Giuseppe Algeri


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Giuseppe Algeri
nato a Caltagirone (CT) nel 1921, residente a Genova


Arresto
effettuato dai tedeschi, il 9 settembre 1943 a Tirana (Albania), come militare

Carcerazione
fra Durazzo e Tirana, in un campo per soldati greci

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Nordhausen, poi a Dora Mittelbau, matricola n.0162, poi a Ellrich, matricola n.138.636, (sottocampi di Nordhausen)

Liberazione
avvenuta nell'aprile del 1945 durante la marcia della morte da Ellrich verso nord, da parte dell'Armata Rossa

Ritorno a casa
durato 18 giorni, è stato compiuto per lo più su carri bestiame fino a Caltagirone (CT)

Note: prima di rientrare a casa, Giuseppe è stato trattenuto come prigioniero dall'esercito inglese
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La testimonianza
Mi chiamo Giuseppe Algeri, sono nato a Caltagirone, in provincia di Catania, il 17 novembre del 1921.

 Sono stato arrestato il 9 settembre del 1943 a Tirana, Albania, catturato dai tedeschi. Io ero in Albania come militare, aviere di Governo.

 Dopo 15 giorni di prigionia in un campo di concentramento, i tedeschi ci hanno messo su dei carri bestiame e ci hanno portato in Germania. Ci hanno portato a Königsberg, in un Lager, in un campo di concentramento. Mi hanno fatto delle foto segnaletiche, mi hanno preso le impronte digitali e basta. Un ufficiale, poi, ci ha messo sul treno e ci ha portato a Nordhausen, a 4 chilometri dal lago Dora, Dora Mittelbau. Ci hanno preso i nomi e poi ci hanno portato in una specie di bagno, ci hanno fatto una rapata a zero, ci hanno spogliato di tutto e, finito di fare la doccia, ci hanno fatto vestire con le divise a righe. La mia divisa aveva il numero 0162... La matricola che già mi avevano dato a Königsberg non serviva più e così il mio numero di matricola era diventato 0162.

Siamo così entrati in una galleria. Nella galleria ci hanno dato una zuppa, una zuppetta dolce, mai mangiata prima... Poi la notte mi è venuto un forte mal di stomaco e sono stato male. A mezzanotte mi hanno mandato già subito a lavorare, dentro la galleria stessa, mi hanno dato un martello pneumatico, che non sapevo neanche cosa fosse. Abbiamo così cominciato a fare buchi in questa roccia, in questa galleria... Era un tunnel. Abbiamo fatto... Facevamo dei buchi profondi quattro metri e venti. Come turno, facevo da mezzanotte a mezzogiorno, fin dal primo giorno in cui sono arrivato, i primi giorni di ottobre, non ricordo con precisione le date. A mezzogiorno si doveva andare a dormire per regola, dopo dodici ore di quel lavoro snervante. Si dormiva in castelli di cinque piani. Siccome io già avevo addosso qualche pidocchio, me ne andavo all'ultimo piano, perché avevo la lampadina più vicina, in modo da potermi schiacciare questi pidocchi, ucciderli. Alle cinque di sera, arrivavano gli altri deportati, quelli che lavoravano fuori. Allora, figuratevi il casino che c'era, con la gente che ritornava da lavorare. Noi dovevamo dormire e non si dormiva. Alle undici, poi, di nuovo sveglia, ma già eravamo svegli. "Italiani! Undici! Lavorare!" e si andava di nuovo a lavorare nella gallerie, sempre a fare lo stesso lavoro, perforare questa roccia. Una volta finito questo lavoro - eravamo circa dodici persone a bucare questa roccia - l'indomani mattina, venivano i minatori, che riempivano di esplosivo e facevano saltare la roccia. Questo lavoro l'ho fatto per sei mesi consecutivi, dodici ore al giorno, da mezzanotte a mezzogiorno e da mezzogiorno a mezzanotte, a settimane alterne...
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Da mangiare, ci davano un po' di zuppa: la zuppa consisteva in un litro di brodaglia, di brodaglia, circa duecento, duecento grammi di pane, alla mattina ci davano un po' di caffè amaro, sarà stato surrogato e con quella roba lì si tirava avanti. Per sei mesi mangiare, dormire, lavorare, fare i nostri bisogni, tutto in galleria. Si trattava di due tunnel scavati dai tedeschi in precedenza. Questi due tunnel erano paralleli e noi foravano delle piccole gallerie, in modo da poterli congiungere. I nostri bisogni si facevano di fronte a tutti: nel tunnel c'erano circa 30, 40 bidoni, dei fusti di benzina tagliati in due. Ci si metteva un pezzettino di tavola e su quella tavola dovevamo fare i nostri bisogni. Buona parte di noi poi aveva la dissenteria... Dopo questi sei mesi è inutile dire che io ero proprio finito, così mi hanno portato fuori a lavorare.

Il Lager Dora era organizzato così... All'interno del tunnel, non c'era niente. Si dormiva dentro le gallerie stesse. C'erano questi enormi castelli a cinque piani... Ogni piano era alto sessanta, settanta centimetri e dovevi stare disteso, perché era troppo basso. I piedi non dovevano sporgere, perché, se passava la SS, ti dava delle botte tremende, quindi dovevi stare sempre rannicchiato. All'esterno, invece, dopo sei mesi, avevano costruito delle baracche.

Tutti avevamo i pidocchi. Bastava che uno avesse un pidocchio e subito venivamo infestati tutti. Allora cosa hanno fatto. Hanno recintato tutta la nostra baracca, la baracca 18. Non potevamo uscire, ci avevano messi come in quarantena. Dopo sei mesi, sono andato a fare la prima doccia: mi hanno di nuovo rapato a zero, perché ogni volta ci facevano rapare a zero e depilare in tutte le parti del corpo dove c'erano peli, poi c'era una vasca piena di disinfettante, in cui ti dovevi infilare. Se non ti bagnavi anche la testa, allora loro ti spingevano la testa dentro questo disinfettante, perciò gli occhi bruciavano... Se uno era un po' furbo, però, si lavava un po' la testa... Quando poi era pieno - saremo stati cento, centocinquanta, non lo so - allora aprivano le docce che ti bruciavano, poi aprivano quelle di acqua fredda. Finito di lavarci, uscivamo fuori. Tutta la nostra roba, gli indumenti, li davamo prima... Li portavano in una sala di disinfezione, li mettevano a disinfettare. Dopo aver fatto la doccia... In inverno, nel mese di marzo, aprile, stare fuori ancora un'altra mezz'ora, tre quarti d'ora, nudo, ad aspettare gli indumenti. Dopo andavamo in baracca. Alla sera venivano una specie di infermieri, che con dei fari ci guardavo in mezzo alle gambe, sotto le ascelle, per vedere se avevamo qualche pidocchio. Dopo quindici giorni si resero conto che noi italiani avevamo fame, non i pidocchi! Ecco... Questo dopo sette mesi... Mi sono potuto lavare. Poi sono andato sempre a lavorare... A costruire queste strade.
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Quando uno faceva un piccolo sbaglio, se si allontanava dal lavoro o commetteva una disattenzione, tutto era sabotaggio... La minima cosa che si poteva fare... Si ricevevano venticinque colpi sul sedere, con... Loro li chiamavano Gummi, ma era filo elettrico, con dentro un'anima di rame. Dopo dieci colpi nessuno brontolava.

Ho passato quasi un anno al Dora. Nel mese di agosto, mi hanno trasferito e mi hanno portato a Ellrich, in un sottocampo. Lì sono andato a lavorare... Da Ellrich prendevo un trenino, si faceva una mezz'oretta di treno e andavamo a lavorare dall'altra parte delle gallerie. Andavo a scavare i pozzi di acqua. Un altro lavoro ancora. Non avevamo delle trivelle... Siccome si era vicino a un fiume, bucavamo questi pozzi, facevamo dei pozzi di un metro di diametro, e con una pompa, facendola scendere dalla gru fino lì dentro, allora aspiravamo e tiravamo su l'acqua mischiata alla ghiaia. Quando arrivavamo a una certa profondità, si metteva il tubo, quello per fare i pozzi artesiani, e intorno, sulle pareti, mettevamo una ghiaia speciale - la portavano da fuori - in modo che potesse filtrare l'acqua. Ho fatto questo lavoro... Dunque Pasqua è stato, mi sembra, il 1° di Aprile del 1945, perciò dal settembre del '44 fino al primo aprile del '45, sono stato a Ellrich.

A un certo punto ci hanno messo su dei vagoni bestiame... Il lavoro cessava in Germania... Già i Russi, i Francesi, gli Inglesi e gli Americani ormai avevano circondato... Allora ci hanno messo su questi treni, ma non si sapeva dove andare, andavano avanti e indietro. Perché da una parte non si poteva passare, perché c'erano i russi, dall'altra non potevamo andare, perché c'erano gli Americani, da un'altra parte ancora c'erano gli Inglesi... Così, un giorno di questi, ci hanno fermato in una stazione - non so che stazione fosse - su un binario morto. Siamo fermi un giorno. Nel frattempo è passato un mitragliamento - ecco il primo mitragliamento - di caccia inglesi: hanno mitragliato questo treno, che era fermo. Il vagone di noi italiani era chiuso, ma la maggioranza di tutti gli altri deportati erano su vagoni scoperti. Si vedeva che c'era gente dentro quei vagoni, ma si sono messi a mitragliare lo stesso. Con un mitragliamento, ne hanno uccisi più di trecento.

Un italiano, che avevo tra le gambe - forse è stato lui che mi ha salvato la vita - ha preso lui le pallottole... Gli hanno fatto saltare il braccio, il braccio sinistro, no... Il braccio destro e la mano sinistra, come se fosse stata schiacciata da un carro armato. Come l'abbiamo steso per terra, ha detto "Tagliatemi il braccio!", così abbiamo preso un coltello e gli abbiamo tagliato il braccio, ma... È morto, non ce la faceva. L'indomani mattina, i tedeschi volevano che andassimo a scavare la buca per seppellire i cadaveri. Io ho fatto in maniera di non andare a scavare, ma comunque tanti sono dovuti andare a seppellire...
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Dopo ci hanno portato in una fabbrica. Dicevano - dicevano, io non lo so - che eravamo a quaranta, cinquanta chilometri distanti da Berlino, perché noi sentivamo dei bombardamenti, delle cose... Dopo due o tre giorni, mi raparono nuovamente a zero e mi immatricolarono di nuovo: mi diedero il numero 138636, facendomi diventare un politico da militare che ero.

 Il 20 aprile del '45 abbiamo cominciato a fare la marcia della morte. Man mano che camminavamo, chi cadeva per terra, veniva ucciso. Io sono partito con 40 di febbre. Due italiani, un ex carabiniere che aveva fatto la ritirata della Russia e un mio compaesano - che non so come si chiama, perché lì, cari miei, i nomi non li sapevo! - mi hanno trascinato per tre giorni.

 Sono rientrato in Italia e sono arrivato nel mio paese il 28 settembre del 1945. Per trentuno anni non ho parlato più di prigionia, perché nessuno mi credeva, anzi ancora oggi certuni si fanno delle risatine, specie in Sicilia, perché nel meridione la guerra non l'hanno vista



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