Bianca Paganini


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
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Isola Luigi
Limentani Mario
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Miola Elidio
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Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Bianca Paganini Mori
nato a La Spezia nel 1922, residente a La Spezia


Arresto
effettuato da due fascisti, due ufficiali e alcuni soldati delle SS, il 3 luglio 1944 a La Spezia con la madre e la sorella per sostegno al movimento partigiano

Carcerazione
- a La Spezia, nel Carcere di Villa Andreini
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Ravensbrück matricola n.77.399.

Liberazione
avvenuta nel maggio 1945, durante la marcia della morte da Ravensbrück, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
assistito dalla Croce Rossa

Note:
- a Ravensbrück Bianca lavorò per la ditta Siemens
- la madre morì a Ravensbrück
- un fratello morì nel Lager di Hersbruck (sottocampo di Flossenbürg)
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La testimonianza

Mi chiamo Bianca Paganini, sono nata a La Spezia il primo febbraio 1922. Appartengo ad una famiglia molto religiosa, perciò babbo e mamma avevano aderito al movimento del Partito Popolare prima dell'ascesa al potere di Mussolini.

 Giunse l'8 settembre. Mio fratello, il più grande, era ufficiale degli alpini e si trovava nella zona del Vipiteno e di Fortezza. L'8 settembre abbandonò il suo posto e si diresse verso casa. Ci raggiunse ai primi di ottobre e insieme ad altri cominciò immediatamente a organizzare i primi movimenti, i primi raduni dei partigiani. Ben presto a mio fratello Alberto si associò anche il secondo, Alfredo, che faceva il quinto anno di medicina e che organizzò, con le sue conoscenze di medicina, un piccolo ospedale su in montagna per accogliere i partigiani che durante i rastrellamenti venivano feriti.

Quando cominciarono le prime avvisaglie, mamma cercò di avvisare i fratelli su in montagna di essere più prudenti. La mattina del primo di luglio mio fratello Alfredo scese in città insieme alla moglie di Vero del Carpio, che era allora il capo della formazione partigiana. Erano venuti in città per prendere delle medicine nelle farmacie. Quando arrivarono in piazza Garibaldi, vennero accerchiati da ufficiali della SS e dai fascisti, arrestati e portati nelle carceri di Villa Andreini. Abbiamo saputo subito quello che stava succedendo e la mamma cominciò subito con grande coraggio a cercare tutto quello che poteva esserci di pericoloso in casa. Ma in casa c'era poco o niente. Allontanò il più piccolo affinché potesse essere sottratto a qualsiasi rivendicazione da parte dei fascisti. Noi attendemmo sicuri che nulla sarebbe successo ad una donna di sessantatré anni e a due ragazze, una di ventuno e l'altra soltanto di diciotto anni. Verso mezzanotte sentimmo sotto casa parecchie persone.

Si affacciarono alla porta Gallo e altri due fascisti. Dietro di loro c'erano due ufficiali della SS e quattro o cinque soldati tedeschi. Entrarono in malo modo. Ci fecero alzare e per cinque ore rovistarono per casa, una casa ben misera, perché era un rifugio dai bombardamenti e tutte le cose erano state messe in salvo in altre case dove c'era una maggiore sicurezza. Frugarono e non trovarono null’altro che libri. Uno, ricordo come fosse adesso, era intitolato Disobbedisco, ed era stato dedicato a mio padre dallo stesso autore. La cosa suscitò un profondo interesse e un profondo sdegno nei fascisti, così come suscitarono sdegno le figure della Divina Commedia del Dorè che erano proprio nella nostra biblioteca.
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 Alle cinque del mattino ci fecero vestire, ci fecero prendere i gioielli che mamma teneva in casa e ci portarono in città. Ci schedarono nelle carceri di Villa Andreini e ci misero in isolamento, tre celle per tre persone. In carcere trovammo due persone che poi ci furono molto care, la signora Stanzione con la figlia, arrestate insieme al figlio e a Italo Geloni. Trovammo anche Dora Carpanese, arrestata con mio fratello, e pochi giorni dopo ci raggiunse anche un'altra mamma di un partigiano amico dei miei fratelli. Era stata arrestata insieme al marito perché non avevano trovato il figlio. Immediatamente fummo messe sotto il controllo della SS che cominciò a interrogarci con l'interprete, uno spezzino che conosceva molto bene il tedesco.

Mia madre era continuamente interrogata, perché da lei si voleva sapere chi erano e cosa facevano quei banditi, quei disgraziati, quei delinquenti dei suoi figlioli e quali erano gli amici frequentavano la nostra casa. Malgrado i dinieghi e malgrado si ostinasse a dire che lei non sapeva nulla, neanche dov'erano i suoi figli, gli interrogatori erano sempre più pressanti e pesanti. Anche io e mia sorella venimmo sottoposte a questi interrogatori, anche se molto meno, fino al 20 di luglio, data dell'attentato a Hitler. Mia madre, che era una persona molto calma e equilibrata, con un cipiglio che non riconoscevo, obbligò Suor Teresina, la madre superiore che teneva le carceri femminili, a chiedere un'udienza immediata col comandante tedesco. Il comandante tedesco dapprima tergiversò, ma mia madre lo obbligò a sentirla, e quando fu davanti a lui gli disse "vorrei sapere come tu chiami la tua gente, quella che ha attentato al tuo capo. Ti do del tu perché tu dai del tu a me, ma anche perché appartieni ad un popolo in cui ci sono anche persone che come i miei figli amano la libertà. Non osare più chiedermi nulla perché non ti dirò mai nulla". Quest'uomo un po' interdetto guardò mia madre, si alzò, le fece il saluto militare e poi le disse "mille donne come te e io qua non ci sarei". Da quel giorno non fummo più interrogate.

Nel frattempo ci fecero anche vedere mio fratello che, ridotto in condizioni pietose e sorretto da due amici che lo avevano accompagnato, era venuto a salutare mia madre. L'8 settembre sentimmo aprire la porta della cella e Suor Domitilla, una suora gentile e buona che aveva sempre cercato di aiutarci anche con le parole, venne piangendo e ci disse: "preparatevi perché dovete andar via". Arrivammo a Genova. Fummo perquisite - come se provenendo dalle carceri avessimo potuto nascondere qualcosa - e avviate al quarto raggio di Marassi. Ci sbatterono in una cella, dove non c'erano neanche i letti, ma soltanto materassi, sporca, piena di animali che camminavano sui muri, e cominciarono a darci da mangiare in maniera sporca.

 Verso il 20 settembre, durante la mattinata, fummo presi, imbarcati su due pullman e diretti a Bolzano. Qui cominciammo ad avere il primo sentore di quello che sarebbe stata la nostra prigionia. Fummo spogliate di tutte le nostre cose, i nostri vestiti furono messi in un sacco e ci dettero una tuta. Lì ricevemmo il numero, contrassegnato in una grande striscia bianca sulla tuta. Non stavamo tutto il giorno nel campo. Alla mattina venivamo portate nella caserma dei carabinieri ad attaccare i bottoni nelle tende da campo.

La mattina dell'8 ottobre ci fecero uscire dalla baracca, ci incolonnarono e la maggior parte delle donne e degli uomini venne portata alla stazione. Riempirono due carri bestiame con cento tredici donne. Altri quattro carri bestiame vennero occupati da altri prigionieri che da Bolzano venivano trasportati in Germania. Ci fermammo a Dachau dove lasciammo gli uomini e noi proseguimmo. Eravamo chiuse, praticamente senza aria, senza neanche poterci sedere per terra, lasciando alle più anziane e alle più deboli il posto per sedersi, per cercare di riposarsi, e a turno cercavamo di respirare un po' d'aria da quei piccoli finestrini dei carri bestiame.

La mattina del 13 ottobre arrivammo a Ravensbrück. Gli ordini venivano dati in tedesco, che noi non capivamo, e la mancanza di conoscenza della lingua ci provocò subito botte e calci a non finire. Arrivammo davanti ad un cancello, sopra il quale c'era una scritta, Arbeit macht frei, che noi allora non sapevamo cosa volesse dire. Era tardi, ci fecero entrare e poi misero alcune di noi dentro una baracca, altre invece furono lasciate all'addiaccio.

Venne giorno e fummo subito destate dal suono di una sirena. Vedemmo uscire dalle baracche delle donne, che non erano donne, ma figure magre, macilente, vestite a righe, che noi guardammo stupefatte. Non riuscivamo a capire. Tutte le donne avevano un triangolo e un numero. Non riuscivamo a capire cosa fosse né perché avessero questo numero. A un certo momento vedemmo arrivare davanti a noi un carro fiancheggiato da due donne con un forcone, che ogni tanto prendevano quello che cascava e lo rimettevano su. Una disse “sembrano stracci”, e un’altra “ma figurati! è legna, non vedi come sono legnosi? chissà dove la porteranno” Nel momento in cui questo carro ci passò davanti capimmo che erano cadaveri nudi e sul petto vedemmo i numeri.
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Ci portarono dentro a delle baracche e ci obbligarono a spogliarci nude. Questa nudità, per noi donne di allora, era dura. Non eravamo abituate alla mancanza del pudore, eravamo abituate al nostro privato, ma quello che maggiormente ci fece star male era il fatto che vecchie e giovani, soprattutto mamme e figlie, dovessero vedersi nella loro completa nudità. Capii che mia madre aveva vergogna, che anche altre donne avevano vergogna. Allora cominciammo a guardarci soltanto in volto. Ci fecero fare la doccia, ci portarono in un luogo dove fummo depilate di tutto. Molte di noi furono anche ispezionate in maniera tale da poter scoprire se qualcuna avesse nascosto oro o gioielli. Ci portarono via tutto l'oro, la catenina e il braccialetto e - devo dire la verità - tutto fu sistemato in una forma quanto mai precisa. Tirarono fuori per ognuna di noi una piccola busta, segnarono quello che avevano portato via, chiusero la busta e su ogni busta misero il nome.

Dopo la doccia e la depilazione ci gettarono degli stracci. Noi non sapevamo che cosa fare ma alla fine capimmo che tra gli stracci dovevamo scegliere quelli che maggiormente potevamo avvicinarsi alla nostra taglia. Evidentemente non avevano misurato le taglie di nessuna, perciò chi aveva un cappotto che gli arrivava ai piedi, chi una gonnellina leggera che arrivava sì e no alle anche, chi non aveva niente. Ai piedi zoccoli, sennò scarpe spaiate, o che non corrispondevano al nostro numero, Le mutande erano di tutte le misure possibili e immaginabili ma certamente non adatte a noi. Poi ci diedero il nostro numero e ci dissero anche che dovevamo impararlo subito a memoria, in tedesco, perché semmai fossimo state chiamate non ci avrebbero chiamato col nostro nome, ma col numero. Il mio numero era 77.399. Siebenundsiebzigdreihundertneunundnuenzig. Come vedi lo ricordo ancora. Poi arrivò il triangolo rosso, simbolo della deportazione politica, che doveva essere messo sul petto del cappotto o della casacca e sul braccio affinché fosse ben chiaro e leggibile a chiunque ci avesse incontrato. Di lì, fummo portate nella baracca. La mia baracca era la 17. In tutto il periodo di deportazione, il ciclo mestruale non esisteva più. Appena entrate ci tolsero tutto quello che ci poteva essere necessario, perciò loro sapevano che non ci sarebbero stati più problemi in tal senso. E infatti finì.

La sirena suonò molto prima dell'alba. Fummo fatte scendere immediatamente e capimmo che bisognava lasciare il letto nel migliore dei modi. Poi bisognava andare di corsa al gabinetto. I gabinetti erano pochissimi, con tante donne che cercavano disperatamente di lavarsi perlomeno gli occhi. Ci misero per dieci ferme sull'attenti, per ore, e l'attesa fu lunga. Cominciammo a capire la tragedia che ci aveva colpite. Perché se sei da solo soffri per te, ma se hai vicino tre persone, soffri per te e per la sorella che ti è vicina, che vedi più debole di te, e soffri tremendamente per quella donna che è tua madre, che vorresti aiutare ma non puoi. La vedi cascare ma la devi lasciar per terra, la vedi soffrire e non puoi fare nulla per aiutarla. Perciò la sofferenza era moltiplicata per tre. Finito l'appello, fummo di nuovo riprese per altre visite e questo si ripeté per due o tre giorni. Visite assurde, sciocche, ti facevano visite alle mani, agli occhi, guardavano se eri forte. Visite che poi capivi non sarebbero servite a nulla, perché non avevano senso. Alla mattina dopo l'appello, io e mia sorella - mamma no, perché non poteva muoversi - fummo prese e avviate al lavoro. Anche quello era un lavoro assurdo. Ti davano una pala per cinque, cantando, con a fianco i cani che ti avrebbero azzannato le gambe se ti fossi spostata dalla fila di due millimetri, ma forse anche due millimetri sarebbero stati troppi, e ci portavano su di un'altura. Con questa pala dovevamo “smucchiare” la sabbia da una parte e fare un altro mucchio dall’altra. Insomma, il lavoro non serviva a niente, serviva però a debilitarti, a fare sì che le tue mani si spaccassero per l'uso continuo di questa pala, e anche, in un certo qual senso, a metterti già subito alla prova con le tue compagne.

Questo lavoro durò per circa dieci giorni e ogni volta che tornavamo in baracca, dopo dodici ore di lavoro, trovavamo la mia mamma sempre più debole, sempre più affilata. Poi io e mia sorella fummo convocate per andare a lavorare alla Siemens e dovemmo lasciare mamma. L'abbiamo lasciata in condizioni pietose, capivamo che la salutavamo forse per l'ultima volta e anche lei lo aveva capito. Nella fabbrica il lavoro non era molto pesante. Avevamo la fortuna di avere mani piccole e occhi buoni, perciò fummo destinate all' équillibrage dei manometri e dei voltometri. Il ci teneva ferme in baracca al caldo per dodici ore e alla fine le ossa facevano male, perché eri costretta a stare su un piccolo sgabello, senza la spalliera, a lavorare continuamente, il più delle volte con la lente d'ingrandimento per equilibrare questi apparecchi. Dopo le dodici ore rientravamo di nuovo con le SS e lì c'era la violenza, la fame e la cattiveria più inaudita. Si inventavano sempre qualche cosa e tu dovevi stare allo straf appell magari per tutto il giorno. Stare all'appello di punizione tutto il giorno era terribilmente duro perché si raggiungevano temperature di dieci o dodici gradi sotto zero. C'era la neve o c'era il vento e noi non eravamo vestite.

Venne il primo di gennaio. Era nevicato la sera prima e la neve si era subito ghiacciata. Ci chiamano all'appello e ad un certo momento sento che viene chiamato il mio numero. Essere chiamati dal comandante del campo era una cosa terribile, ci si poteva aspettare solo male. Lì per lì quasi non capii, poi il capo baracca mi disse “guarda che ti chiamano”. Mi avviai verso il centro del campo dove c'era il comandante che mi aveva mandato a chiamare. Quando sono davanti al comandante, questo mi guarda e mi dice “tua mamma è morta e stai zitta, perché tua sorella è grave in infermeria”. Da quel giorno dovetti lottare per mia sorella. Alla fine di marzo, primi di aprile, in baracca c'era poco da mangiare. Anche alla Siemens c'era poco da mangiare. Talvolta dovevamo andare a prendere i carri bestiame dalla ferrovia e portarli a spinta nel campo per vuotarli, perché anche la ferrovia non arrivava più. Ci riportarono in campo, ormai la fabbrica stava chiudendo.

Una cosa terribile erano le selezioni. La prima selezione la subimmo prima di partire dalla Siemens. Al momento del rientro dalla fabbrica, in baracca ci trovammo davanti alcuni infermieri o dottori, avevano il camice bianco, e una specie di camion bianco. Ci fecero passare ad una ad una e cominciammo a vedere che alcune erano mandate a destra, altre a sinistra. Mi vide una francese dal campo. Era un periodo in cui avevo una scarpa col tacco alto e l'altra col tacco basso, una piccola e l'altra grande, perciò camminavo zoppa. La francese mi disse: “Bianca, attention! Sélection!” e io capii che per me si metteva male se mi fossi presentata nelle condizioni in cui ero. Mi tolsi le scarpe, mi tirai su i vestiti, in maniera che potessero vedere che camminavo bene, e mi avviai col cuore stretto, perché davanti a me c'era mia sorella. Ero evidentemente in ansia fintanto che lei non passò dalla parte giusta. Poi arrivai io con le mie scarpe in mano, mi guardarono, mi diedero una bella sberla sulla testa e mi avviarono verso mia sorella. La seconda selezione la avemmo dopo che dalla Siemens fummo portate nel campo grande. Io e mia sorella eravamo a lavorare nella fabbrica di sartoria, attaccata alla Siemens, e lì subimmo la seconda selezione. Anche quella andò bene. Ci scoprirono tutte, eravamo coperte di piaghe, ma per fortuna a questo non badarono, guardarono soltanto se eravamo ancora capaci di camminare.
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 Tra la sera del 26 e 27 aprile, quando ormai si sentivano i cannoni russi che si avvicinavano, ci hanno messe nella piazza. Capimmo subito che gli ordini erano contraddittori, c’era chi urlava da una parte e chi dall'altra. Noi ci misero per strada, in fila per cinque, scortate dai soldati della SS e dai cani. Chiunque si fermava - ce l'avevano già detto - sarebbe stata uccisa con un colpo alla nuca. Camminammo in queste condizioni praticamente tutto il giorno. La mattina dopo i cani e i posten ci ripresero, ci misero di nuovo in marcia e camminammo per sette giorni. Alla fine ci fecero riposare su una piccola altura, posten e cani con noi. Ad un certo momento vediamo passare lungo la strada una macchina che non avevamo mai visto, contrassegnata anche da un disegno che non avevamo mai visto. Mia sorella disse “sono americani!”. Li guardammo bene, in effetti la divisa era diversa, l'elmetto era diverso, e allora ci precipitammo tutte giù sperando di trovare qualcosa da mangiare, perché era sette giorni che non si mangiava e si beveva l'acqua che trovavamo per la strada.

 Dopo mi sono affidata ai compagni di prigionia italiani e con loro, poco per volta, siamo ritornati a casa. Del mio fratello arrestato non ne abbiamo saputo più nulla. In seguito l'abbiamo atteso tanto, ma nessuno voleva darci notizie. Alla fine Italo Geloni, che aveva condiviso con lui tutti i giorni della prigionia e con lui era stato deportato a Flossenbürg, venne e mi disse “è inutile che lo aspetti, mi è morto tra le braccia”.



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