Roberto Benassi


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Roberto Benassi
nato a Genova nel 1915, residente a Genova


Arresto
effettuato dall'OVRA nel 1939, per spionaggio politico-militare; condannato dal Tribunale Speciale

Carcerazione
- a Roma, nel Carcere di Regina Coeli
- Porto Longone (LI)
- a Parma, nel Carcere di San Francesco, Certosa


Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.76.237, poi a Gusen e a Lungitz (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta a Lungitz, nel maggio 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza
Mi chiamo Roberto Benassi, sono nato il 28 novembre 1915 a Genova ed abito a Genova.

 Sono stato arrestato dall'OVRA nel 1939, portato al Regina Coeli e condannato per reato contro lo stato fascista, per spionaggio politico militare.

 Poi mi hanno portato a Porto Longone dove sono stato oltre tre anni e mezzo. Nel 1944 quando ormai si avvicinava lo sbarco in bassa Italia, la Guardia Repubblicana e le Brigate Nere ci hanno fatto sgombrare e ci hanno portato a Parma. Lì ci hanno consegnato in mano alle SS, ai Tedeschi. Poi abbiamo avuto il bombardamento a Parma e ci hanno portato alla Certosa di Parma, sempre in mano alle Brigate Nere e SS.

 Dopo Parma ci hanno portati a Fossoli, eravamo in mano alle SS insieme con quelli di Milano, di Torino e della Breda, fino mi pare al 18 giugno 1944. Un giorno ci hanno tutti portati coi camion a Carpi e lì ci hanno caricati su quei famosi vagoni bestiame. Erano ventidue vagoni. Ci hanno distribuito un pane a testa e la popolazione ha portato due o tre cestini di ciliegie, amarene. Quello era il nostro cibo per tutto il viaggio. Tre giorni e due notti.

Siamo arrivati alla stazione del paesetto di Mauthausen, vicino al Danubio, di notte. C'erano i cani, noi tutti in fila su in salita. Il campo di sterminio è su una collina. Pensi che mio padre, buon'anima, è stato in paese a Mauthausen nell'altra guerra, quella del Quindici Diciotto. Stava vicino alla stazione, io invece lassù. Ci davano colpi nella schiena, shnell, shnell, dopo tre giorni di vagone e col poco mangiare che avevamo ricevuto. A piedi è lunga, sono tre quattro chilometri buoni. Siamo entrati dalle porte grosse, non da quella principale, e là ci hanno spogliato tutti nudi. Tutta la notte nudi all'addiaccio. Per fortuna era giugno, il 23 o il 24 mi pare. Alla mattina giù a rasare i capelli e tutto, dove c'erano peli. Una disinfettata e la doccia. Poi un paio di mutande e una camicia, scalzi, in quarantena. Il mio numero di matricola era 76.237. Se non lo si sapeva in tedesco, si prendeva degli sganascioni.
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Sono stato lì tre quattro giorni, poi mi hanno mandato al Baukommando, che sarebbe il comando costruzioni del campo stesso. Dovevamo costruire le fogne. Io ero stato un pugile una volta, dicevano che ero bravo, ero in prima serie in Italia. Nel campo c'era l'organizzazione pugilistica: cinque o sei pugili francesi, diversi spagnoli e tedeschi. Italiani non ce n'era. Io parlavo il francese abbastanza bene e allora ho parlato coi Polacchi e i Francesi. Mi hanno provato, mi hanno fatto fare i guanti con uno spagnolo. In mutande e camicia, scalzo, mi hanno messo i guanti. Sotto il crematorio c'era una saletta. Boxavo bene. Così dal Baukommando mi hanno portato in officina elettrica. In officina elettrica stavo bene perché non avevo quasi niente da fare.
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Nel primo incontro mi è toccato un tedesco, Peltzer, quello che portava i detenuti giù a prendere le pietre squadrate alla cava e portarle su. Lui era settantaquattro chili, un armadio sembrava e io un bambino. Tante botte non le avevo prese neanche in tutti gli incontri che avevo fatto. Però non ho piegato le gambe. Nel secondo incontro dopo quindici giorni c'era un polacco che parlava francese e a cui insegnavo a parlare italiano. Arrivavo in velocità da tutte le posizioni e lui non poteva fare niente. Alla seconda ripresa lo invito, destro d'incontro, fulminato, KO. Gli Spagnoli mi hanno portato in trionfo. Erano i deportati polacchi e francesi che gestivano questi incontri, o al blocco 16 che era la quarantena oppure nella piazza, la Appellplatz che era grande. Si montava il ring ed era uno spettacolo che si godevano anche le SS. Giocavamo la domenica sera.

Tutti i giorni, nella strada che dal campo va giù alla scala della morte, a qualcuno toglievano il berretto, lo buttavano verso il reticolato e lo mandavano a prenderlo. C'erano le garitte a trenta quaranta metri l'una dall'altra e a terra c'era il Posten. Come lo vedeva gli sparava. Uno l'ho visto fare cinque salti, cinque volte gli ha sparato e all'ultimo è rimasto là. Ho visto anche - e nessuno l'ha scritto - dei deportati partigiani belgi o olandesi, ragazzi giovani e in gamba. Li hanno tenuti quaranta ore con la faccia contro il muro, dentro a Mauthausen. Ogni tanto ne prelevavano due, li portavano fuori, all'Ufficio Politico e li interrogavano, li torturavano. Nessuno parlava. Gli Spagnoli, i giovani che facevano i servizi, erano entusiasti, dicevano non ce n'è uno che habla, che corazon che tiene! Il pomeriggio, io ero fuori da una baracca e ho visto che prima gli hanno fatto fare due viaggi con le pietre, il terzo viaggio c'era un reticolato che faceva angolo e che adesso non c'è più. Con uno sulla garitta, venti o trenta metri più indietro, li hanno fatti uscire e quello là sparava. Io ero rimasto paralizzato alla finestra. Mi hanno trascinato via ché se si accorgevano che avevamo visto ci ammazzavano anche a noi. Ero rimasto bloccato, non ero capace di muovermi. Una cosa spaventosa. Poi passa un fotografo che fotografa, il Posten passa con il piede e li toccava, se si muovevano gli dava il colpo di grazia col fucile. La metà li hanno caricati sui carrelli, con una gran scia di sangue, l'altra metà hanno fatto lo stesso l'indomani, ma noi non eravamo lì, quelli non li ho visti, e non credo che ci sia nessuno che li ha visti.
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Il mio lavoro all'officina elettrica è durato fino a quando ho fatto l'ultimo incontro con Peltzer. Allora mi hanno chiamato: hei tu! Transport! Siamo andati a piedi a Gusen e di lì a Lungitz. Eravamo trecento circa. Dovevamo costruire un Bäckerei, un forno per il pane.

 Quando sono arrivati gli Americani a Lungitz le SS erano scappate tutte. C'erano gli anziani, che a noi non volevano dare le armi però a loro le hanno date subito. Gli Americani li hanno portati via. Hanno sparato nel cancello, nel lucchetto, hanno detto go hey! e noi ai magazzini. Era una settimana che pane non ne vedevamo. Prima hanno liberato Lungitz poi hanno liberato Gusen. Di lì ci hanno portato a Ventz.

 Mi sono imbarcato nei treni, non ricordo le date precise, e in treno ci hanno portato fino a Bolzano. A Bolzano volevo andare a casa, dove era un anno che non sapevano più niente di me. Non stavo in piedi e mi dicevano tu non puoi andare a casa. Di peso mi hanno portato all'ospedale. Dovevano operarmi di appendicite dicevano, non so, non potevo reggermi su questa gamba. Mio fratello, buon'anima, che era partigiano in Toscana, a Siena, era commissario politico. E' venuto lassù e mi ha preso. Siamo andati dal dottore, gli abbiamo parlato e l'operazione non l'ho mai fatta, sono tornato a casa.





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