Antonio Arnaldi


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Antonio Arnaldi
nato a Finale Ligure (SV) nel 1925, residente a Finale Ligure (SV)


Arresto
effettuato dai carabinieri di Finale Ligure, il 1 marzo del 1944, per aver partecipato a uno sciopero operaio

Carcerazione
- a Savona, nella Caserma Ospizio Cremasco
- a Genova, nel Carcere della Villa di Negro
- a Milano, nel Carcere San Vittore
- a Bergamo, nella Caserma V Fanteria

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.58.673, poi a Gusen 1, a Gusen 2 (sottocampi di Mauthausen), poi nuovamente a Gusen 1

Liberazione
avvenuta a Gusen 1 nel maggio 1945 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
avvenuto su un camion di militari, fino a Linz, e su una tradotta, fino a Innsbruck
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La testimonianza

Sono Antonio Arnaldi, nato a Finale Ligure Marina 15 gennaio 1925.

 Sono stato arrestato dai Carabinieri di Finale Ligure il 1 marzo 1944 in seguito a uno sciopero generale in tutta l'Italia e portato subito all'ospizio Cremasco insieme agli altri arrestati della provincia di Savona. Mi hanno arrestato a casa, di notte.

 Siamo rimasti all'ospizio una notte e mezza giornata. Poi sono arrivate le tradotte, ci hanno caricati su due tre vagoni e portati a Genova alla Villa di Negro. Era la villa sequestrata a un ebreo dove c'era tutto il comando tedesco con le impiegate, i dottori e tutto. Hanno fatto una selezione. Cento li hanno spediti l'indomani a Sesto San Giovanni, e dicevano che li mandavano come lavoratori liberi in Germania. Noi sessanta ci hanno tenuti a fare delle visite perché dicevano che eravamo malati, e che in Germania non volevano i malati. Invece un giorno ci hanno preso e ci hanno portato a San Vittore a Milano.

Lì siamo stati tre notti e tre giorni, poi hanno aperto le carceri e ci hanno mandato a Bergamo, alla caserma Colleoni. Lì siamo stati cinque o sei giorni dormendo nella paglia e mangiando poco, finché un giorno sono arrivati altri prigionieri di Milano e di Torino e ci hanno caricati su carri bestiame alla stazione di Bergamo. Destinazione Germania. Con noi c'erano anche una ventina di donne e una quindicina di preti. Alla frontiera ci hanno dato una minestrina e basta.

 Arrivati alla stazione di Mauthausen, sono venute a prenderci le SS, ci hanno messo in fila per cinque e siamo saliti su fino al campo di concentramento. Come entravi prima di toglievano i capelli e i peli da tutte le parti, poi ti davano il petrolio e ti mandavano a fare la doccia. Finito di fare la doccia bello nudo passavi da un'altra parte, ti vestivi con mutande e camicia, poi ti sceglievi un paio di scarpe, zoccoli olandesi, quello che c'era e in fretta, perché loro non avevano tempo di aspettare e picchiavano. Poi cinquanta per volta ci portavano nella baracca.

In quarantena siamo rimasti quattro o cinque giorni, forse meno. Poi un giorno ci hanno dato calzoni e giacca e il numero da imparare a memoria, subito. Il mio numero era 58.673. Ci hanno dato la striscia con il triangolo, il numero lo mettevi nei calzoni, e qui al braccio una lamiera. Un pomeriggio ci hanno dato un cappottino, un paio di calze, un pezzo di pane e di margarina e siamo scesi giù a Gusen 1. Lì ci hanno messo in una baracca di quarantena. Dovevamo costruire un altro campo, che sarebbe stato Gusen 2. Immaginate di vedere un posto nudo e di dover fare uscire al completo baracche, strade, tutto. In quaranta giorni ci abbiamo lasciato quaranta morti. Picchiavano dalla mattina alla sera, c'erano persone che non erano capaci di lavorare con pala e piccone, erano intellettuali, sai come li picchiavano.

Quando sono ritornato a Gusen 1 mi hanno sistemato alla Steyr una fabbrica che faceva rivoltelle, canne di fucile, canne di mitragliatrice. Si lavorava sempre dodici ore di giorno o dodici ore di notte, continuamente. Poi c'era la Messerschmitt, un'altra fabbrica, e poi c'erano quelli che lavoravano in campagna o nella cava. Io lavoravo alla baracca 2 e facevo le canne di fucile. Alla Steyr venivano anche alcuni civili, in un primo tempo venivano e alla sera andavano a casa, più avanti li facevano dormire lì anche loro.

La mattina ti svegliavi alle quattro e mezzo d'estate, alle cinque e mezza d'inverno. Andavi a lavarti la faccia al Kapòwascheraum, senza né sapone né asciugamano, e una volta lavato ti mettevi la camicia. Rientrato in baracca ti davano, se lo volevi, ma in tanti non lo volevano nemmeno, un po' di caffè che era acqua scura del Danubio, questo era. Il kapò ti mandava fuori perché dentro gli davi fastidio, e prima delle sei c'era l'appello. Se i conti erano giusti l'appello finiva in dieci minuti, un quarto d'ora, se mancava qualcuno dovevi rimanere lì finché non lo trovavano. Quando lo trovavano lo portavano lì perché anche lui era un numero, se eravamo in novantanove lui era il cento. Finito l'appello ti mettevi in colonna e andavi a lavorare, quelli che avevano fatto la notte scendevano, e tu salivi. A mezzogiorno ti davano un litro di zuppa di rape e continuavi a lavorare, alla sera alle sei scendevi nel campo, ti davano quel po' di pane diviso in quattro, in sei o in dieci, a seconda, e una fettina di margarina, il caffè non lo prendevi perché aveva l'effetto di farti andare al gabinetto e nient'altro. Poi quando dicevano di andare a dormire andavi a dormire, se non c'era il controllo dei pidocchi. Questa era la giornata. Ogni tanto facevano questo controllo dei pidocchi, perché avevano paura del tifo petecchiale, ma non si capisce a cosa servisse visto che ne avevamo pieno il corpo. Il primo che alzava la mano andava e dava la camicia e le mutande da controllare.
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Ogni mese passava il capo del campo, insieme al direttore della Steyr e al capo della baracca. Dicevano 'questo fa una lavorazione grossa, questo un po' meno, questo ancora meno'. A quello più grosso davano due marchi, un pezzo di carta da consegnare allo Schreiber quando entravi nel campo. Due marchi volevano dire venti sigarette. Un marco dieci, mezzo marco cinque. Quando arrivavano le sigarette ti chiamavano, ti prendevi la razione, però di dieci una la voleva già il kapò che era lì che ti aspettava, e ne rimanevano nove. I primi tempi qualche sigaretta la si fumava, dopo si tenevano per comprare le zuppe, la margarina e queste cose qui. Se di sigarette ce n'era parecchie il mercato era più debole, se no diventava più forte. Però poi se a un certo momento il kapò non ne aveva più e gridava, tu dovevi dargliene un'altra. In poche parole di dieci te ne rimanevano poche.
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Al campo il più giovane di tutti era un ragazzino di Savona, Corrado, che era stato preso con il padre e aveva quattordici anni. A Gusen 1 c'erano sia il Revier che il forno crematorio, mentre a Gusen 2 non c'erano. Le ultime baracche ad essere riempite con i nuovi deportati erano la A, B, C. Proprio lì di fronte avvenivano le fucilazioni e le impiccagioni, che ci portavano a vedere nel piazzale.

A Natale eravamo a far l'appello, c'era l'albero di Natale nel campo, tutto illuminato con i morti appesi lì, ed è suonato l'allarme. Invece di portarci nelle gallerie ci hanno messo nel fossato del campo, tutti intorno al campo. Siamo stati lì fino quasi alle due e mezza. Quando è venuta l'ora di mangiare ci hanno dato verdura cruda e basta. A Gusen, durante i bombardamenti, ci portavano in gallerie penso tra Gusen 1 e Gusen 2, dopo le ville dei tedeschi delle SS. Erano gallerie costruite dai deportati, dentro cui c'erano anche i macchinari per il lavoro.

 La liberazione di Gusen 1 è stata di domenica. Le voci erano già circolate perché i fronti erano vicini. Eravamo nel campo e in un momento le SS erano già scappate, sparite. A mezzogiorno abbiamo sentito un carro armato, qualcuno è salito sulla baracca per vedere ed è arrivata ancora una raffica di mitra. Erano gli ultimi che scappavano verso il Tirolo. Il pomeriggio alle cinque facevamo di nuovo l'appello, si è aperto il portone del campo, è entrato un carro armato e sulla torretta della fortezza è uscito fuori tutto il comando americano. Il carro armato ha fatto un giro e poi è partito per andare su a Mauthausen. E lì è stata una rovina di morti, perché in tanti si sono buttati nei magazzini dove c'era il pane e la margarina, i primi che entravano avevano il pane ma non uscivano, perché eravamo quindici o ventimila, potete immaginarvi, tutti avevamo fame. Poi ognuno si è disperso. Io con i compagni Magliano, Gavazza e Barbera siamo usciti fuori dal campo e ci siamo accostati alle baracche delle SS. Passava uno con un cavallo, ce ne siamo fatti dare un pezzo, abbiamo raccolto delle patate, e abbiamo fatto una specie di zuppa da mangiare. In poco tempo ci siamo lasciati intorno tremila morti, perché avevamo le budella piccole e a mangiare tanto le allargavi e ti prendevi la dissenteria. Poi ci hanno portato su a Mauthausen.
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 Siamo stati lì finché un giorno hanno fatto una colonna di carri e camion e adagio adagio ci hanno portato giù. Siamo passati da Linz e Innsbruck. In ogni campo in cui entravamo ci mettevano da parte e ci trattavano proprio bene. Sono tornato a casa il 26 di giugno.





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