion con tanti altri, ci hanno portato nel campo di Bolzano. Sono partito in gennaio, era un Natale... Era un po' prima di Natale, sarà stato novembre, dicembre... A Bolzano, siamo stati nel blocco E perché Bolzano... Non era mica tutto politico lì... A quanto ho capito io, lì c'era dentro di tutto, a Bolzano. Però il nostro blocco era chiuso, era un campo nel campo... Era un campo, un blocco dove noi dormivamo, era circondato, chiuso, era chiuso da reticolati. Dietro il nostro blocco c'erano anche le donne che erano divise da una parete... Eravamo divisi da una parete dalle donne. Poi è successo... Per quel che mi ricordo, stavano scavando una buca nel terreno per uscire, per scappare fuori. Il giorno di Natale, il 25 dicembre, il capo-campo, un colonnello dell'esercito che era anche lui prigioniero, ha fatto la spia. Allora ci hanno tenuto fuori tutto il giorno in piazza al freddo, senza mangiare perché dovevano uscire i colpevoli, dovevano uscire, poi sono usciti due o tre volontari e mi sembra che abbiano fatto anche una brutta fine, qualcuno lo hanno attaccato ad un palo...

A Bolzano, stavamo sempre chiusi, sempre chiusi dentro, a parte quel giorno di Natale che ci hanno fatto stare in piedi fuori al freddo, invece che mangiare il pranzo di Natale. Io ho scritto una lettera, dicevano che i pacchi ce li davano, ma io non ho mai ricevuto pacchi, perché li mangiavano loro, quello è il fatto. Ho scritto e ho chiesto, e ho ancora una lettera - credo - che ho portato qua. In una lettera si doveva scrivere poco, quello che volevano loro, mica tanto, non potevamo mica dire quello che volevamo noi. Comunque, prima di partire siamo riusciti a contattare le donne che erano dall'altra parte, perché c'era solo un'asse che divideva i due blocchi... Si poteva parlare, si sentiva dalle fessure il parlare delle donne via via... Le donne avevano probabilmente più libertà di noi... Non lo so perché... E se erano come noi o no... Allora ci hanno procurato degli attrezzi per la fuga, ci hanno dato delle seghette e delle pinze, avevano della roba che pian piano ci hanno passato; siamo riusciti a salire sul treno con questa roba, poi abbiamo tentato di aprire lo sportello. Fatalità, sul vagone dove ero io c'era anche un prete il quale non voleva... Non voleva che si facesse la fuga, invece noi speravamo di riuscire ad aprire, tagliando poi... C'era la guardia dietro e davanti sul vagone. E quando il treno arrivava a qualche curva e poi rallentava bisognava saltare... Se va, va... Non c'era altro da fare. Sennonché, ad un certo punto, il treno si ferma. Quando avevamo quasi aperto - mamma mia ragazzi, avevano dei cani - sono venuti giù... sono venuti, hanno passato i vagoni... Erano lì... Hanno aperto, perché era già tagliato tutto. Sono venuti dentro con i fucili... botte da... Lì ho avuto una fortuna sfacciata che ero dietro... I primi davanti... E lì posso dire che il prete si è introdotto, parlava benissimo il tedesco, è andato davanti alla guardia, si è preso la responsabilità che non succederà più. Consegnammo gli attrezzi, e hanno portato via tutti gli attrezzi per la fuga, capito?

Basta, siamo arrivati fino a Linz, poi siamo andati giù a Mauthausen... Abbiamo fatto qualche bel chilometro a piedi in mezzo alla neve.

Comunque... Nel campo - e con questo arriviamo allo spoglio - siamo arrivati in mezzo alla piazza, tutti nel piazzale, tutti in fila, tutti là nel piazzale... Spogliarsi.... Io credo che ci siano stati 20 gradi sotto zero, quel giorno là. Spogliarsi tutti quanti, là in mezzo alla piazza, e là ci sono stati i primi morti, i primi morti... Mi ricordo che due mi hanno detto che facevano uno l'orologiaio qua a Verona, uno... Ma io non li conoscevo. Sono morti dal freddo - gente delicata - perché dovevi aspettare di arrivare al tuo turno, poi facevi la rasatura e la doccia fredda.... la rasatura totale, compreso la riga, la riga da qua a qua, dal di dietro. Poi ci hanno dato degli stracci, perché non c'erano più divise quando siamo arrivati noi... Quelle là con le righe... Ci hanno dato degli stracci di morti quando si spogliavano e restavano lì. Ti tagliavano un po' sulla giacca di dietro un quadretto, ci mettevano quattro righe... E il numero di matricola qua, lì e uno sul polso, di lamierino... A me l'hanno dato di lamierino legato con filo di ferro... 115.356. Perché a noi ci chiamavano solo con quel numero. Ecco il problema, per cui uno moriva spesso... Perché chi non capiva bene il tedesco erano guai, perché chiamavano il numero ma lo chiamavano in tedesco - hai voglia te! - a quelli che avevo vicino lo ripetevo, ma quelli più distanti non rispondevano - ecco il guaio vero dove era - e se non rispondevi venivano lì e guai se cadevi... Se cadevi eri morto, ti ammazzavano, era proibito cadere per terra, e se non cadevi ti gettavano per terra...
  visualizza il filmato

Ci hanno fatto la doccia lì, e dopo ci hanno mandato in una baracca... Però non c'erano brande, non c'era niente, tutti per terra. Da lì mi hanno mandato via dopo una settimana, sono andato in un campo più piccolo che non sapevo dov'era - io non lo so dov'era perché non sapevo niente di niente, non ti dicevano niente - e mi hanno fatto lavorare in un... Una montagna, una montagna dove facevano pezzi d'aeroplano, e siccome io facevo il saldatore, mi hanno fatto saldare gli alettoni degli apparecchi.

C'è un episodio che mi ricordo: all'ora di mangiare - allora eravamo nella galleria - portavano anche marmitte, non so cosa c'era lì dentro, c'era una specie di brodaglia scura, nera, c'era della roba dentro... E c'era un certo Morra, cosiddetto Morra di Milano, che dice "Se vai a casa saluta i miei", perché lui stava morendo... Stava morendo... Insomma, è spirato lì, e io avevo in mano la sua gamella da mangiare, visto che è morto lui, l'ho mangiata io, cosa potevo fare? Mica la buttavo via... Perché poi c'era anche un ragazzo lì - un ragazzo russo, avrà avuto tredici anni - piangeva sempre perché aveva sempre fame... "Ma io cosa posso fare? Io non posso darti niente!" Allora quel che racimolavo io... Avevo trovato un tedesco - questo non l'ho mica raccontato - era un invalido di guerra, della grande guerra, un giorno l'ho convinto a portarmi delle bucce di patata... "Non voglio niente, solo quelle che butta via tua moglie... Invece che nell'immondizia, portale qua... "Mi ammazzano - dice - non lo posso fare", aveva paura anche lui, una paura tremenda... Finché un giorno mi fa un segno... C'era un banco dove c'erano gli attrezzi, mi fa cenno di guardare nel... E lui se ne va, fa il giro, e io vado là e trovo patate, bucce di patata.
  visualizza il filmato

Quando rientravamo la sera, il problema era che - adesso non so gli altri - io non riuscivo più a tenere niente, perché il corpo non teneva più né l'orina, né niente... Avevi bisogno di andare alla latrina... La latrina non era mica lì nella baracca, era fuori in corte, e si doveva traversare la corte. E attraversare la corte era un problema, perché c'erano le guardie che si divertivano a sparare come ai birilli, e si camminava in mezzo alla neve. Dunque, dovevi stare attento che non ci fosse la guardia, passare al momento giusto. Sennonché quando tu avevi bisogno della latrina, prima di arrivare là, avevi già fatto tutto e non se ne parlava più, e ti restava tutto addosso. Addirittura avevamo una branda sopra, e quelli sopra facevano tutto sul materasso, pioveva sotto, e quella era la vita che si faceva lì. Lavoravamo nella galleria... Però non era lì vicino alla baracca, c'era un bel po' di strada da fare... Prendevamo un trenino... Adesso non so bene, ma si finiva là sotto la montagna e poi si andava a piedi, non so.

Io lavoravo su... Facevo un pezzo... Era una saldatrice... Continuavo a saldare le stesse cose, io non sapevo neanche a cosa servivano, continuavo a fare sempre le stesse cose, anzi io cercavo qualche cosa per fuggire... Volevo costruirmi una pinza per tagliare i reticolati - erano per l'alta tensione - ma siccome avevo promesso ai miei amici che erano con me - che sono morti - "Resistete!". Però loro non volevano, dicevano "Non ce la facciamo più", avevano tutte le gambe piagate... Anch'io avevo tante piaghe, gli stracci facevano pus, e ci si puliva con gli stracci unti, stracci unti che si trovavano per terra... Non avevamo mica altro da fare, se andavi in infermeria eri morto. Sai cosa faceva l'infermeria? Quando uno andava là dentro... Dopo un giorno che era dentro, diceva "Sei guarito?", "No", "Allora domani il medico viene qui, vai di là che ti fanno l'iniezione e in due giorni sei guarito e non hai più niente". Infatti, si guariva subito, perché poi andava in forno crematorio e non parla più.
  visualizza il filmato

 Quando è arrivata la liberazione, ero a Gusen, Gusen secondo. Me la sentivo, perché la sentivo nel corpo che c'era qualcosa che non andava... Anche perché ormai vedevo gli aerei che passavano a filo del campo e non sparavano un colpo... Sul campo non hanno mai sparato, mai lanciato una bomba, perché c'era... Veniva avanti, bombardavano dappertutto. Lì, cosa hanno fatto? Cosa hanno fatto i tedeschi? Quando venivano i bombardamenti ci facevano uscire dal campo e ci facevano andar fuori cento metri dal campo - nel campo libero, aperto - restare là in piedi, come se gli altri fossero così fessi che avevano il ricognitore che ci vedeva che eravamo là e allora li segnalava agli aerei dietro. Non abbiamo mai preso una bomba dagli aerei alleati, mai un colpo è arrivato nel campo, mai assolutamente niente.

Siamo vicini, perché vedo come si comportano le guardie... Intanto cominciavano a non picchiare più, però c'era il pericolo che le guardie prima di andar via ci ammazzassero tutti, perché non si aspettavano che arrivassero così rapidamente. La Croce Rossa è venuta prima... La Croce Rossa è arrivata per prima nel campo, ha raccomandato di star tutti fermi nelle baracche, di non muoversi, aveva parlato in tutte le lingue, bisognava star tutti fermi nelle baracche, e non uscire... Ma poi è venuta... Tutta la troupe è venuta dentro, ha disarmato tutte le guardie e così non hanno fatto in tempo ad uccidere più nessuno... Ma tanto si moriva da soli, perché tutti... Quando loro hanno detto che eravamo liberi... Gli americani hanno detto: "Siete liberi, ma restate lì nel campo". Lì, c'è stata una moria, sono morti quasi la metà ma in che modo? Mangiando... L'assalto ai viveri... Tutti quanti dentro a mangiare, a mangiare... Gli altri invece morivano per la diarrea, di quelle cose lì...

 Avevano preso i nomi dei superstiti e li trasmettevano per radio. Mi hanno dichiarato disperso... Invece avevo dato la posizione giusta a quelli della radio, ma c'era una confusione della madonna. C'era una confusione tremenda. Comunque, dopo aver fatto questo, c'erano i treni che caricavano ogni tanto un gruppo di persone che andava in Italia, verso il Brennero. Ho visto il treno fermo lì e ho chiesto "Scusate dove andate, in Italia?", "Sì, stiamo andando in Italia". Allora ho detto "Posso salire anch'io?", "Sali senza dir niente a nessuno". Non ho detto niente a nessuno, ho preso il treno. Cavolo, quando sono arrivato al Brennero loro mangiavano qualcosa che avevano... Io non avevo niente, avevo una debolezza che credevo di morire, credevo proprio di morire. Invece, dopo un po', mi hanno dato qualcosa.

Sono arrivato fino a Bolzano. A Bolzano il guaio era che c'era la quarantena da fare, io non la volevo mica fare, io volevo andare a casa, io volevo andare a casa. Un signore dice: "Di dove sei? Sei di Verona?", "Sì", "Vuoi venire a Verona?", "Magari, sto aspettando qua, devo fare quaranta giorni di quarantena", "Vieni qua, sali, sali". Aveva la macchina. "Monta". Parte via... Ospite, me ne vado da Bolzano e sono arrivato a Verona.



[Home]   [I testimoni]   [Il programma TV]   [Glossario]   [Mappe]   [Approfondimenti]   [Mappa del sito]   [Credits]