Adriano Rigouard


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Adriano Rigouard
nato a La Spezia nel 1925, residente a La Spezia


Arresto
effettuato dalla Guardia Nazionale Repubblicana, il 17 settembre 1944 a La Spezia, in seguito a dichiarazione sotto tortura del capogruppo della SAP, nella quale militava

Carcerazione
- a La Spezia, nella Caserma del XXI Reggimento Fanteria
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen matricola n.114.154, poi a Gusen 2 (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta nel maggio 1945 a Gusen 2 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
avvenuto su un treno-ospedale della Pontificia Opera di Assistenza, da Linz a Bolzano (dopo essere stato ricoverato all'ospedale di Linz)
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La testimonianza

Mi chiamo Adriano Rigouard, sono nato a La Spezia il 27 aprile 1925.

 Sono stato arrestato a La Spezia il 17 settembre del 1944 per attività in una squadra SAP, e portato presso la caserma del 21° Reggimento Fanteria, dove sono stato per due mesi.

 Mi ha arrestato la Guardia Nazionale Repubblicana in seguito alla dichiarazione sotto tortura del nostro capo squadra.
Il 4 novembre ci hanno imbarcato su delle moto zattere e ci hanno portato al carcere Marassi di Genova, dove ci hanno consegnato alle SS. Prima ero stato arrestato per appartenenza alla SAP, poi le SS mi hanno accusato di aver ucciso un colonnello della Guardia Repubblicana e di aver partecipato a fare saltare una batteria, tutte cose che erano successe quando io già stavo in carcere.

 L'8 dicembre al mattino presto ci hanno caricati su un camion a rimorchio, ci hanno legati a due a due, la mia mano destra con la destra di un altro. Pioveva, era freddo e su questo camion scoperto siamo passati da Milano, dove hanno caricato altra gente, poi abbiamo proseguito fino a Bolzano. Quando siamo arrivati faceva giorno. Trovarmi all'aria aperta e vedere quel panorama, dopo tre mesi che non ci portavano nemmeno a prendere l'ora d'aria, come si fa di solito coi carcerati, mi sembrava una cuccagna, come essere in un altro mondo. Poi lì eravamo tutti Italiani, il capo blocco era italiano, e a parte il cibo che era sempre scarso per me è stata una buona parentesi. Mi ricordo che la sera ci arrampicavamo attraverso i castelli e ci andavamo ad affacciare sul muro perché di là c'erano le donne che a volte ci passavano magari qualche pezzo di pane tostato, pane secco, qualche drappo e persino dei ferri da portarsi durante il viaggio. Lì a Bolzano siamo stati cinque giorni.

Nel pomeriggio del 13 dicembre - data che ricordo perché era il giorno di Santa Lucia - ci hanno caricato sui vagoni. Dal campo siamo andati alla stazione merci. Avevamo seguito un torrente e avevo visto uno di quei capannoni che sono di solito negli scali merci delle stazioni. Ci hanno caricato abbastanza stretti in questi vagoni, con in mezzo cenere e turaccioli per i nostri bisogni. Ci avevano dato la nostra razione di pane, penso un etto di pane al giorno, ma ce la siamo mangiata subito andando alla stazione. Poi ci hanno rinchiusi dentro. Da bere niente. Quando siamo stati sul vagone, all'imbrunire siamo partiti. Ed ecco che sono saltati fuori scalpelli e martelli, e sono nati anche dissidi fra di noi. Io ero un ragazzo ma mi rendevo ben conto che conciato com'ero, non sapendo la lingua e non sapendo nemmeno dov'ero, non sarei andato lontano. Altri sono riusciti ad aprire il ferro che chiudeva il portellone, e in cinque sono fuggiti. Non so da quanto tempo eravamo in viaggio. Se ne sono accorti, sono saliti sul vagone e ci hanno picchiato col calcio del fucile. Eravamo fermi su un binario morto e c'era una cassa fatta di strisce di legno. Hanno preso queste strisce che avevano dei chiodi sopra, e dove hanno colpito hanno colpito. Hanno rovinato anche un occhio ad uno e ci hanno conciato ben male.
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Siamo arrivati a Mauthausen. Era buio e noi non ci rendevamo conto né di dove andavamo né di cosa fosse. Quando siamo scesi avevamo sulla faccia un dito di patina gialla, di anidride carbonica. Dimenticavo di dire che dalla sete avevamo leccato il ghiaccio che si formava col nostro fiato nella parete di lamiera, di zinco. Siamo arrivati, ci hanno messo in colonna a bastonate e siamo partiti a piedi. Lì tutto funzionava a bastonate, prima picchiavano poi ti dicevano il perché. Arrivati su ci spalancano i cancelli ed entriamo. Ai lati dell'entrata c'erano due file di persone con bastoni, nerbi, manici di piccone, badili, Gummi, fili dell'alta tensione, e cominciano a menare botte. Poi ci hanno portato davanti a una baracca e ci hanno fatto schierare. Dalle cantine sotto c'era qualcuno che diceva "se avete qualcosa datecelo perché tanto vi tolgono tutto, vi tolgono tutto". Eravamo un po' increduli, poi la cosa si è ripetuta e allora la gente salita a Milano che nelle valigie aveva di tutto ha tirato fuori ogni cosa, chi uova soda, la magnesia San Pellegrino, qualche pezzo di salame, tutti abbiamo cercato di ingoiare qualcosa. Poi è arrivata la squadra addetta che ci ha ordinato di spogliarci tutti. Era in piena notte. Spogliatevi nudi e lasciate tutto lì a terra. Ci siamo spogliati e abbiamo aspettato il nostro turno, poi siamo andati a fare la doccia. Un po' d'acqua calda, un po' d'acqua fredda. Dopo la doccia ci hanno tutti rasati, dalla testa a tutti i peli che avevamo sul corpo. Poi ci hanno disinfettato con la creolina e ci sembrava di essere delle torce accese. Poi ci hanno passato la biancheria. Sembrava una commedia, a chi hanno dato le mutande da bambola, a chi quelle della nonna, a chi il camicione da notte. Insomma era tutta roba che loro avevano accumulato nel tempo. A me è toccato un paio di mutande lunghe e una camicia abbastanza buona. Sono arrivato al blocco 8, al Revier, e mi hanno dato delle scarpacce vecchie. Poi mi hanno portato in un castello dove erano già in tre ed era sporco perché era gente che aveva la dissenteria e avevano pulito soltanto con uno straccio. Mi hanno detto "mettiti lì" ma io esitavo. Loro non mi volevano perché erano già in tre ed erano stretti. Io ormai ero fuori coscienza, non so se ero ancora lucido, ma alla fine mi sono sdraiato.

Passato il Natale secondo loro la scabbia era guarita e allora mi hanno portato a fare una doccia così ghiacciata che mi è venuto il mal della tarantola, ovvero ho dovuto saltare per levarmi il freddo di dosso. Mi è venuto in mente di far vedere al dottore che un fianco mi si era infiammato per aver dormito su un tavolaccio. Gliel'ho fatto vedere e mi hanno cambiato reparto, mi hanno portato in chirurgia. In chirurgia mi hanno tagliato dove c'era la suppurazione ed è stata la mia fortuna. Ho trovato un medico polacco che ha fatto di tutto per trattenermi il più possibile. Però il tempo è passato e allora sono dovuto uscire. Mi hanno portato alla quarantena. La cosiddetta quarantena per lo più era un magazzino, non di uomini ma di pezzi, perché noi eravamo Stück. Ein Stück, zwei Stück. Quando si andava in quarantena avevamo diritto ad avere una giacca e un paio di pantaloni. Non erano di quelli soliti a righe, erano per lo più vestiti militari che nella schiena, sulla giacca, avevano una finestra con le righe zebrate e una riga rossa. Altrettanto nella gamba dei pantaloni. Sulla giacca poi era fissato il triangolo rosso e il numero. Lì penso che mi abbiano immatricolato, ma per la verità non mi sono mai più ricordato con precisione dove sia avvenuto. Il mio numero era il 114.154, ma in tedesco non lo ricordo.
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Lì sono stato quindici o venti giorni, poi un giorno hanno chiamato il mio numero e mi hanno dato un paio di zoccoli aperti a metà. Mi hanno messo insieme a un centinaio di persone nella piazza principale del campo. Ci hanno messi in fila e ci hanno portato a piedi a Gusen 2. Lì sono stato mandato alla baracca 27. Bisognava subito cominciare il lavoro, che non era sul posto, ma bisognava arrivarci con un treno che ci portava sotto le gallerie di St.Georgen. Al mattino bisognava far la conta, poi metterci in fila per cinque, sfilare davanti alla SS che ci contava, poi salire su una piattaforma, che era grande tanto da contenere il numero di persone che sarebbero salite su un vagone. Nel tempo in cui il vagone passava di fianco a questa piattaforma, noi dovevamo riempire il vagone. Il treno camminava a passo d'uomo e a fianco c'erano le SS col lupo e - se era di notte - con il faro. Lavoravamo una settimana di giorno e una settimana di notte. Prima di entrare nelle gallerie di nuovo in fila a ricontarci. Il primo lavoro che mi hanno dato consisteva nel fare dei collegamenti elettrici sul motore degli aerei. Ero insieme ad un tedesco, ma siccome io il tedesco non lo capivo e il mestiere non lo conoscevo, questo ha un po' brontolato e mi ha mandato via. Allora mi hanno messo a mettere una corazza, uno schermo di protezione al serbatoio della benzina. Era una lastra abbastanza grande e pesante, bisognava portarla alla mola smeriglio e farle uno scasso per parte, poi bisognava darle una certa inclinazione col martello e farla brasare per chiudere la fessura, poi metterla sotto il serbatoio e avvitarla con un certo numero di viti. Queste viti molto spesso non combaciavano, allora ci voleva un punteruolo apposta e un martello per rimetterle a posto. Questo lavoro andava fatto rivolti dal basso verso l'alto. Il lavoro dopo un po' mi ha demolito, mi ha distrutto, e mi ci voleva tutta la mia forza e tutta la mia volontà per continuare.

Devo dire che ho avuto fortuna, perché mentre finivo io finiva anche la guerra. Loro stessi ormai non avevano più la certezza della vittoria e non avevano più il fanatismo che avevano quando siamo arrivati. Ormai c'erano solo questi Kapò ignoranti che non capivano niente. Sennò Adriano non sarebbe ritornato.

Ricordo che quando si ritornava al campo bastava che mi scontrassi con qualcuno e andavo in terra, mi sporcavo nella neve ormai in disgelo. Alzarmi poi era una tragedia, non ce la facevo finché non trovavo qualche compagno che mi dava un aiuto. Poi sul lavoro c'era la tensione di non sbagliare, perché gli errori venivano considerati sabotaggio e a seconda del tipo di errore ti toccavano dalle venticinque nerbate all'impiccagione. Ricordo un povero giovane di Udine - ormai il nome non lo ricordo più, ma stava ancora bene, perché era arrivato da poco - l'avevano messo a pulire con la randazza. Oltre alla fame e alla sete si era accumulato anche il sonno, perché quando si lavorava di notte il giorno in teoria si poteva riposare, in realtà c'erano mille cose da fare, la doccia, portare i vestiti all'autoclave, rinnovare la riga in testa, fare la barba, insomma si riposava poco e il sonno era arretrato. Questo giovane non so come ha trovato la maniera nascosta di dormire, forse si è seduto e si è addormentato. Lo hanno trovato e ce lo siamo portati in baracca impiccato.
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Con noi in galleria c'era qualche militare dell'aviazione, mentre non ricordo civili. Col cibo era una tragedia, perché ne veniva dato sempre meno. Quando siamo arrivati era un pane in tre, poi un pane in cinque, poi un pane in dieci. Si andava a tagliare il pane ed era un ammasso di muffa. Insomma mangiare diventava un'ossessione. L'interrogativo del mattino era quanto pane ci avrebbero dato. Tutta l'attenzione era al pane e a cercare di non prendere bastonate. Al mattino poi quando si partiva per andare a lavorare, chi non partiva veniva finito. A Gusen 2 non c'era la camera a gas echi non partiva per andare a lavorare riceveva un'iniezione al cuore. Poi lo ammucchiavano davanti alla baracca.

 Alla meno peggio è arrivato il giorno che non ci hanno più portato a lavorare. Ed è venuta la liberazione. Subito ci siamo gettati fuori dal campo. E' passato un camioncino di quelli che portano le bibite, e io e Ciacchini, un compagno che era ridotto come me, ci hanno caricati e portato all'ospedale civile di Linz. Come mi hanno messo a letto non ce l'ho più fatta a stare in piedi. Per andare al bagno dovevamo portarmi in braccio. Avevo preso la TBC polmonare. Il 27 aprile 1945 avevo compiuto vent'anni.

 Da Linz ricordo che ci hanno prima radunati in una scuola su una collina, e poi ci hanno portato sul treno ospedale della Pontificia Opera di Assistenza. Da Bolzano mi hanno portato all'Ospedale Clementina di Bergamo. Lì c'era Roberto, un mio povero amico morente. Mi chiamava perché le mosche gli davano fastidio, "Adriano, la mosca, la mosca" diceva. Sono venute una sua zia e la madre a trovarlo e quando sono andate via mi hanno portato a casa con loro su dei mezzi di fortuna. Mi avevano raccomandato di ricoverarmi subito, così l'indomani sono entrato in un'altra vita, il sanatorio. Mi ci sono voluti cinque anni per rimettermi in piedi. Insomma, per me la guerra non era finita, aveva cambiato tutto.



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