Sergio Rossetti


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Sergio Rossetti
nato a La Spezia nel 1927, residente a La Spezia


Arresto
effettuato da due borghesi e due militari della Guardia Nazionale Repubblicana, il 21 novembre 1944, in seguito a un rastrellamento

Carcerazione
- a La Spezia, nella Caserma Flage e nella Caserma XXI Reggimento Fanteria
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen matricola n.123.404

Liberazione
avvenuta a Mauthausen il 5 maggio 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
avvenuto su dei camion militari
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La testimonianza
Io mi chiamo Sergio Rossetti, sono nato a La Spezia il 23 novembre del 1927.

 Io abitavo in un paese qua vicino, Buonviaggio, un paese bello, come il suo nome. Tutte le mattine partivo per andare a lavorare in Arsenale, nello stabilimento militare, e si andava a piedi da Buonviaggio a Migliarina, dove si pigliava il tramvai, in un posto distante da casa mia due chilometri e un bivio da cui adesso si va all'ospedale, c'era un posto di blocco, c'era la Guardia Nazionale Repubblicana. Io avevo appena diciassette anni. Mi hanno fermato, mi hanno messo insieme agli altri amici che conoscevo. C'erano: Alfredo Boni, Rino Cherla, Vittorio Morelli, Antonio Paroncelli e Giuseppe Monteverdi, di un paese vicino. Ci hanno incolonnato tutti insieme lungo la statale della Cima, così chiamata. Dal ponte dove ci hanno fermato siamo andati in uno stabilimento militare distante cinquecento metri, era della Marina, c'era un deposito di mine, siluri e ci hanno portato là dentro, era chiamata la Flage. Lì hanno cominciato a chiamare, a fare i primi interrogatori.

 Finita questa prassi, ci hanno caricato in cima a dei mezzi tutti coperti coi teloni, e ci hanno portato alla 21° Fanteria. Lì ci hanno messo nelle celle. Il giorno 22 o il 23 di novembre, ci hanno caricato su degli automezzi coperti e ci hanno portato al ponte Pirelli, vicino a Canterina. Era un ponte militare, dove caricavano munizioni e scaricavano munizioni... Dopo c'era il binario che andava alla polveriera Vallegrande. Disposti tutti in fila, c'era una motozattera ad aspettare lì. Via mare con la motozattera siamo arrivati al porto di Genova. A Genova ci hanno caricato in cima a questi automezzi e ci hanno portato alle carceri di Marassi. Lì ci hanno portato subito nelle celle. È arrivato poi il momento del processo e dell'interrogatorio. Quando è arrivato il mio turno, vado dentro... C'erano Battisti e Morelli, che erano della polizia giudiziaria e picchiavano davvero quelli lì! C'era un tedesco, che scriveva a macchina, e un altro militare, adesso non so di che rango fosse, se era italiano o tedesco. Ero in piedi e ai lati c'erano questi due che avevano anche due nerbi in mano, mi ricordo. Hanno voluto sapere nome e cognome, dove lavoravo, la famiglia, di che religione ero, lo stesso interrogatorio che avevo subito la prima volta. Era già tutto predisposto e programmato. Dietro di me c'erano quelli che accusavano. Poveracci, anche loro erano stati picchiati! Facevano il doppio gioco, anche loro; quando ti fanno delle torture, dire di no costa ancora di più, e insomma ti accusavano. Infatti mi hanno accusato... Il prete di Migliarina mi aveva dato il fucile, il lancio di manifestini, il sabotaggio dei magazzini di Ceparana, l'uccisione di una guardia nazionale dietro una batteria dove vivevo... Insomma sette accuse! E difatti quando ho detto "Ma io ero ancora un ragazzo, andavo a lavorare in Arsenale, cercavo di fare il mio dovere", mi è arrivato un calcio negli stinchi. Dico la verità, non dico che mi ha bastonato, mi è arrivato un calcio negli stinchi e basta. Ho dovuto firmare questo foglio, la condanna a morte, come hanno fatto tutti.

 Una mattina ci hanno messo in colonna tutti quanti, hanno riempito due corriere, ci hanno ammanettati sinistro con destro, come tanti briganti, legati con la catena, e tutti avevano le valigie. Siamo arrivati a Bolzano, siamo stati scaricati lì e siamo andati nel… Avevo il numero, mi sembra ottomila ottocento e ... Non mi ricordo di preciso... E il triangolo rosso. Per prima cosa ci hanno fatto i capelli da "zucca pelata". Il 31 gennaio del 1945, tutti in fila... Eravamo mi pare seicentoquaranta, seicentocinquanta, tutti in fila con le valigie in mano però guardati sempre dai tedeschi e dai cani sempre al guinzaglio. Il cane per loro era familiare, era la base principale.

A Bolzano, a primo avviso, si costeggiava la ferrovia, difatti distante abbiamo visto il treno merci. Per farci salire sul vagone hanno fatto come uno scalandrone di legno, e ai lati c'erano sempre gli aguzzini che cercavano di picchiare coi calci, con il moschetto, con le mani, con tutto. Dicevo prima... Io avevo diciassette anni e cercavo di... C'era della gente anziana, malata, zoppa, che purtroppo ha subito quello che ha subito. Dentro il vagone abbiamo trovato tutto pieno di paglia, penso che eravamo dentro una settantina... Nel nostro vagone c'era questo vigilante, poverino, con la gamba menomata e un altro, Carmé, che era becchino e che è morto lungo il percorso, era moribondo quando è arrivato alla stazione. Bene, ci hanno caricati e via. Abbiamo fatto quattro giorni e quattro notti senza mangiare e senza bere, si mangiava la neve che si trovava attaccata al treno. Dentro il vagone, in un angolo, c'era un mastello dove facevamo i nostri bisogni.

Ricordo che prima che il treno si fermasse, si iniziava già a sentire gli urli, non si capiva però... Erano urli di cattiveria, di fare presto, di sbrigarsi, insomma si vedeva dai movimenti... Si vedevano tedeschi e cani al guinzaglio. Siamo arrivati in questa stazione, siamo usciti tutti. Dalla stazione si vede la scritta "Mauthausen". Non si sapeva mica che Mauthausen era rinomata perché c'era quel campo. Ci hanno messo tutti insieme, cinque, sei, con le nostre care valigie in mano e invece di fare la strada principale di Mauthausen ci hanno fatto fare una strada secondaria, piena di neve, era una strada sterrata. Siccome i civili tedeschi non sapevano niente di questi campi di concentramento, lungo il percorso ci aspettavano... Ai lati della strada c'erano donne, uomini, bambini, vecchi. Quello che ci è arrivato addosso, palle di neve, pezzi di sassi, sputi, "Badogliani, traditori!"... Insomma tutto quello che hanno potuto vomitare, l'hanno vomitato.
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Si va su, e siamo andati proprio dentro al campo di concentramento. Si va su per la porta, si gira sulla destra e dopo si va verso il cosiddetto muro del pianto. Entrando nel campo, ho girato la testa per vedere e ho visto, con la catena che c'è all'ingresso... C'era un uomo, ma non ho visto se era legato, ho detto "Sarà fermo lì", invece ho visto che era legato con una catena. Arrivati in questo piazzale lungo, mi ricordo che c'erano trenta, quaranta centimetri di neve... La neve che c'era... Un manto bianco... Penso che saremmo stati in trecento lì, una parte sono rimasti sotto ad aspettare un altro turno. È venuto il tedesco a parlare con l'interprete e ci hanno detto di depositare tutte le valigie. Dopo un altro ordine: spogliarsi tutti nudi, togliersi tutti gli indumenti, tutti. Uomini, grandi, piccoli... Ho visto di quelle scene, un po' commoventi. Volevano tenersi una fotografia della moglie o del figlio, o del nipote, niente… Lasciare tutto lì perché, guai se trovavano qualcosa addosso, erano punizioni tremende.

Tutti in fila giù per quella scaletta ma non sapevi mica dove andavi, sempre destinazione ignota. Però ai lati di questa scaletta, sia a destra sia a sinistra, non c'erano militari, erano borghesi, prigionieri come noi. Si cominciava già ad assaggiare le botte del campo. Infatti siamo entrati dentro, c'erano i barbieri con le macchinette... Testa pelata... A me hanno fatto la Strasse in mezzo, tutti i peli sulle braccia, tutti rasati, e dopo sotto le docce, docce calda e fredda. Tornati fuori, ci hanno spogliati tutti nudi. Ci hanno dato... Mi ricordo che ho preso un paio di pantaloni e una camicia, mutande niente... Ho preso un paio di zoccoli con la striscia, e dopo mi sono capitati un paio di zoccoli un po' più robusti e li ho presi. Lì abbiamo finito di vestirci alla bene e meglio e ci hanno portato al blocco della quarantena. L'immatricolazione... Non mi ricordo bene com'è andata, so che era una striscia bianca col numero, io avevo il 126.404. Dopo c'era il triangolo rosso con la sigla IT, dopo davano una piastrina di ferro legata col filo.

Ma ci sono diverse cose da raccontare... Nel blocco della quarantena, un giorno, mancavano due deportati all'appello. Non so di che razza erano, erano due deportati come noi, infatti siamo stati quasi tre o quattro ore fermi lì all'appello; hanno girato dappertutto e li hanno trovati. Li hanno portati dentro... C'era la porta dove adesso c'è un cancello, una volta c'era una porta chiusa di legno, non vedevi niente, vedevi solamente baracche e cielo, baracche e cielo, apparecchi andare avanti e indietro però non sapevi dove andavano, se andavano ad ovest o andavano ad est... Insomma li hanno presi questi due poveracci qua. C'era il tedesco delle SS col cane, li hanno presi di petto, li hanno buttati contro il muro perimetrale del campo, sono rimasti un giorno e mezzo questi ragazzi qua, morti lì così.

Quando era finito l'appello, verso mezzogiorno, ci davano la zuppa: tutti in fila, si cercava sempre di andare a cercare in fondo, perché era più densa. Però a volte ti capitava, a volte non ti capitava e dovevi prendere quello che ti dava la gamella. C'erano tanti prigionieri, però una gamella a testa non c'era... Erano gamelle smaltate, tutte arrugginite, tutte brutte. Io, in tre mesi che sono rimasto a Mauthausen, il cucchiaio non l'ho mai visto, si mangiava con le mani perché bisognava far presto a mangiare, perché gli altri aspettavano che finissi di mangiare, perché si doveva passare la gamella a un altro. Si doveva pulire bene, perché era solamente quella lì. Finito il cibo di mezzogiorno, arrivava la sera. Alla sera davano il pane. Si mettevano fuori vicino al tavolo, tagliavano questo pane a fette - quei pani tedeschi - non so se era alto due centimetri o un centimetro. Davano un pezzetto di margarina, un po' di marmellata o qualche pezzetto di salame, il pranzo era quello lì. Ma quando finivano di tagliare il pane su questa coperta, sbattevano la coperta e tutti gli saltavano addosso per mangiare le briciole.
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A volte, poi, uscivo dal campo a lavorare, però non sapevo dove andavo. Andavo distante cento, duecento metri, sempre guardati dai tedeschi in divisa, però non sapevo dove andavo ma era proprio fuori dal campo...

 A un certo momento, qualcosa era migliorato, e non si vedeva più quelle angherie che facevano. Però vedevo che i morti diventavano sempre di più e, infatti, ogni tanto la mattina si portavano su cinque o sei morti, poi arrivava il carretto e li portavano via. Abbiamo visto che sono cambiate anche le sentinelle, non si vedevano più le SS, si vedevano le cosiddette guardie territoriali. Ci siamo accorti così che arrivava la liberazione. La liberazione è avvenuta il 5 maggio... L'abbiamo saputo dopo che era il 5 maggio, perché lì si perdeva anche la cognizione del tempo... I mesi, i giorni della settimana non si sapevano. Sentivamo le grandi urla della folla, tutti i deportati andavano nella piazza principale del campo e abbiamo visto una camionetta militare con cinque, sei soldati a bordo con l'elmetto. Erano soldati, non quelle divise marziali che avevano i tedeschi, non so se erano americani o russi, però erano truppe che liberavano il campo. Ho iniziato a mangiare, hanno portato fuori del pane, delle uova, una zuppiera di carne di maiale.

 Siamo partiti il 2 giugno del 1945... Io cinquantacinque anni fa ero per la strada che ritornavo... Abbiamo viaggiato su dei camion, tipo militari americani, che hanno la pedana sia a destra che a sinistra, un po' in treno, un po' a piedi. Mi ricordo che siamo arrivati in un posto di ristoro. Era un campo francese, mi ricordo che c'era la bandiera francese, ho detto a Vasoli "Ma guarda un po', dopo sei mesi si dorme in un lenzuolo bianco!".
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Siamo arrivati a Innsbruck, ci hanno messo in un campo. Era pieno di pulci e pidocchi, c'era poco da fare, non c'era altro posto. Venivano lì gli americani con le pompe a disinfettare, e dopo siamo ripartiti; siamo arrivati ai confini tra l'Italia e l'Austria. Eravamo sempre in cima a questi camion tipo militare, infatti si vedeva la bandiera italiana e la bandiera austriaca, l'autista ha detto "Siamo arrivati in Italia", allora siamo scesi tutti e abbiamo baciato la bandiera italiana. A camminare facevo fatica perché ero debole, però volevo andare a casa mia. Da Bolzano in un'altra città siamo andati col treno. Ad un certo punto il treno si è fermato perché non poteva più andare avanti, allora siamo andati con le corriere, ci hanno portato alla stazione centrale di Milano. A Milano siamo andati in un posto di ristoro, ci hanno dato da mangiare e da bere. Dopo siamo ripartiti e siamo arrivati a Genova; a Genova siamo andati in una Curia vescovile. Da Genova a La Spezia abbiamo preso un camion che andava verso Livorno, un camion di fortuna, e siamo arrivati a La Spezia.



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