Gilberto Salmoni


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
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Ricci Raimondo
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Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Gilberto Salmoni
nato a Genova nel 1928, residente a Genova


Arresto
effettuato dalla Guardia della Repubblica di Salò, il 17 aprile 1944, al Passo della Forcola (SO), da cui stava per raggiungere la Svizzera, in fuga con padre, madre, sorella e fratello, in quanto ebrei

Carcerazione
- in Valtellina, nella Caserma di Cancano, nel Carcere di Bormio, nella Gendarmeria SS di Tirano
- a Como, nel Carcere di San Donnino
- a Milano, nel Carcere di San Vittore

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Buchenwald, matricola n.44.573

Liberazione
avvenuta a Buchenwald l'11 aprile 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non assistito

Note:
- Gilberto fu deportato a Buchenwald con il fratello
- padre, madre e sorella furono uccisi ad Auschwitz
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La testimonianza

Mi chiamo Gilberto Salmoni, sono nato a Genova il 15 giugno 1928 e abito a Genova.

 Sono stato arrestato dalla Milizia, dalla guardia della Repubblica di Salò alla frontiera svizzera, il 17 aprile 1944. Eravamo in alta montagna con tutta la famiglia:, papà, mamma, mio fratello, mia sorella e il marito di mia sorella e con due guide di Bormio, Pedrazzini e Fumagalli. Abbiamo camminato tutta la notte, in bassa quota pioveva e in alta quota nevicava. Eravamo arrivati al Passo della Forcola sui 2.770 metri di altitudine. Le guide ci hanno detto che potevamo riposarci cinque minuti in una capanna e invece siamo stati sorpresi dalla Milizia.

 Siamo stati portati alla caserma di Cancano, della milizia confinaria, e poi al carcere di Bormio. Lì siamo stati due notti. Ci hanno interrogato e ci hanno sequestrato gli oggetti, orologi e soldi, che poi abbiamo ritrovato, in modo del tutto regolare.

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Dopo due giorni ci hanno portato a Tirano e siamo stati consegnati alla gendarmeria tedesca. Il giorno dopo, ammanettati e accompagnati dai carabinieri, siamo andati in treno a Como, dove ci hanno consegnato alle SS. A Como siamo stati circa cinque giorni poi siamo stati portati a Milano a San Vittore. Lì abbiamo subito un interrogatorio abbastanza duro, o meglio duro per mio fratello e mio cognato. Mio fratello aveva quindici anni più di me, e mio cognato che è cattolico avrebbe dovuto presentarsi militare alla Repubblica di Salò. A mio cognato hanno portato via due denti con una pistola in bocca e mio fratello si è preso degli schiaffoni. Io ero fuori a vedere. A me non hanno fatto un granché. Il nostro timore era che ci chiedessero chi ci aveva ospitato fino a quel giorno. Comunque non ci sono state torture particolari, solo minacce e urli.
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A San Vittore c'era un'organizzazione clandestina molto forte, che portava del cibo in più rispetto a quello che veniva distribuito dai carcerieri. Vi abbiamo passato un bel po' di tempo, almeno una decina di giorni. Tra l'altro, ci hanno portato a scavare delle bombe inesplose a Lambrate, alla Innocenti. Ci caricavano in una ventina di persone su un camion, tutti incatenati, e ci portavano lì dicendo "questo buco bisogna allargarlo fino a trovare la bomba. Mi raccomando non picchiateci sopra". Noi ci abbiamo picchiato sopra con un piccone, ma non è esplosa.

 Poi di lì siamo andati a Fossoli, dove ha giocato la documentazione che avevamo. Infatti gli altri ebrei che erano stati trasportati sono partiti, il giorno dopo o al più due giorni dopo, per Auschwitz. Noi invece siamo rimasti a Fossoli per un periodo abbastanza lungo, fino allo sgombero del campo. Quelli giudicati "misti" erano trattenuti lì. Nel periodo in cui siamo stati a Fossoli c'è stata la chiamata per un trasporto mi pare di settanta persone, che poi sono state fucilate al poligono di Carpi. La parte ebraica era separata dalla parte politica.A Fossoli c'era uno spaccio che completava l'alimentazione che passava l'SS. Era un campo relativamente tranquillo, anche se una volta un prigioniero politico che era riuscito a scappare è stato ritrovato e massacrato dalle botte, davanti a tutti, in piazza d'appello. Poi ci è stato detto che basta, che eravamo stati abbastanza in villeggiatura, che avremmo dovuto andare in un campo ben organizzato.

Così hanno organizzato il nostro trasporto e siamo stati portati a Verona. Allora si passava il Po sulle barche, perché i ponti erano interrotti. C'era una corriera fino alla riva, poi un'altra corriera sull'altra riva che ci portava a Verona. A Verona ci hanno separato, con determinati criteri che erano già stata stabiliti a Fossoli. Mia madre, mio padre e mia sorella erano in un vagone, io e mio fratello in un altro. Mio fratello ed io siamo stati fatti scendere a Innsbruck con l'incarico di portare il caffè ai prigionieri e in quel momento abbiamo visto che sul vagone dove c'erano i miei c'era scritto Auschwitz.

A Innsbruck quindi i vagoni sono stati separati. Siamo arrivati in piena notte a Buchenwald. Ci hanno rinchiuso in una baracca buia e già piena di gente. Non si respirava, ma non avevamo il coraggio di aprire le porte, perché era già una situazione drammatica. La mattina siamo stati immessi nel ciclo di inserimento nel campo, quindi spoliazione, doccia e depilazione. Ci hanno dato l'abbigliamento che consisteva - allora era agosto - in una camicia, una giacca, un paio di calzoni buttati a caso e un paio di zoccoli. Poi ci hanno dato il numero, che abbiamo cucito in qualche modo e siamo stati mandati al blocco di quarantena. Il mio numero era 44.573 e quello di mio fratello 44.529.

Pochi giorni dopo c'è stato un bombardamento molto forte, di cinque squadriglie da dodici, fortezze volanti. Avevamo una paura da matti, perché sembrava che le bombe arrivassero sempre più vicine. Si vedeva il legname e cose varie che volavano per aria... Mio fratello che era medico dice: "Usciamo a vedere cosa è successo. Io dico che sono medico e che tu sei infermiere. Vediamo se ci assegnano qualche compito per soccorrere i feriti, che certamente ci saranno ". C'era tanta confusione e i feriti c'erano davvero. Le baracche dove si dormiva erano rimaste intatte, ma durante il giorno tutti gli internati erano a lavorare fuori del campo, all'interno di un secondo recinto, dove c'erano fabbriche, caserme, garage di camion, macchine - era un territorio molto vasto - e dappertutto tra di loro c'erano feriti che si lamentavano.

La quarantena è finita prima del tempo e ci hanno assegnato a una baracca, da dove poi ci hanno chiamato a lavorare. Come primo lavoro c'era lo sgombero delle macerie, come secondo lavoro la ricostruzione.
Coi Francesi ci si trovava molto bene, c'era una solidarietà fortissima. Loro ricevevano anche se molto di rado dei pacchi dalla Croce Rossa e il proprietario del pacco prendeva sapone e sigarette poi divideva in sei parti ogni genere alimentare. Questa era veramente una cosa che mi aveva molto sorpreso. Una volta mi è capitato per pochi giorni di far parte di una squadra che doveva pulire le lenticchie per le SS, cioè levare le pietruzze dalle lenticchie. E anch'io ho diviso, le ho fregate e mi è sembrato giusto dividere. Sgombrare le macerie nella stazione di Weimar significava invece essere guardati a vista da un cordone di SS, sempre lì con i cani lupo, che non ci mollavano un attimo. Se non smettevamo con questo lavoro, avremmo finito per sostituire i binari che erano usurati e quella era una fine rapida, con quel poco mangiare che ci davano. Invece in qualche modo ci hanno spostato di lavoro.
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Dopo sono rientrato in un gruppo di lavoro alla stazione come aiuto muratore e abbiamo fatto un periodo in cui mio fratello e io ci passavamo i mattoni. Io andavo a prendere la calce con la carriola, poi facevamo la malta per i muratori veri e propri, che sapevano mettere i mattoni e far le cose bene. Costruivano le fabbriche che erano state bombardate e nella loro logica era avviata la ricostruzione per la vittoria.

Tutte le sere succedeva che chiamavano dei numeri per il trasporto ai campi satelliti e anch'io una sera sono stato chiamato. Mio fratello era in sartoria, era all'interno del campo, quindi non doveva uscire con la squadra e aveva un po' più libertà di azione. Io dovevo presentarmi alla visita prima di partire per il trasporto, ma mio fratello è venuto con me e con le poche parole di tedesco che sapeva si è rivolto al medico "Sono un medico di Genova, vorrei partire assieme a mio fratello. Vogliamo restare assieme". Invece di prendersi una scarica di botte, questo ha preso nota del mio numero e del suo. Così io sono stato trasferito in cucina.

Questa è stata la nostra storia, con i momenti più acuti negli ultimi giorni. Già prima vedevamo arrivare dai campi satelliti o da Auschwitz colonne di persone che ci raccontavano di marce tremende, in cui chi cadeva per terra veniva finito. E noi prendevamo atto della cosa. Poi circolava la convinzione che il campo fosse minato e che ci avrebbero fatto saltare per aria. Però c'era anche l'ipotesi che ci avrebbero chiamato per portarci in qualche altro campo, non si sapeva bene dove. Noi eravamo al centro della Germania. Un giorno abbiamo sentito i cannoni e abbiamo visto gli aerei che volavano basso e si è capito che gli Alleati dovevano essere abbastanza vicini. Pochi giorni prima era stata bombardata Weimar e il comandante del campo ha fatto un appello ai prigionieri perché aiutassero la popolazione colpita dai bombardamenti, offrendo non abbiamo capito bene che cosa! Alla pazzia non c'è limite. Negli ultimi giorni il controllo si era molto abbassato e allora il Comitato di Liberazione Internazionale che si era formato è uscito allo scoperto. C'erano degli incaricati che davano degli indirizzi e dicevano "andate al magazzino delle scarpe, cercate di prendere le scarpe". Quattro o cinque giorni prima della liberazione non si usciva più a lavorare e non funzionava più il crematorio, per cui i morti si ammassavano in cataste.

 A un certo momento di SS non se ne vedevano più, c'era solo la polizia interna del campo composta di internati con i fucili. Abbiamo detto "allora siamo liberi veramente". Questo non saprei dire quante ore prima che vedessi la prima Jeep e il primo soldato americano. La liberazione del campo e stata in due fasi, l'11 o il 12 aprile. Gli Americani erano ben organizzati e molto rapidamente ci hanno dato un documento di identità con l'impronta digitale, però non volevano che si uscisse dal campo, perché c'erano molte malattie. Pochi giorni dopo hanno obbligato la popolazione di Weimar a venire a visitare il campo e si sono scoperte delle cose che anche noi non sapevamo. Ad esempio che sotto il crematorio c'era la cantina della tortura, un lungo corridoio con un mucchio di ganci, le pareti scrostate dai calci di chi veniva impiccato e tutte le cose per picchiare e per torturare.

 Purtroppo la nostra nazione ha dimostrato di essere leader nella disorganizzazione. Gli Inglesi, neanche a dirlo, due giorni dopo la liberazione sono venuti e hanno portato subito via i loro prigionieri. Ma anche i Francesi e i cecoslovacchi. Per tutte le altre nazionalità è arrivato qualcuno. Da noi è arrivata ad un certo momento una macchina del Vaticano, ha preso il dottor Pecorari, che poi è stato vice presidente Democristiano della Costituente, e arrivederci e grazie, a noi neanche ci hanno guardati in faccia. Allora ci siamo arrangiati a cercare di rientrare in Italia. Siamo andati alla stazione e abbiamo preso un treno fino a Rosenheim. Finalmente siamo arrivati a Bolzano, dove c'era un campo di accoglienza abbastanza organizzato. A Genova sono arrivato pochi giorni prima del mio compleanno. Io compio gli anni il 15 giugno, quindi forse era il 10, 12 giugno, due mesi dopo la liberazione



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