Luigi Isola


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
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Isola Luigi
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Pierini Pietro
Ricci Raimondo
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Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Luigi Isola
nato a Varazze (SV) nel 1925, residente a Varazze (SV)


Arresto
effettuato da un manipolo di bersaglieri, il 28 luglio 1944 a Varazze (SV), perché accusato di far parte di una cellula comunista

Carcerazione
- a Savona, nel Carcere di Sant'Antonio
- a Genova, nel Carcere di Marassi
- a Milano, nel Carcere di San Vittore

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Austria, a Mauthausen, matricola n.113.009
- in Polonia, ad Auschwitz, matricola n.201.825, poi a Golleschau (sottocampi di Auschwitz)
- in Germania, a Oranienburg

Liberazione
avvenuta il 1 maggio 1945, durante la marcia della morte da Oranienburg a Berlino, da parte dell'Armata Rossa

Ritorno a casa
effettuato su un treno fino Pescantina a partire da un campo militare italiano, dove era giunto dopo uno stazionamento prima in un campo francese e poi in uno inglese
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La testimonianza

Mi chiamo Isola Luigi, sono nato a Varazze il 30 giugno 1925.

 Sono stato arrestato a Varazze il 28 luglio 1944 da un manipolo di bersaglieri. Fui condotto subito alle prigioni locali e interrogato negli uffici dei bersaglieri. Alla sera ci portarono alle carceri di Sant'Agostino a Savona, sotto la giurisdizione delle SS.

 Rimasi a Sant'Agostino circa una settimana, dopodiché ci trasferirono a Genova nel carcere di Marassi. Anche qui rimasi mi sembra otto o dieci giorni, non di più. Un mattino vennero le SS e ci tirarono fuori dalla prigione. Eravamo convinti di andare a un interrogatorio alla Casa dello Studente, invece quando siamo usciti fuori nel piazzale c'erano dei pullman che ci aspettavano, tre grossi pullman su cui ci caricarono insieme ad altri forse di altre celle. Eravamo uomini e donne e partimmo per Milano. Ero stato arrestato perché facevo parte di una cellula comunista.

Di sera si passò il ponte del Po e nella mattinata si arrivò a Milano, dove ci portarono a San Vittore. Siamo stati forse cinque o sei giorni. Un mattino ci chiamano, ci portano fuori e ci caricano su camion militari. Ci hanno stipato dentro a calci e pugni e hanno fatto tre camion. Siamo partiti per non si sa dove. Ci hanno portati a Bolzano.

 Al lager di Bolzano, come si entrava c'era una villa, una palazzina, poi quattro enormi padiglioni. Per i gabinetti avevano fatto una tettoia e dei buchi in una tavola. Quelli erano i gabinetti. Un'altra grossa palazzina serviva da magazzino. A fianco c'erano le cucine, poi c'era una specie di studio da dentista, non so a chi aggiustavano o toglievano i denti, e dietro ancora c'erano i laboratori, la falegnameria e l'officina. Lì hanno cominciato a selezionarci con i nostri documenti, a seconda del mestiere. C'era la baracca A, B, C e D. Nella baracca D avevano messo un po' di recinto davanti a un piazzale enorme, dove mettevano quelli che arrivavano e che erano di passaggio, e quelli che non servivano una volta selezionati. Io fui messo nella baracca dove c'erano i meccanici e gli idraulici. Facevo l'idraulico.
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A Bolzano c'erano anche religiosi. C'erano anche Testimoni di Geova e c'erano tanti zingari, bambini, donne, tutti. Quando venne il momento che dovevo partire, mi spostarono nella baracca da cui si sapeva che c'era la spedizione. Finito un lavoro, quando non servivi più, ti mandavano lassù. Non eravamo scontenti di andare in Germania perché eravamo convinti di andare a lavorare. Alla stazione di Bolzano c'era la tradotta che ci aspettava. Alcuni finestrini avevano le sbarre, dove non c'erano avevano tirato dei reticolati. Lì cominciammo a capire cos'era la disciplina tedesca, perché ci infilarono dentro a calci e pugni, tutto quello che potevano usare per infilarci dentro. Con noi c'erano donne e bambini. Dentro c'era di tutto.

Ci abbiamo messo cinque giorni e quattro notti, perché quando passavano i convogli, ci infilavano in un binario morto e solo quando la linea era libera si andava. Si stava delle giornate fermi in una stazione, e noi a gridare che avevamo sete, la fame certo, ma la sete! meno male che dopo uno o due giorni si mise a piovere e allora con un po' di cartone abbiamo fatto delle canaline e con un bicchiere o qualcosa prendevamo l'acqua che veniva giù dal tetto del vagone. Siamo arrivati a Mauthausen in una serata nuvolosa di novembre, con una pioggia fitta e un freddo cane. Metà siamo scesi dai vagoni, l'altra metà li abbiamo tirati giù e li abbiamo messi sulla panchina.

Arrivati al campo di Mauthausen ci fermarono sul piazzale e ci fecero attendere. Allora cominciammo a vedere qualcuno vestito con queste zebre che girava per il campo e furtivamente cercava di farsi capire. Voleva sapere se avevamo degli anelli, degli orologi, qualcosa da dare loro - poi ce li avrebbero restituiti - altrimenti i Tedeschi ce li avrebbero portati via. Io non avevo niente da dare, ma qualcuno glieli diede. Poi sparirono. Anche le scatolette di carne le abbiamo date a loro, nessuno era riuscito ad aprirle.

Ci diedero ordine di spogliarci e di mettere la roba in un angolo, che poi l'avremmo ripresa alla fine della disinfezione. Andammo dentro un salone grande tranquilli, perché non si sapeva che tante disinfezioni erano camere a gas. Saremo stati un migliaio di persone, tutto il treno che era stato scaricato. Dentro aprirono l'acqua, acqua gelata. Non si poteva evitare, se anche ci si spostava si capitava sotto un'altra doccia. Era tutto fatto apposta. Finita l'acqua fredda, acqua calda, bollente, anche peggio dell'acqua fredda perché all'acqua fredda resisti. E così per un po' di tempo, acqua fredda e acqua calda. Poi entrarono in due o tre con i rasoi. Rasatura completa dovunque c'era pelo. Mi ricordo un prete che avevo vicino, mi disse 'ho una certa età ma non avrei mai creduto di vedere uno spettacolo così, di dover finire qui così con donne e bambini nudi'. Non avrei mai detto che si arrivasse a questo punto, disse. Poi ci buttarono fuori. Manganellate ancora niente. I vestiti non c'erano più. Nudi sul piazzale per un'ora, sotto la pioggia al freddo. Poi ci portarono alla baracca 27, che dopo sapemmo era una baracca di eliminazione. C'erano dei castelli, castelli a tre piani, eravamo quattro o cinque e più seduti uno sopra l'altro, sempre nudi. Alla notte cominciarono le bastonate. Entravano dentro con secchi d'acqua fredda, tubi di gomma e cinghiate. Insomma al mattino quando ci si svegliava ce n'era sempre sei sette, anche dieci che se n'erano andati. Li tiravano fuori. Quattro giorni e quattro notti nudi, completamente senza vestiario si usciva, ci chiamavano al mattino dieci alla volta e ci infilavano col busto sotto docce d'acqua gelata. Se uno si tirava indietro c'era uno con un tubo a colpirti. Poi con un fischietto ci ordinava di uscire.
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Dopo quattro giorni ci hanno dato un paio di mutande, non di lana, ma di cotone lunghe, e una camicia, basta. Scalzi con una camicia. Ci hanno incolonnato e ci hanno portato in un ufficio. Qui dentro uno per uno ci hanno fatto una fotografia, prima davanti poi di profilo, ci hanno chiesto quello che volevano sapere, quando eravamo nati, di che religione eravamo, il mestiere che si faceva, tutto. Poi ci diedero il numero di matricola su una striscia di tela, e il triangolo con la nazionalità. Io avevo il triangolo rosso come tutti i deportati politici. Quando si uscì l'ufficiale che era lì ci disse: da oggi voi non vi chiamate più per nome, avete soltanto un numero e dovete rispondere soltanto con questo numero. Altrimenti erano castagne.

Il mio numero di matricola a Mauthausen - lo ricordo anche in tedesco perché me lo fecero imparare - era 113.009, hundertdreizennullnullneun. Al mattino ci fu il primo appello vero e cominciarono a dire i numeri. Quando arrivò il mio numero io di tedesco ero completamente a zero, non sapevo proprio niente. Quello continuava Hundertdreizennullnullneun. A un certo momento si degnò di aprire il registro. Isola Luigi? Presente! Jawohl! Komm hier, mi fece avvicinare. Achtung!, mi fece mettere sull'attenti. Poi mi sputò in fronte e con la matita copiativa mi scrisse il numero sulla fronte. Poi mi fece voltare a destra e mi sputò sulla guancia, poi a sinistra. Gira per il campo finché non sai il tuo numero! Ecco perché ho imparato il numero anche in tedesco. Quello di Auschwitz non lo so in tedesco, ma quello là l'ho imparato subito. E allora al mattino quando chiamavano bastava che dicessero Hundertdreizennullnullneun ed io Jawohl!
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Il nostro compito era raccogliere i corpi che erano in giro e quelli che arrivano di fuori e portarli al crematorio. Un mattino mi chiamarono, mi riportarono in ufficio e mi diedero il vestiario, un paio di pantaloni e una giacca zebrati, un paio di zoccoli, un paio di pezze da mettere ai piedi al posto delle calze, e un berretto. Mi dissero mettiti a disposizione perché devi andare in Polonia a Auschwitz. Quando mi dissero Polonia, Poland, mi sono detto se vado a Pola sono vicino a casa, posso anche cercare di scappare!

Ad Auschwitz il treno non si fermava fuori, arrivava direttamente dentro il campo. Lì aprivano i vagoni, si scendeva e dopo la pensilina c'era un caseggiato con un salone immenso, che sembrava una piazza. Ci infilarono tutti lì dentro. In fondo al salone c'era una balaustra di legno, con due ufficiali tedeschi e due addetti come noi, vestiti a zebre. Ero distante e non riuscivo a comprendere cosa facessero. Poi piano piano il mio turno si avvicinava, e vidi che si alzavano la manica della giacca. Toccò il mio turno e mi tatuarono la matricola qui nel braccio. Quella di Mauthausen non serviva più. Davanti a me ne erano già passati 201.824, perché io porto il 201.825.

Al mattino arrivarono con un camioncino, chiamarono e andammo via. Andammo su una montagna vicino ad Auschwitz, si viaggiò circa un'oretta inerpicandosi sulla montagna. Da una parte c'era un fabbricato, una fabbrica, e dall'altra una cava. Era un'industria di cemento, dove quasi tutto funzionava a vapore, perciò avevano bisogno di un idraulico. Divenni così un esperto dei sotterranei, perché i tubi passavano tutti nei sotterranei. Io mi ci infilavo dentro al mattino e uscivo alla sera quando suonava la campana dell'adunanza. Non c'era neanche un italiano, era tutta una colonia di ebrei greci.

Una sera la campana suona prima del previsto e ci chiediamo come mai. Bisognava radunarsi al campo. E' venuto l'ufficiale capo campo e ci dice che devono evacuare perché il fronte si sta spostando. C'è da fare quattro chilometri a piedi, prendetevi una coperta e quello che avete. Ci diedero un pezzo di margarina, e con questo si uscì. Tutto il resto andava perduto. I quattro chilometri sono diventati più lunghi, eravamo sei settecento, non tanti, ma piano piano la colonna si ingrossava, perché tutti i campi limitrofi venivano evacuati per riportarci ad Auschwitz. Si marciava, un giorno, due giorni, tre giorni, il quarto giorno si arrivò, ma anche Auschwitz era stato evacuato, c'erano solo i morti, una desolazione! Si continuò ad andare. Ogni tanto ci davano qualche cosa e si mangiava questa margarina, finché un giorno arrivammo in una stazione con un convoglio che ci aspettava. Sul treno si stette due giorni e più, come si poteva, al freddo.

Si arrivò al campo di Oranienburg vicino a Berlino, e ci fecero scendere. Ci misero a fare dei lavori a una strada, facevamo il ciottolato. Quando magari c'era stato un bombardamento a Berlino, ci mandavano a togliere le macerie e a cercare le bombe che non erano esplose. Il campo era immenso, con tanti cani dobermann addestrati a tirare delle slitte con rotelle, slitte porta ordini. Ci mandavano anche a fare la pulizia ai cani e a dargli da mangiare. Lo facevamo quando non c'erano, perché erano cani che non conoscevano altro che la divisa. Se ci fosse andato il padrone non in divisa avrebbero sbranato anche a lui. Gli mettevamo nelle ciotole la carne secca. Li mantenevano bene i cani. Allora noi aspettavamo che non ci fossero degli ufficiali in giro, andavamo alla baracca del cane e gli portavamo via le gallette e le altre cose che gli davano.

La vita della baracca era quella che potete immaginare in un campo di concentramento. Si dormiva in due in ogni letto del castello e la sera avevamo l'obbligo, quando si andava a dormire, di toglierci gli zoccoli, i pantaloni, la camicia, insomma di metterci nudi, e avvolgere gli zoccoli nella camicia e nei pantaloni che così servivano da cuscino. C'era una coperta e sotto un po' di paglia. Alla notte la sentinella che era fuori si prendeva la briga di venirci a svegliare, ci diceva aufstehen! e ci faceva vestire e uscire. Ci faceva mettere in fila, poi ci mandava di nuovo dentro. Così due o tre volte per notte, fino alle quattro e mezza del mattino. Alle quattro e mezza del mattino sveglia per tutti e appello. Ci portavano sulla piazza, pare che fossimo circa venticinquemila dentro quel campo, e quando il capo campo, prigioniero come noi, consegnava i documenti degli effettivi all'ufficiale tedesco, dava l'attenti e diceva mützen ab, cioè levarsi il berretto. Bisognava togliere il berretto e picchiarlo sulla coscia. Voleva sentire un colpo unico. Finché venivano le otto e l'altoparlante ordinava di sciogliersi e formare la colonna per andare al lavoro.

Quella era la vita del campo. Soltanto che lì non c'era il crematorio, allora i morti li accumulavano tutti attaccati e coi residui della benzina gli davano fuoco. Un bel giorno si cominciarono a sentire i Russi che arrivavano, si videro passare gli aeroplani che buttavano manifestini per incitare a ribellarsi e così cominciarono ad evacuare il campo. L'evacuazione avveniva chiamandoci con l'altoparlante, prima i Norvegesi e gli Svedesi, che erano tanti, poi hanno chiamato gli Italiani. Mi sono presentato e ho trovato otto italiani. Non erano prigionieri politici, erano prigionieri militari. Ci siamo messi insieme al gruppo dei russi, e abbiamo cominciato a marciare. Ci hanno fatto marciare giorno e notte, di corsa, perché pioveva, avevamo sempre il fronte che incalzava e volevano portarci verso gli Americani. Ci hanno fatto marciare tanto che a un certo momento la gente ha cominciato a morire. Abbiamo marciato per una quindicina di giorni, nei campi dove ci si fermava si mangiava le radici che i Russi conoscevano e cercavano.

 Un giorno ci hanno fermato. C'erano tre o quattro camioncini della Croce Rossa Internazionale. Stavamo morendo tutti, non solo noi ma anche quelli che ci accompagnavano. Ci diedero un pacco ogni cinque persone. Una sera si arrivò in un fienile, e ci fermarono lì per la notte. Ci chiusero dentro e loro andarono via. Allora io e altri due abbiamo deciso di cercare di scappare. Ci siamo riusciti, ci siamo rifugiati in un fienile e abbiamo atteso fino al primo maggio. Il primo maggio la guerra è finita, sono arrivati i Russi e allora siamo stati liberi.

 Siamo andati a Berlino con i Russi, lì ci hanno dato un carro e siamo arrivati fino all'Elba. Poi ci hanno mandato in un campo di concentramento francese, e lì sono ricominciati i guai perché non ci potevano vedere, dicevano che gli avevamo dato una pugnalata alla schiena e così via. Siamo andati avanti così fino al momento di partire, noi abbiamo cercato di andar via con loro perché il treno andava a Mentone, e da Mentone alla Liguria si poteva andare anche a piedi. Ma loro hanno fatto la spia agli Americani e ci hanno fatto scendere.

Ero stato arrestato il 28 di luglio e sono arrivato a casa al 28 di luglio dell'anno successivo. Venire in Italia è stata un'odissea, perché poi siamo andati a finire nel campo degli Inglesi, poi gli Inglesi ci hanno portato nel campo dove finalmente si riunivano tutti gli Italiani. Infine con un treno siamo arrivati fino a Pescantina. Ci hanno imbarcato sui camion e ci hanno portato fino a Milano. Di lì ci hanno imbarcato a seconda di dove dovevamo andare. Sono sceso a Genova e a Genova c'era poi il treno che veniva verso Ventimiglia. E lì è finita l'odissea.





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