Don Guido Pedrotti


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Don Guido Pedrotti
nato a Malè (TN) nel 1914, residente a Cazzano di Brentonico (TN)


Arresto
effettuato da un ufficiale SS e due guardie locali della SOD, il 2 novembre 1944 a Bolzano per aver aiutato partigiani ed ebrei

Carcerazione
- a Bolzano, al Comando della Gestapo

Deportazione
Nei Lager nazisti in Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Austria, a Mauthausen
- in Germania, a Dachau

Liberazione
avvenuta nel maggio del 1945, a Dachau, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Mi chiamo Don Guido Pedrotti. Sono nato a Malè il 31 gennaio 1914.

 Ho vissuto prima a Malè, poi a Mezzolombardo e infine a Trento dove ho intrapreso gli studi nel seminario minore e poi nel seminario maggiore. Consacrato sacerdote nel 1938 sono stato destinato come cappellano in Val di Fiemme a Tesero. Poi da Tesero a Isera e da Isera al Duomo di Bolzano. Erano i tempi del fascismo e da parte mia non sono mancate parole dure, di condanna del fascismo. Così ho cominciato ad essere una persona sospetta. Purtroppo è giunta la guerra, il Duomo è stato fortemente bombardato così come tutta la zona vicina alla stazione. Anche le case della parrocchia sono state bombardate e la maggior parte delle persone che dopo l' 8 settembre sono rimaste a Bolzano si sono trasferite nella zona popolare delle Semirurali.

Dopo l'invasione nazista la cura d'anime era assai difficile. Tanto più che nella zona stessa della mia parrocchia, le Semirurali, nel tardo periodo della mia permanenza, sorse il campo di concentramento di Bolzano, in Via Resia. Questo mi portò necessariamente a cercare di entrare nel campo per portare aiuto. Voglio sottolineare un fatto stupendo, quando io distribuivo la Santa Comunione le donne delle Semirurali e delle case popolari mi portavano i bollini delle tessere e li deponevano sul piattino, così io avevo la possibilità di acquistare nella vicina bottega del pane per mandarlo al campo di concentramento. Questo si è reso molto facile perché diversi miei parrocchiani che lavoravano vicino al campo di concentramento nel genio militare potevano avvicinare la gente che dal campo era mandata a lavorare proprio al genio militare. Altri aiuti mi venivano particolarmente da Milano, dal Cardinale e dal suo segretario Monsignor Bicchierai. Vi erano anche donazioni di denaro da parte degli ebrei parenti dei detenuti del campo.
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Nella parrocchia dei Semirurali mi aiutavano due sacerdoti. Uno purtroppo è partito presto per andare nella sua valle, l'altro, Don Daniele Longhi, aveva l'abitazione sopra la chiesetta delle Semirurali che era diventata il centro di smistamenti degli aiuti. Don Daniele Longhi era cappellano dei lavoratori e lavorava nella zona industriale, dove andavano a lavorare molti dal campo di concentramento. Di lì partivano le lettere, il denaro e gli aiuti che facevamo entrare, particolarmente il cibo che poi veniva depositato nelle baracche del genio militare e portato dagli stessi detenuti dentro il campo di concentramento.

Nel campo di concentramento di Via Resia quella mattina disgraziata due giovani internati sono stati scoperti mentre pulivano e oliavano un revolver. Io vengo a sapere subito la notizia e parlo a Padre Gaggero nel luogo dove lui si trovava a lavorare. Gli dico "quando entri mi raccomando getta tutto quello che ti ho consegnat"'. Si trattava di un malloppo consistente. Furono perquisiti e il malloppo venne fuori. Fece il grande errore di dire "me l'ha dato un cappellano militare italian"'. Di cappellani militari italiani c'ero solo io, cappellano dei vigili del fuoco, e hanno fatto presto. Tutta la notte non ho pensato ad altro che a far sparire nella mia camera tutti i documenti. Rimasero soltanto gli elenchi per le presenze o le assenze dei chierichetti. Quando perquisirono la mia stanza trovarono questi elenchi con dei segni 'più' in rosso e in blu, dissero che quelli erano partigiani, ma poi ho dimostrato che uno di questi non aveva nemmeno dodici anni. Durante la notte avevo fatto sparire tutto quanto era compromettente. E così al mattino dopo, era il 2 novembre 1944, il giorno della commemorazione di tutti i defunti, mi recai a dire la messa. Sono andato a celebrare la messa, o meglio le tre messe dei defunti. Alla seconda messa ho visto un ufficiale della SS e due guardie locali, SOD, Sicherheits Ordnungs Dienst. Ci siamo! Mi sono detto. Terminata la seconda messa mi sono recato in confessionale. Si sono avvicinati e hanno aperto la tendina. Raus!, fuori.

 Sono finito subito nel sotterraneo del corpo d'armata dove rimasi chiuso tutto il giorno. Fortunatamente avevo portato con me una borsa, l'avevano controllata e c'era dell'ottimo strudel, così mi consolai tra tante amarezze. Mi sono svegliato e siamo andati agli interrogatori. Non parlo di torture perché la tortura più grande era la paura di dover parlare, così giurai in partenza di non rispondere. Ad ogni domanda che mi rivolgevano io rispondevo Ich weiss es nicht,, non so niente. Ho detto che quello che avevo fatto nel campo di concentramento era autorizzato da Verona, ed era vero, ma non in quella maniera.

 In seguito il corpo d'armata mi ha portato al campo di concentramento di Via Resia. La veste talare me l'avevano lasciata. Fui chiuso subito nelle famigerate cellette ma ebbi il sentore di essere destinato ad altra sede. Rimasi tutto il mese di novembre poi venne il giorno del terribile trasporto. Siamo stati condotti alla zona industriale proprio di fronte allo stabilimento Lancia. Allo stabilimento ho ricevuto dagli operai l'ultimo saluto. Chiesi loro che dicessero ai miei fratelli di andare nella mia abitazione a portare via tutto quello che di bello e di buono c'era. Ci sono riusciti. Eravamo sul solito vagone bestiame. Ci sono stati alcuni che sono riusciti a segare le assi e a gettarsi nelle fermate o nei rallentamenti. Ricordo un fatto meraviglioso, a Innsbruck sono riuscito ad avvicinare una persona dal finestrino e a gettargli un biglietto per annunciare alle mie due zie, Maria e Pia, ambedue sposate a Innsbruck, dove ero diretto. Ero riuscito a leggere la scritta in gesso sul vagone bestiame: Mauthausen.

Siamo stati scaricati dal Kapò in maniera bestiale, e condotti a piedi al campo di concentramento. Subito dopo la solita storia, depositare, controllare, dare i dati, i vestiti e anche i soldi che avevi addosso. Ecco che ad un certo punto io mi trovo nel Revier, cioè nella zona di quarantena. Come tutti i deportati ho subito la spoliazione e la rasatura, pure abbondante, perché ho pochi capelli in testa ma avevo tanti peli sul corpo. Con rasoi che erano dei seghetti e con poco rispetto della dignità. Quando poi penso che questi erano a loro volta prigionieri, come è avvenuto nel campo di concentramento di Bolzano, passati armi e bagagli ai Tedeschi, era veramente umiliante. Per me l'umiliazione è sempre stata la peggiore e la più profonda pena, perché man mano che passava su di me pensavo a coloro che venivano dopo.

Un giorno si presentò un giovane, ne parlo perché sarei contento se questa fosse l'occasione per ritrovarlo. Mi disse "sono qui nel campo di concentramento, sono Oberschreiber, scrivano superiore, sono un triestino, cresciuto in un istituto salesiano, si fidi di me, c'è la possibilità di far trasferire da Mauthausen a Dachau tutti i sacerdoti. Mi faccia un elenco". Quella notte non dormii, ma alla mattina ho detto: proviamo. Ho consegnato la lista e siamo stati subito portati. Assieme a me, non c'erano solamente sacerdoti italiani, c'era anche il Cardinale Beran, allora Monsignor Beran, che era dentro al campo di concentramento dalla occupazione russa della Cecoslovacchia, dove era assistente spirituale degli universitari. Ci hanno messo come vestiti le divise della campagna di Russia della prima guerra mondiale che puzzavano maledettamente di naftalina. Alla stazione ci hanno messo nel vagone di un treno normale, il Vienna Dachau, o meglio Vienna Monaco. Il treno fermava nelle varie stazioni e una volta giunto a Monaco il nostro vagone fece i rimanenti ventiquattro chilometri fin dentro il campo di concentramento.

A Dachau avevano diffuso la voce di stare attenti perché dopo la doccia avrebbero mandato dentro il gas. Dopo la doccia ci lasciarono ore, abbiamo sofferto tanto freddo ma fortunatamente non abbiamo avuto la condanna al gas. Io anche in quella occasione sono finito in Revier, in quarantena. Poi fui mandato al blocco 26. Il giorno dell'Immacolata, l'otto dicembre, dopo l'appello, si è avvicinato a me un sacerdote, Rudolf Posch, bolzanino, chiamato il canonico rosso. Era redattore del giornale Dolomiten, un settimanale di lingua italiana e tedesca. Dopo l'8 settembre era stato preso dal suo ufficio e portato prima a Bolzano, poi a Innsbruck e alla fine la polizia di Innsbruck lo aveva passato al campo di concentramento.

Dachau era un campo che oggi si direbbe di coltivazioni. Durante la prima guerra mondiale avevano portato dalla Selva Nera tanto materiale, tanta terra nera, e c'erano le cosiddette Gewächshaus, delle vere serre. Dentro quelle serre lavoravano in prevalenza sacerdoti. Nel campo vi era anche un convento intero, dal padre portinaio fino all'abate dei Benedettini, i quali si distinguono specialmente nello studio e nella ricerca di nuove piante, di nuove coltivazioni. Lì dentro si lavorava e si celebrava la messa. Avevamo una specie di cassa per la frutta, dove avevamo nascosto tutto il necessario per celebrare. Mentre noi si lavorava a curare le piante, a trapiantarle eccetera, un altro celebrava la messa. Alla fine si faceva la Comunione. Un giorno è capitato uno della SS e ha trovato che le varie piantine non erano state mosse, la cassetta invece era stata nascosta. Appena si è sentita la porta aprire e ha detto "tu maledetto, non hai fatto niente", io ho detto "mi scusi ma quelle sono piante riservate da un altro, lui le deve solo curare" Così ce la siamo cavata. C'era poi il famoso Plantage, la rivendita delle piante e dei vasi, dove veniva sempre una Fräulein in bicicletta da un istituto di suore. Questa Fräulein arrivava e comprava. Alla rivendita c'erano sacerdoti polacchi, che con domande e strategie, facendo dei doppi fondi, hanno fatto entrate le ostie, il vino e perfino l'olio per il rituale di consacrazione di un vescovo, uno jugoslavo.
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Il blocco di noi sacerdoti era in mano ad un capo blocco, sacerdote pure lui, il quale rispondeva per noi con la sua vita. Avevamo soltanto i controlli del mattino e della sera. Sono arrivato ad ottenere che se uno aveva quaranta gradi di febbre non doveva essere portato fuori. Il Blockältester, il sacerdote capo blocco, sulla sua vita diceva "uno in più che ha la febbre", e così abbiamo evitato, almeno per la nostra baracca 26 di far portare via i moribondi.

 Della liberazione ricordo che abbiamo sentito da lontano i cannoni degli Americani sparare a salve. Puntavano su Dachau. Basta col forno crematorio per la povera gente, giorno e notte hanno bruciato tutte le possibili documentazioni, tutti gli scritti, tutte le cose compromettenti. La carta bruciata girava per l'aria. La cosa più vergognosa è stata che continuavano ad arrivare al campo di concentramento di Dachau vagoni carichi di poveri figlioli che avevano come indumento solo una coperta col buco, e basta. Sono dovuti entrare con le maschere dall'odore e dal fetore, perché erano stati abbandonati dentro a morire di fame e di sete.
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Finalmente la mattina un carro armato americano è entrato, ha sfondato il famigerato cancello con la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, e sono entrati. Poi incominciò a fotografare, il cappellano militare recitò il Padre Nostro in diverse lingue, e alla fine cominciarono a gettare sigarette, biscotti e ogni ben di Dio. L'indomani fu eretto un grande altare e il Cardinale Beran celebrò una grande messa di ringraziamento, dicendo "confessando Cristo siamo entrati in questo campo, dobbiamo essere pronti a ritornarci se fosse necessari"'. In effetti lui poi fu molto perseguitato quando giunsero i Sovietici a Praga.

 Arrivati al Brennero, c'era chi diceva canteremo Fratelli d'Italia, canteremo Giovinezza, - c'erano anche i nostalgici - canteremo Bandiera Rossa. "No -dissi- giunti al Brennero canterò io". Sono andato al microfono e ho cantato Mamma son tanto felice. Furono lacrime e canto.



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