Raffaele Capuozzo


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Raffaele Capuozzo
nato a Milano nel 1924, residente a Verona


Arresto
effettuato dalle SS, l'11 maggio 1944 a Pacengo (VR), per motivi tuttora ignoti

Carcerazione
- a Verona, al "Palazzo INA" sede dell'ufficio nazista SD

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau matricola n.113.456, poi a Buchenwald matricola n.94.456, poi a Bad Gandersheim (sottocampo di Buchenwald)

Liberazione
avvenuta nel maggio 1945, durante la marcia della morte da Buchenwald

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

 Mi chiamo Raffaele Capuozzo, sono nato a Milano il 24 maggio del 1924. Ancora oggi non so perché sono stato arrestato, ma comunque si pensa che la causa sia stata... Che ero stato... Come dire, pensato... Che io fossi del primo Comitato di Liberazione di Verona, quando invece non era vero. Mi arrestarono l'11 maggio, alle cinque e mezzo della sera.

 Mi portarono al Palazzo dell'INA, dove rimasi tre mesi; passavano sempre regolarmente perché non erano convinti, non si rendevano conto che io non sapevo niente, mi chiedevano chi faceva parte del primo Comitato di Liberazione... Io, in quel momento, sapevo che esisteva solo il rosso e il nero, io ero fascista... Io proprio non sapevo niente.

 Dopo tre mesi, una notte, alle undici di sera, dal Palazzo dell'INA ci portarono in stazione a Porta Nuova, ci caricarono su un carro ferroviario e ci portarono a Bolzano. Questo successe tra la fine settembre e i primi di ottobre. Eravamo circa una sessantina dentro questo carro. Ricordo ancora... C'era un certo Renato Bianco, di Fiene, era alto quasi due metri. C'era un certo Giuseppe Zampieri, detto il paia, è morto durante la marcia. C'era poi Don Berselli, arciprete di Soave, e il dottor Garriba, allora pretore di Soave. C'era anche un altro prete mantovano, Don Aldrighetti, una persona squisita. Rimanemmo sino al mattino a Bolzano, sul vagone, poi ci caricarono su un camion e ci portarono nel campo di concentramento.

A Bolzano non avevo nessuna matricola. Avevano la matricola quelli destinati a rimanere lì, perché Bolzano... Diciamoci le cose una volta per tutte, ognuno dice la sua, ma per me la più veritiera, la più credibile è che Bolzano non era un vero campo di concentramento, perché non c'erano tutte quelle leggi o proibizioni che normalmente ci sono nei campi, come ho visto io. Bolzano era un campo di concentramento di transito, era una tappa... Non c'era niente, perché non c'erano divise a righe; gli unici a cui davano delle tute erano quelli che andavano a lavorare alle cave, che mi pare fossero in quella zona lì. Arrivando a Bolzano, ho trovato degli amici che erano passati dalle celle di Corso Vittorio Emanuele. Conobbi, per esempio, un certo Gianni Ferraiolo, che era stato paracadutato dagli americani come spia, credo... Eravamo assieme, mangiavamo assieme il rancio che ci davano, era il comandante di quella famosa corazzata... Quella di cui tutti raccontano che era rimasta bloccata a Taranto... O a Brindisi, non ricordo bene... Comunque, c'era anche lui, era un ammiraglio, una persona squisita... Un piccoletto, ma vedevi comunque in lui un ammiraglio.

Ci caricarono poi su dei vagoni. Eravamo più di trenta, anche settanta, per vagone. Mi ricordo il freddo... Faceva freddo, perché ci hanno lasciato tutta la notte a Bolzano prima di partire. Si vede che attendevano delle tradotte. Arrivammo quindi a Monaco, cioè a Dachau. Lì mi diedero il mio primo numero di matricola, in italiano non lo so, ma lo potrei dire in tedesco, perché era, dunque... Il centotredicimila... Una cosa del genere, non lo ricordo bene, però è documentato. Quello di Buchenwald, invece, lo ricordo bene perché era l'ultimo, era... In realtà non so dirlo in italiano, perché lo sentivo sempre in tedesco e così l'avevo memorizzato.

Arrivammo a Dachau... Ci fu l'adunata. Quel giorno arrivavano i gruppi dall'Italia, dalla Francia, dalla Jugoslavia, eravamo circa tre, quattromila nel piazzale, c'erano tutti. Lì arrivammo con i nostri abiti borghesi. Ci misero in fila, ci spogliarono completamente nudi e in fila ci toglievano l'anello... Io avevo un anello, la collanina, l'orologio... Ci misero in fila per andare alla disinfezione. Il bello della disinfezione... C'erano dei prigionieri, arrivati prima di noi... Uno con la macchinetta ci pelava dappertutto: testa, sotto, dappertutto; poi più avanti c'era un altro con un sacchetto di sapone in polvere, ce ne dava una brancata, entravamo in questi stanzoni enormi dove c'erano dei tubi da cui usciva dell'acqua, poi facevamo la nostra doccia. All'uscita delle docce c'erano dei tavoloni enormi con sopra pantaloni, giacche e zoccoli olandesi. Ognuno si prendeva una giacca, un pantalone... Le mutande non erano più d'uso, le canottiere non c'erano... Poi ci diedero un triangolo da appendere, con scritto italiano il numero di matricola che era centotredici e rotti.
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Poi di nuovo adunata, tutti in divisa... Quello che mi fece più impressione è che, durante questa adunata, questo inquadramento che serviva per distribuirci nei vari blocchi, venne il capo del Lager con un elenco e chiamò fuori Samuel Barda, capitano paracadutista inglese. E lì, in tedesco, non so cosa dicesse... Ha cominciato a sferrargli dei pugni sulla faccia, e questo capitano - sarà stato un metro e cinquantacinque - non si è mai mosso, è rimasto sull'attenti imperterrito come se gli avessero dato delle carezze. Poi per un momento ebbe un mancamento, stava per cadere, ma si riebbe e ritornò nei ranghi, nella fila.

Venimmo inviati ai vari blocchi: io ero al blocco 24, dove c'era con me Don Berselli, Don Aldrighetti, il giudice Garibba, altri veronesi, e Renato Bianco. Durante le successive adunate, alle sei di mattina, che facesse bel tempo o che piovesse, ci mettevano in fila, tra queste due baracche, tra l'ingresso del nucleo 24 e il retro della baracca 23, per l'appello... Eravamo tutti lì in fila, sotto l'acqua, ad aspettare che venisse il comando a farci la conta, e ci facevano... Quando si arrivava davanti al cancello c'era il capo che gridava di togliersi il cappello, sempre sotto l'acqua... Quando era finito, ci lasciavano sotto l'acqua... Per scaldarci, ci ammassavamo e continuavamo a girare, in modo che ogni dieci minuti si veniva fuori, poi si rientrava e ci si riscaldava.

Durante il periodo trascorso a Dachau, ci hanno portato tre o quattro volte a Monaco, durante i bombardamenti; andavamo nelle ferrovie a togliere le macerie. Poi, verso gli inizi di novembre del '44, ci hanno portato a Buchenwald, trasportandoci col treno.

Siamo andati a finire poi in un paesino, Bad Gandersheim, e fuori da questo paesino, su un promontorio, ci buttarono dentro una chiesa sconsacrata. Non c'erano castelletti, non c'era niente, solamente della paglia per terra. L'unico sgabuzzino, l'avevano preso i due Kapò, che erano prigionieri anche loro, e il capo Lager di questo gruppo. Dormivamo in questa chiesa... E lavoravamo alla costruzione delle carlinghe di aerei... Il famoso bombardiere notturno... Un gruppo di prigionieri, a fianco di questo stabilimento, costruì un campo di concentramento... Costruirono le baracche, così ci tolsero dalla chiesa e ci misero nelle baracche. La mattina alle sei ci alzavamo, c'era la famosa Antreten, andavamo in fabbrica a lavorare, alla sera alle cinque ci riportavano al campo e ci davano da mangiare. Un mestolo di acqua e rape e una fetta di pane, cioè la fetta di un pane diviso in cinque.
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Passato questo... Ho partecipato poi alla marcia della morte, quella famosa...

Tanto è vero che mi è arrivata una lettera dal Deuxieme Bureau francese - la conservo ancora -, in cui mi hanno scritto: "Signore, lei ha fatto parte di questa marcia, potrebbe dirci in quali punti sono seppelliti?". Le strade erano quelle che erano... La marcia veniva fatta... Eravamo cinque per fila e si marciava. In quel periodo c'era l'esercito in rotta, allora le strade venivano... Bisognava praticamente lasciare loro il passo. Allora il comandante decise di metterci per tre, ma, naturalmente, mettendoci per tre la fila si allungò e la scorta divenne insufficiente. Decisero allora che i primi venti in testa, come vedevano un bosco, dovevano entrare con le pale e fare delle buche. Quando il capo riceveva il segnale, contava trenta dalla coda... Tutti marciavano e un bel momento trenta sparivano, andavano lì... Si sentivano solo le raffiche... E lì furono seppelliti. Per questo il Deuxieme Bureau mi chiese in quali punti... Se ricordavo i punti dove, più o meno, potevano essere... Per dare una riesumazione a queste salme... Io indicai sulla carta i punti, ma per saperlo esattamente bisogna vedere, basta vedere dove c'è un gruppo di pioppi, o di piante di piccolo bosco, e lì ci sono senz'altro.
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