Aldo Marostica


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Aldo Marostica
nato a Castagnaro (VR) nel 1925, residente a Loano (SV)


Arresto
effettuato dai fascisti, il 27 marzo 1944 a Sesto San Giovanni (MI) per aver partecipato a uno sciopero operaio

Carcerazione
- a Milano, nel Carcere San Fedele e nel Carcere San Vittore
- a Bergamo, nella Caserma V Fanteria

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n. 61.685, poi a Gusen 1 e a Gusen 2 (sottocampi di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta a Gusen 2 il 5 maggio 1945 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza
Mi chiamo Aldo Marostica, sono nato a Castagnaro, in provincia di Verona, il 3 novembre del 1925.

 Mi hanno arrestato il 27 marzo 1944. Il motivo dell'arresto è lo sciopero, come tutti gli scioperanti del 1° di marzo. Prima di essere arrestato, però, portavo le armi ai partigiani, con la motocarrozzetta della FALK... Andavo su a Macugnaga, in provincia di Domodossola. Io avevo due denunce: una per lo sciopero e una per le armi ai partigiani. Mi hanno arrestato i fascisti, mi ricordo che erano in nove, sono venuti in piena notte.

 Mi hanno portato al Commissariato, in viale Marelli a Sesto San Giovanni, comandato dal Commissario Di Spirito... Strada facendo, hanno preso altri due o tre, nella via lì, e ci siamo trovati una quarantina di arrestati quella notte. Erano quasi tutti della FALK, qualcuno della Breda e della Pirelli. Ci hanno portato nel carcere di San Fedele, sempre nella notte. San Fedele era un carcere vicino al Duomo. Dopo due o tre giorni ci hanno portato al carcere di San Vittore, nel V Raggio. Da San Vittore, ci hanno portato a Bergamo, non ricordo se in via Colleoni o alla caserma Colleoni… C'erano i tedeschi, ma della SS.

 Il 5 aprile, hanno fatto questo treno di carri bestiame e siamo partiti da Bergamo per Mauthausen. Mi sembra fossimo quattrocentoquaranta, però in certe liste che vedo c'è scritto duecentottanta, ma a me sembrava che fossimo di più e tra noi c'erano anche quaranta donne, tra le quali due di Cinisello.

Prima di partire sono venuti mio padre e mia madre a portarmi tutta la roba, perché tutti pensavamo che si andasse a lavorare... Però, ho sempre pensato, nel mio piccolo, nella mia giovinezza, che se andavamo a lavorare, perché ci dovevano portare via di notte? Perché ci portavano nelle carceri? Per questo non ho mai creduto di andare a lavorare... Pensavo sì di non andare a lavorare, ma non di finire in un posto così. Quando sono venuti mio padre e mia madre a portare questo sacco di roba, l'ho fatto portare indietro, sono stato l'unico, fra tutti i deportati, a far portare via la roba, perché immaginavo che si andava a finire male, anche se non così male, però. Sul treno, durante il viaggio, io e Mancini, Antonio Mancini, un amico di mio padre, volevamo scappare, però gli altri, nel vagone, non volevano, perché dicevano: "Poi vanno a prendere i nostri, poi c'è la ritorsione". Specialmente uno diceva "Mia moglie, mia moglie...". "Ma che mi frega di tua moglie, tua moglie è a letto che dorme tra lenzuola belle e pulite e tu sei su un carro bestiame in mezzo alla paglia!". Che facevamo... Cercavamo di scappare, di non far arrivare il treno, però nessuno ci ha creduti. Così, in piena notte, quando tutti dormivano... Il treno andava talmente adagio, verso Tarvisio, che si poteva scappare senza problemi... Allora Mancini mi alza di peso e io comincio, con una bottiglia d'acqua che avevamo lì… C'erano due pezzi di legno inchiodati dall'esterno, dall'interno ho cominciato a picchiare su uno, in modo però da non staccarlo completamente, ma alzarlo appena. Quando poi ho cominciato a picchiare sull'altro, nella foga di picchiare mi si è spaccata la bottiglia, che ha fatto baccano. È venuta anche giù l'acqua che ha bagnato gli altri e la fuga non si è fatta. Una SS passava sempre a vedere dai finestrini; per fortuna, quando non siamo riusciti a scappare, abbiamo ripreso questi legni e li abbiamo ritirati, in modo che non se ne accorgesse. Quando siamo arrivati a Mauthausen, nel campo, poi tutti dicevano: "Avevano ragione Mancini e Marostica, lo dicevano, ma nessuno l'aveva pensato prima".
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Arrivati a Mauthausen, ci hanno fatto scendere alla svelta, con dei calci. Ci hanno incolonnato per mandarci nel campo. C'erano degli anziani che non ce la facevano...

Dal portone principale, appena entrati, abbiamo già cominciato a prendere delle botte; entrando, abbiamo girato subito a destra e poi a sinistra... A destra c'era quel famoso muro del pianto, che adesso è pieno di fotografie. Siamo entrati lì, poi ci hanno incolonnati. Abbiamo già cominciato a prendere lì le cose... Intanto che aspettavamo le sei del mattino per la conta... Al primo imbrunire, quando si cominciava a vedere qualcosa... C'erano degli aguzzini che ci guardavano continuamente e dicevano "Se avete questo, se avete quest'altro"... Tra l'altro, uno tra i deportati parlava tedesco, ma nessuno si fidava ad ascoltare quello che dicevano. Quando poi sono arrivate le SS, hanno cominciato a gridare di mettersi in fila tutti. C'era un vecchietto che non si metteva in fila bene - ricordo che di matricola era cinquecento e qualcosa, ma non ricordo gli altri numeri, era uno dei primi deportati lì a Mauthausen - così un aguzzino gli ha dato una sberla... A fianco lì c'era uno che si chiamava Chiona - non ho mai dimenticato il suo nome, un giovanottone che era sposato, con due bambini - che, non sapendo cosa fosse questo campo, ha preso l'aguzzino e l'ha picchiato. Questo qua si è messo a gridare e ha chiamato le SS, che hanno portato fuori questo Chiona e davanti all'entrata, prima delle docce, gli ha fatto mordere dal cane le gambe... Gli urli che faceva... Ma chi si muoveva ad andarlo a difendere, era impossibile. Poi l'hanno rimandato sempre nella fila. Dopo un po' hanno portato dei sacchi di carta, in cui ognuno doveva mettere il suo vestiario, tutto quello che aveva, con l'ordine di non nascondere niente, specialmente l'oro e i soldi. Io non avevo niente, mentre questo mio amico, questo Mancini che lavorava con mio padre, aveva un orologio, un Tavanes - ricordo ancora il nome - e, piuttosto che lasciarlo a loro, l'ha schiacciato e poi l'ha messo dentro.
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Dopo aver fatto la doccia, ci hanno rasato i capelli e depilato tutte le parti del corpo; dopo, siamo tornati nell'anticamera delle docce, dove c'erano i vestiti. Ci hanno dato una camicia, un paio di mutande e degli zoccoli olandesi, che erano talmente mal fatti che, mettendo il piede dentro, se non era la tua misura ti faceva male, ma bisognava metterli per forza. Ci hanno dato anche un lamierino con il numero di matricola - il mio numero era il 61685 - l'hanno attaccato loro, fissandolo con un pezzo di fil di ferro. Quello che lo metteva diceva "Da questo momento, tu non ti chiami più col tuo nome, ma sei questo numero, quando ti chiamano, ricordati il numero"... Ma saperlo, il tedesco!

Poi via di lì ci hanno mandato di corsa nei famosi blocchi di quarantena... Nel blocco di quarantena, nel blocco diciotto. Poi ci hanno messo nel blocco cinque, dal cinque siamo arrivati all'otto... Era la vigilia di Pasqua... Dall'otto siamo poi partiti da Mauthausen per Gusen, questo il giorno 28, 29 di aprile, mi pare il 29 di aprile. Durante quei venti giorni di quarantena... Un giorno, ci hanno mandato in una cava a portare dei massi... Eravamo quattro, forse cinquemila, una biscia che non finiva più... Tutti in cava a portare le pietre, per finire il terzo campo... Noi eravamo nel secondo campo e lavoravamo per fare il terzo. Ognuno raccoglieva la sua pietra e se la metteva in spalla. Bisognava prenderla grossa, perché se la prendevi piccola, erano legnate e basta.

Il giorno in cui siamo partiti per Gusen, ci hanno dato la giacca e i pantaloni, e nella giacca e nei pantaloni c'era un pezzo di stoffa, che non hanno dato a noi, era già cucito col nostro numero. Arrivati a Gusen 1, ci hanno mandati al blocco 32. C'era d'andare a lavorare a San Giorgio, e c'era da prendere un treno. C'erano da portare dei tronchi d'albero, dalla stazione ai vagoni, che venivano poi portati all'entrata delle gallerie, dove c'erano dei falegnami che tagliavano queste piante, in base alla lunghezza dei pali che servivano per fare le gallerie. Pioveva dalla mattina alla sera. Pur essendo il mese di maggio, c'era il nevischio, c'era vento... Eravamo tutti bagnati fradici, ci andava l'acqua dappertutto. Ti fermavi quella mezz'ora... Per quel poco di acqua e rape. Tornavi alla sera e ti stringevi tutto il vestito, mettevi sotto la testa; la mattina ti svegliavi ed eri per metà gelato, perché dormivi sul bagnato.

C'era un freddo tremendo. Ci facevano andare a piedi scalzi... La neve era alta mezzo metro, ma il ghiaccio era venti centimetri, perché i deportati schiacciavano la neve. Per una mezz'ora, dovevi andare a lavarti e alle volte non veniva nemmeno l'acqua, dovevi far finta di esserti lavato e uscire. Cose che uno non può neanche immaginare... E dopo tutti questi morti, siamo arrivati al giorno 24 di aprile... Dato che arrivavano altri deportati da altri campi... Sono arrivati anche molti ebrei da Budapest, quattrocentomila ebrei, sono finiti in maggioranza a Mauthausen, Ebensee e Gusen... Sono finiti lì. Arriva il 24. Alla sera, come siamo arrivati dal lavoro, abbiamo visto sei o settecento deportati, tutti magri, denutriti, con la coperta in spalla senza vestiti. Durante la sera, li hanno fatti uscire. Prima, hanno chiuso tutte le baracche, tutto chiuso, che non si poteva vedere niente o sentire niente. Li hanno fatti uscire e li hanno portati nel campo delle patate, tra Gusen 1 e Gusen 2 - non c'era un chilometro e mezzo di distanza, c'era appena mezzo chilometro di distanza, si vede che non fa un chilometro e mezzo - li portano lì… A Gusen 1 un muro di recinzione, mentre a Gusen 2 non c'erano dei reticolati, che non erano neanche elettrificati... Li hanno portati là e uccisi a colpi di ascia e a bastonate, hanno fatto una carneficina… Sentivamo le urla, ma le sentivamo in lontananza, perché tutto era chiuso. Quando ebbero finito, il mio capo mi dice "Hanno ammazzato tutti quelli che erano lì e adesso li portano via". Ma dove li hanno portati, non si sa.
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A Gusen 1, ho conosciuto anche un sacerdote, Narciso Sordo... Anche lui, con quel lavoro massacrante, non poteva durare tanto... Infatti è morto. Tra le tante cose che ho visto... Pochi giorni prima che aprissero Gusen 2 - il 14 di maggio del '44 è la data dell'apertura ufficiale - mi mandarono alla cava di Gusen, era tremenda, non c'era la compagnia di disciplina, ma era bestiale, sotto l'acqua, il freddo e il vento, portare pesi... C'erano dei vagoncini che portavano al frantoio - c'è ancora adesso, infatti l'ho visto poco tempo fa - dove venivano portate queste pietre. Erano i Kapò che erano tremendi, che picchiavano continuamente, urlavano sempre, vivevano da balordi... Oltre all'acqua, al freddo e al vento, erano sempre loro che massacravano tutti.

 Arrivato il cinque maggio, era un sabato, alle cinque della sera, sono passati questi americani, della Croce Rossa, con una bandiera bianca... È successo il finimondo... Per la gioia di essere liberi...

 Siamo stati un bel po' a Gusen 1, dove ci hanno disinfettati con DDT. Poi ci hanno portato a Mauthausen, e dopo siamo partiti verso il 23, 24. Con i camion ci hanno portato a Linz, dove abbiamo preso il treno e siamo andati a Salisburgo, poi a Innsbruck. Nel tratto da Salisburgo a Innsbruck, ci siamo dovuti fermare, perché si era rotta la motrice del nostro treno. Per fortuna c'era uno - che si chiamava Zerbinati, di Sesto San Giovanni - che avvisò i miei. Poi ci hanno portato a Innsbruck in un campo... Avevamo tanta fame, perché siamo rimasti fermi due giorni. Siamo andati in questo campo, dove c'erano dei militari italiani, poi siamo ripartiti di nuovo da Innsbruck e siamo venuti col treno a Bolzano. A Bolzano trovo dei miei amici, che lavoravano con me alla FALK, e poi ci hanno portato a casa. E lì finalmente è finita.



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