Mario Gianardi


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
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Fumolo Dario
Gianardi Mario
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Isola Luigi
Limentani Mario
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Miola Elidio
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Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Mario Gianardi
nato a Vezzano Ligure (SP) nel 1926, residente a La Spezia


Arresto
effettuato dalle Brigate Nere, il 15 ottobre 1944 a La Spezia, per attività partigiana

Carcerazione
- a La Spezia, nella Caserma del XXI Reggimento Fanteria
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano, matricola n.9.712
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.113.986, poi a Steyr (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta il 5 maggio 1945 a Gusen 1, da parte dell'esercito americano, in seguito all'abbandono del campo da parte dei nazisti

Ritorno a casa
assistito dai militari italiani, in seguito al ricovero nell'ospedale di Haide, dove era portato dalla Croce Rossa

Note: prima di essere liberato il 5 maggio, Mario giunse a Gusen 1 il 30 aprile dopo una marcia della morte da Steyr e da Mauthausen
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La testimonianza
Mi chiamo Gianardi Mario, sono nato ad Avezzano Ligure in provincia di La Spezia il 18 settembre del 1926.

 Sono stato arrestato il 15 ottobre del 1944 davanti alla chiesa di Migliarina mentre accompagnavo un ragazzo uscito dal carcere di Vilandrino. Questo ragazzo era un handicappato ed era stato preso in un rastrellamento a Cecirano.

Ad un bel momento ho sentito dietro la schiena la canna del fucile "Alza le mani!", io ho alzato le mani. Erano due delle Brigate nere che mi avevano preso. Il delatore, che mi ha fatto arrestare, era un certo Guerra, che era passato dai partigiani alle Brigate Nere.

 Eravamo circa una ventina, ci portarono al 21° fanteria. Il 21° fanteria era la caserma dei soldati dei fanti del tempo di guerra, le Brigate Nere se ne erano impossessate ed avevano adibito certi settori del carcere a celle per i detenuti. Siamo stati lì una quindicina di giorni. In questo frattempo durante la notte sentivamo le urla di coloro che venivano interrogati.

Dopo alcuni giorni ci portarono con un camion a San Bartolomeo. San Bartolomeo è una zona vicino al mare di La Spezia. E qui c'erano alla fonda alcuni zatteroni. Il secondo giorno, di sera, si partì verso Genova via mare. Ci portarono al carcere di Marassi di Genova. Qui mi portarono con tutti gli altri al pianterreno della IV sezione, anche lì eravamo una decina per cella.

Lì subii il primo interrogatorio effettivamente severo. Io sono stato seviziato e torturato per sei ore. Sono stato seviziato e torturato da Battisti, Morelli, Guerra, Capitani e da due marescialli della SS. Per lo più mi hanno interrogato Battisti, Morelli e i due marescialli della SS, per ultimi Guerra e Capitani. Mi hanno legato a cavalcioni su uno sgabello a torso nudo, e hanno cominciato a bastonarmi. Mi hanno mosso diciotto accuse: la morte di Bergamini, l'assalto alla Flage, l'assalto alla batteria di Monte Pertico, ero partigiano, avevo nascosto le armi... Insomma tutte invenzioni perché fino a quel momento le cose che mi dicevano non corrispondevano al vero, perché io certe azioni non le avevo mai fatte... E loro, a ogni interrogatorio, mi dicevano di firmare.

Il primo interrogatorio è stato forte... Alla fine mi ruppero uno sgabello sulla schiena. Il giorno dopo mi richiamarono nel pomeriggio e ricominciarono. Cominciarono a mettermi il tubo dell'acqua del rubinetto in bocca, mi è venuta una pancia così grossa che scoppiavo e poi mi storcevano le dita, il dito pollice. In più se vedete le mie unghie, queste dei piedi, hanno ancora i segni adesso, perché prendevano i fiammiferi di legno corti, tagliati e mi conficcavano dentro la punta e davano fuoco: qui, sul pollice destro e sul pollice sinistro della gamba e sulle mani. Poi quando perdevo i sensi mi buttavano con la testa nel lavandino, pieno d'acqua, che era rosso del mio sangue. Dopo tre giorni mi hanno preso la mano e mi hanno fatto uno scarabocchio, poi mi hanno riportato in cella. Però, non mi hanno più portato alla IV sezione, mi hanno passato alla III sezione e lì sono stato qualche giorno.

 Quando siamo partiti da Genova sui camion abbiamo fatto una sola sosta al carcere di San Vittore di Milano, poi abbiamo proseguito per Bolzano. A Bolzano ci misero al blocco E. Il blocco E era un blocco in armatura, con mattoni rossi, un campo recintato nel campo che confinava ad una certa altezza con il capanno dove c'erano le donne. Erano le mogli dei partigiani... E' stato lì che per la prima volta io ho capito il movimento di liberazione. Mi sembra che siamo rimasti una decina di giorni a Bolzano, ora non posso saperlo con esattezza. Mi avevano dato un numero che non mi ricordo... Mi pare che fosse 9.712.

Un giorno ci presero tutti e ci portarono alla stazione. Ci imbarcarono su dei vagoni merci e ci chiusero dentro. Eravamo un centinaio circa, senza mangiare e senza bere... Non avevamo né da mangiare né da bere.

Le donne ci avevano dato una zampa di porco, perché c'erano anche i loro mariti che partivano con noi. Le donne invece rimanevano lì, per scappare. Difatti nel tratto tra Bolzano e Innsbruck sono fuggiti in cinque: Chiari, Nicolai, Ughetto, uno di piazza Brin, un altro che non so chi era... Toccò a me buttarmi giù, però non avevo il coraggio di farlo, sono sincero, dico la verità. La SS si è accorta dell'ombra, ha fatto fermare il treno, e con le lampade è venuta a vedere da dove erano scappati perché avevano scassato la porta del nostro vagone. Le SS lo hanno visto, hanno aperto, sono venute su, hanno cominciato a tirare calci col fucile, mandandoci indietro e a uno vicino a me hanno staccato addirittura l'orecchio con un calcio.
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Noi proseguimmo per Mauthausen. Arrivammo a Mauthausen alle tre del mattino, erano le tre del mattino e c'era una temperatura inferiore a tredici gradi sotto zero. C'erano i candelotti alle baracche che dal tetto arrivavano per terra, era tutto una lastra di ghiaccio, era tutto ricoperto di neve, e noi abbiamo percorso la strada dalla stazione a Mauthausen, che è in salita, tutto a piedi. Siamo arrivati là alle tre del mattino, il campo era tutto illuminato e, quando siamo arrivati, siamo entrati dalla porta principale. Ci hanno fatto depositare le valigie, ce le hanno fatte aprire - è lì che mi sono sentito mortificato - siamo stati mi sembra quattro giorni in viaggio, tutti affamati, e loro avevano ogni ben di Dio. Io ero in camicia e loro avevano il vestiario, nessuno si è degnato di dare una maglia, un maglione, qualche cosa per coprirmi.

Sono arrivato a Mauthausen i primi di dicembre penso... Faceva freddo... Nella prima decade di dicembre, perché ricordo che a Natale ero lassù. E' stata la prima volta che ho sentito parlare di comunisti, tutto avvenne la vigilia di Natale perché arrivò Paietta al blocco ventotto, dov'ero io.

Ci hanno fatto spogliare e, per andare alle docce, bisognava scendere una decina di scalini. Quindi, nudi come eravamo, c'era chi ti dava delle nerbate. Siamo andati dentro, hanno cominciato a rasarci i capelli, sotto le braccia, sotto le nudità, e poi ci hanno mandato a fare la doccia. Se ci penso... L'acqua era tutta ad un tratto bollente, quindi dovevi scappare da lì sotto, ma non ti potevi nemmeno scansare perché prendevi l'acqua da dietro e poi, tutto ad un tratto, arrivava acqua fredda. Insomma non vedevi l'ora di uscire. E mentre uscivi, bagnato com'eri, c'era uno col pennello che ti dava delle pennellate di roba rossa sotto le braccia, sarà stato un disinfettante. Ci portarono fuori, ma lì non eravamo vestiti per niente, i vestiti li abbiamo presi al blocco di quarantena, ci hanno dato una camicia e un paio di mutande. Ebbene, siamo usciti e siamo stati lì un'ora, un'ora e mezza, anche due ore fermi in quel gelo. Per scaldarci cercavamo di stare vicini il più possibile. Quando hanno dato il via, tre o quattro persone davanti a me hanno dato una spinta a uno che non si muoveva, questo è stato il primo spezzino che ho visto cadere a Mauthausen

Ci portarono al campo di quarantena. C'era il capoblocco, il vice capoblocco, quello che ci faceva i capelli, perché a noi, un giorno sì e un giorno no, una settimana sì e una settimana no, a seconda di come gli girava, ci passavano col rasoio lasciandoci una striscia al centro della testa. I primi giorni ci davano un quarto di pane, del pane rettangolare, poi via via che la gente aumentava la razione era sempre la stessa e loro avevano una taglierina per tagliare le fette di pane. Quindi se c'erano cento persone calcolavano che il solito pane doveva bastare per tutti, dovevano venire cento pezzi. Se ce n'erano duecento, dovevano venire duecento pezzi.

Il numero… Io a Mauthausen avevo il numero 113.986. E qui, anche qui un problema. Come facevo io a dire in tedesco "hundertdreizehntausend...". Avevo al polso il numero con la targhetta e un fil di ferro. Alle tre del pomeriggio, sarà stato il 4 o il 5 di gennaio, entra un graduato della SS con l'interprete. L'interprete disse "Gianardi Mario, 113986!", "Sono presente!", "E perché non hai risposto?", "Scusi, io... vede io ho l'orecchio che mi fa un po' male, non ho capito bene, mi deve scusare". Cominciai a tremare come una foglia, tremavo... Insomma ho trovato la scusa più appropriata che mi è venuta al momento. Io avevo detto che facevo il saldatore elettrico, però il saldatore anche di leghe da farsi al banco. E lui allora mi ha chiesto "Cosa vuol dire saldatore di leghe da farsi al banco?". Io lavoravo in un'officina di artigiani e pertanto saldavo i carter delle automobili di ghisa, di alluminio, di ottone, bronzo e alluminio, quando ho detto "alluminio" mi hanno detto "Good!". Allora sono andato via con loro, mi hanno fatto scendere le scale, sono uscito dalla porta, dal Lager e sono andato sotto dove ci sono i vestiari. Nella piazza dell'appello c'erano tutti i magazzini. Mi diedero la giacca, un paio di pantaloni militari con le strisce.

Ci portarono giù a Mauthausen, ci aspettava un vagone, un treno. Sono partito verso sera, sono arrivato all'indomani sera con questo treno e mi sono venuti a prendere alla stazione con un camion. E lì al mattino, subito mi hanno portato in fabbrica.

Il terzo giorno, senza nessun preavviso, c'è stato un bombardamento. Hanno centrato la fabbrica e io e il Meister ci siamo messi sotto la lastra del banco. E' caduta la fabbrica per l'esplosione della bomba. Io ho battuto la testa, mi usciva il sangue dalle orecchie, "avevo le api", insomma... non capivo più niente. La bomba mi è esplosa vicino. Hanno fatto un tendaggio, cioè un ospedale da campo e lì mi hanno portato. Devo esserci stato senz'altro più di una settimana perché non c'erano più gli incendi, c'era molta tranquillità. Mi liberarono da questo ospedale, mi consegnarono ad una camionetta delle SS.

Quando sono arrivato a Vienna non c'era più da andare a saldare l'alluminio. Lì mi hanno messo a fare il saldatore elettrico in una fabbrica di autocingolati. Saldavo le ruote dei cingoli insieme ad un russo, lavoravamo dodici ore di giorno e dodici ore di notte. Nel campo dove mi trovavo per andare a dormire non c'era neppure un italiano. Erano tutti jugoslavi, polacchi, russi. Il 2 di aprile del 1945 siamo partiti da Vienna per tornare a Mauthausen, a piedi.

Dopo quattro, cinque giorni si cominciavano a far sentire i morsi della fame perché eravamo completamente tutti a digiuno. Allora cominciavamo a mangiare quello che ci capitava. Sapete... quelle radici, quella cicoria selvatica che fa i fiori gialli.

Ci fermavamo vicino ai ruscelli per dissetarci, c'era la terra argillosa, gialla... è dolce sì... è buona la terra gialla... E c'erano i salici. I salici... Vedevo che i russi staccavano la corteccia, la masticavano, poi la rigettavano, però il succo lo inghiottivano, io ho provato, era amara, però mi sforzavo anch'io, ho pensato "Se la mangiano loro, la posso mangiare anch'io!". Insomma poi si piantava uno stecco in terra e venivano fuori i lombrichi e mangiavamo i lombrichi.

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 Sono arrivato a Mauthausen che ero sfinito... Non c'era più posto. Ci portarono indietro e ci fecero andare a Gusen, Gusen 1. Sono arrivato il 30 aprile a Gusen, il 5 maggio siamo stati liberati, però io ero così sfinito che una volta entrato nel blocco mi sono adagiato... C'erano questi castelli... Il primo al pian terreno vicino alla stufa, mi ci sono adagiato e non mi sono più mosso. Gli americani fuori dal Lager dove c'erano le SS hanno allestito un ospedale da campo, io non mi reggevo in piedi... Mi hanno preso, mi hanno fatto delle flebo, pesavo trentadue o trentacinque chili.

 C'era la partenza per l'Italia. Dovevamo andare a Mauthausen, io ero febbricitante, ma pur di andare in Italia sono partito per Mauthausen e lì la febbre è salita, allora mi hanno dato qualche aspirina perché avevo i brividi di freddo... Ci portarono con i camion a Linz e ci fanno fare una scarpata... C'era della carbonella, sa della ferrovia, con i vagoni merci... Quando sono salito ho perso i sensi e sono rotolato giù. Mi hanno portato all'aeroporto su un trimotore della Croce Rossa Italiana, sennonché, portavano gli ammalati con l'aereo della CRI, quando io sono salito sull'aereo il medico si è accorto che la mia era una malattia infettiva e allora, per non far fare la quarantena agli altri, mi ha fatto sbarcare e sono andato a finire all'ospedale.
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Lì feci la quarantena e fu la mia salvezza perché lì mi poterono curare... Ci imbarcammo subito su questi camion. Ci portarono alla stazione, arrivammo a Bolzano, da Bolzano arrivammo a Pescantina, un po' con i treni… E infatti arrivammo fino a Tortona... Da Tortona a Genova in treno. Io sono rientrato il primo di agosto, dopo di me non è rientrato più nessuno.



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