Rosa Cantoni


Le testimonianze
contengono filmati in Real
Player, per visualizzarli
scaricalo gratuitamente
cliccando sull'icona


Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Rosa Cantoni
nata a Pasian di Prato (UD) nel 1913, residente a Udine


Arresto
effettuato da due fascisti in borghese, il 1 dicembre 1944, alla periferia di Udine, per delazione, perché partigiana combattente

Carcerazione
a Udine, nelle Carceri di Via Spalato

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Ravensbrück, matricola n.97.323, poi a Abteroda (sottocampo di Buchenwald)

Liberazione
avvenuta nell'aprile 1945 a Penig, perché fuggita durante una marcia della morte

Ritorno a casa
non assistito
  Scarica la versione integrale della testimonianza

  Scarica i dati del testimone

La testimonianza

Mi chiamo Rosa Cantoni, sono nata a Pasiani di Prato, vicino Udine, il 25 luglio 1913.

 Sono stata arrestata i primi di dicembre del 1944 dai fascisti, mentre andavo a un appuntamento con un compagno. Dovevo dargli delle cose e ritirarne da lui delle altre.

 Mi hanno portata alla caserma della Milizia dove mi hanno fatto sedere. C'era un anziano fascista - sembrava un buon papà, vissuto - che ha cercato di essere gentile, dicendomi che ero una persona per bene, che dovevo aver fiducia in lui e che se rispondevo alle sue domande avrebbe pensato al modo di mandarmi a casa. Gli ho detto "guardi che io sono l'ultima ruota del carro", come si usa dire, una che non ha compiti particolari, che non conosce nessuno, a parte la persona che mi portava dei pacchetti e poi veniva a riprenderli. Come una specie di deposito. A mezzanotte circa mi hanno accompagnato in carcere a Udine, in via Spalato, dove la Milizia faceva la raccolta della gente prima di passarla sotto la SD.

In carcere sono stata interrogata tre volte da un maresciallo austriaco. Una mattina chiamano il mio nome, Rosa Cantoni. Una compagna mi tira via il fazzoletto rosso che avevo intorno al collo, un'altra mi fa il segno della croce come gesto affettuoso. "Non parlare" "No, no, non parlo, non so niente". Andando giù per le scale avevo un certo batticuore, ma quando aprono la porta mi passa tutto, una cosa straordinaria, sono padrona di me alla perfezione. Entro senza dire niente e vedo un signore alla scrivania che mi guarda. "Buongiorno Giulia!". Il mio nome di battaglia era Giulia. Da tempo era stata segnalata una Giulia di Udine che aiutava la resistenza, ma pensavo che non avessero fatto ancora il nome vero. Invece uno che era già in prigione aveva fatto il mio nome e così mi avevano trovato. Questo poveretto è morto a Dachau. "Buongiorno Giulia!" Io non rispondo, non sono Giulia. Allora quello "Ho detto a lei, non è forse Giulia? Il suo nome di battaglia non è Giulia?" "No - ho detto - mi chiamo Rosa Cantoni, o se vuole da sempre mi hanno chiamato Rosina in famiglia e tra gli amici, ma di battaglie non ne ho fatte". Lui era tranquillo per fortuna, come me, un personaggio molto dritto che non mi ha fatto tanta impressione. Ho conosciuto anche il figlio dopo la guerra. Quindi mi chiede se conosco la persona con la quale dovevo trovarmi. Rispondo che non l'ho mai visto e non so chi sia. Mi fa altre domande, rispondo che non so niente, come avevo detto agli altri. Continuo a dire che non conoscevo né i capi né niente, conoscevo una persona sola alla quale davo, restituivo o prendevo pacchetti. Ho detto anche che secondo il mio pensiero era giusto aiutare la resistenza. "Perché non aiutare i poveri soldati tedeschi, che i partigiani uccidono sparando alle spalle?" mi chiede lui. E io ricordo di aver detto "Cosa fanno in Italia i poveri soldati tedeschi? Tornino a casa loro, così nessuno andrà a cercarli". E' stato zitto, non ha detto nulla, forse avrà detto "questa qua ha ragione", forse.
  visualizza il filmato
Chiama un secondino, "Fai venire qui Tizio". Tizio arriva a testa bassa e non mi guarda. "E questo lo conosci?" io ormai dovevo dire di no e ho detto di no. Alla stessa domanda lui invece risponde di sì. "Come si chiama?". "Rosa Cantoni". "Che nome di battaglia ha?". "Giulia". "Come vi trovavate?" Insomma: tutto, era il compagno con cui scambiavo settimanalmente pacchi.

Una mattina sentiamo leggere un elenco di nomi, eravamo quattordici donne. Era venuto su un treno da Trieste, carri bestiame, uomini, donne, tante donne del Friuli Venezia Giulia, della provincia di Udine, di montagna e di pianura, di Pordenone, di Gorizia e di Trieste, ma più di tutto dell'Istria che in quel tempo era sotto l'Italia. Era il 10 gennaio 1945. Le feste le avevamo passate tutte lì, in carcere.

 Pareva fossero passati non so quanti giorni, una roba tremenda. Mi ricordo quando veniva sera il fiato con l'umidità si gelava nelle pareti del treno. Era gennaio, si andava nel nord, dentro era tutto un luccichio. Stavamo sempre in piedi oppure accovacciate a turno. E' stata dura, durissima. Una volta sola ci hanno dato da mangiare, qualche cosa portata dal carcere. Non saprei se abbiamo fatto tre giorni e tre notti lì in treno, ma sono stati un'infinità, sembrava di essere nate sul treno. Così siamo arrivati a Ravensbrück.

Come a tutti quelli che arrivavano in un campo ci tocca la spoliazione, via i vestiti e via tutto, orecchini, tutto. Io avevo un bellissimo orologio. Poi tutto il resto: i capelli e la doccia. C'erano dei mucchietti già pronti di vestiti, se così si potevano chiamare, orribili, coi pidocchi. Dicevano che erano disinfestati, ma quando siamo entrate nelle baracche che ci avevano assegnato, dalle cuciture uscivano i pidocchi come foglie secche che andavano a cercare il nutrimento: noi. Ci hanno dato un paio di zoccoli di legno, spaiati. Se una aveva i piedi piccoli e le era toccato il numero quaranta allora cercava di scambiarli con chi aveva i piedi grandi. Oppure vedevi una che girava a chiedere chi aveva una scarpa in più, sinistra o destra, perché le era toccata una scarpa sola. Dopo la vestizione ci hanno immatricolate. Il numero di matricola era stato stampigliato su un pezzettino di tela bianca che dovevamo sistemare sotto il triangolo rosso. La mia matricola era 97.323. Questo ero io.

Eravamo circa centoventi, fra slovene, istriane e noi. C'erano anche due zingare. Ci hanno divise in due gruppi, tirando a sorte, e hanno cercato dove metterci. In un grande cortile c'era una tenda, dentro cui è stata un po' di ore una compagna di Treviso, la Moimas, una tenda come di circo, grande e nera. Ci dicono "Entrate lì, tra poco verremo a prendervi per portarvi a destinazione" Entriamo e nella penombra vediamo un mucchio di donne messe a cono. Probabilmente sotto erano già tutte morte, vestite di nero, sopra alcune galleggiavano, si muovevano ancora un poco, particolarmente due. Erano bianche come la carta, con gli occhi infossati e neri. Facevano impressione. Poco dopo arrivano due inservienti, prigionieri che facevano dei lavori all'interno, con un recipiente di patate lesse. Non so se l'hanno fatto per noi. Noi non eravamo ancora destinate a morire, avevamo ancora tre, quattro mesi di vita, lavorando e mangiando quasi niente. Queste invece erano condannate senz'altro, messe lì senza bere, senza mangiare, con il freddo tremendo che c'era in gennaio, sopra Berlino, la notte specialmente, in quelle condizioni e senza potersi ribellare perché come fai a ribellarti in un campo di sterminio, se non hai le forze, le armi, niente? Se ti ribelli ti succede solo di peggio perché ti bastonano. Allora queste sopra la catasta si sono allungate, una che dalla sagoma sembrava molto alta ha messo la mano sull'orlo del recipiente. Le patate sono finite sul pavimento, correvano rotonde. Si sono chinate - non stavano in piedi - per prenderle e portarle subito alla bocca. Quello spettacolo era una cosa spaventosa. Queste già quasi morte, che non potevano muovere le mandibole perché ormai erano troppo strette, aprivano appena un po' la bocca e cercavano col dito di mandare dentro la patata. La tenevano stretta, ma non riuscivano a ingoiarla e quelle che erano sotto di loro, che ancora capivano un po', per istinto di conservazione cercavano di portargli via il pezzettino che avevano sulla bocca. Era una cosa spaventosa.
  visualizza il filmato

Dopo febbraio ci hanno adunate ed è venuto un capitano delle SS, piccolo e rabbioso, con le gambe storte e la voce stridula. Ho pensato che non rappresentava tanto bene la razza forte. Questo ci ha fatto un discorso e ha detto che chi voleva andare a lavorare in fabbrica poteva venire fuori. Nessuna è uscita. Eravamo partigiane, come potevamo andare a lavorare volontarie un una fabbrica tedesca, sotto i bombardamenti americani? Siamo rimaste ancora nel campo, poi ci hanno mandato via perché a poco a poco i Russi si avvicinavano a Ravensbrück. Hanno tenuto le vecchie, che sono morte. Altre le hanno mandate a Bergen Belsen e sono quasi tutte morte. Le poche che sono rimaste e non sono morte sono state liberate dai Russi. Io con quelle del mio gruppo abbiamo avuto come destinazione Buchenwald. Ci siamo andate un po' in treno e un po' a piedi, ma non siamo neanche entrate. Quella notte pioveva a dirotto, con un freddo terribile, non so da quanti giorni era che non si mangiava, e la cosa peggiore era il sonno. Siamo arrivate a Abteroda, una fabbrica vicino a un bosco. Ormai tutte soffrivamo di dissenteria. Oltre ai pidocchi e alla scabbia c'era anche la dissenteria. Se veniva forte si moriva.

Questa fabbrica era lunga, con tutte le macchine e in fondo una poltrona. Seduta lì c'era una matrona tedesca, vestita di scuro, tutto il giorno stava a guardare in giro. C'erano i servizi, con water e tutto quanto. Quelle che lo hanno scoperto per prime ci hanno passato la voce, che in bagno ci si poteva sedere comodamente. Quando si aveva bisogno del bagno si doveva dire una frase che si era imparata lì, "bitte frau, ich bin krank, in abort" e ci si teneva la pancia. Vicino alla matrona c'era un soldatino biondo, i capelli color pannocchia e un fucile della guerra 1915-1918 con la baionetta in canna. Quando toccava a me, dovevo presentarmi di fronte alla matrona, io piccola, con la croce sulla schiena. "Bitte frau ich bin krank, in abort" questa faceva cenno al soldato tedesco vestito da SS di seguirmi, così lui mi veniva dietro con la baionetta in canna e io su per le scale andavo al bagno. Lì si stava fino a quando lui non cominciava a battere alla porta.

In questo campo siamo stati poco perché gli Americani avanzavano. Si sentiva che passavano sopra al tetto di questa fabbrica e sparavano. Una mattina siamo partite per un viaggio senza fine. Avrebbe dovuto essere un viaggio della morte, perché non sapevano più dove metterci. Abbiamo camminato solo un po', poi ci hanno messo in un piccolo campo in mezzo alla campagna. C'erano solo ebree ungheresi, saranno state cinquecento, tutte coi loro vestiti sbrindellati. Alcune avevano le spalle fuori. C'erano due che camminavano in ginocchio, un'altra che pregava, donne impazzite, donne di una certa età, ma anche qualche giovane. Non si poteva scappare perché intorno non c'era niente, erba dappertutto e basta. Non c'erano alberi, non c'era niente. C'erano alcune baracche e lì siamo state alcuni giorni. Intanto gli Americani avanzavano.

 Una notte verso le due di notte ci svegliano e ci mettono veramente in viaggio per non si sa dove. Si girava di qua e di là, si andava in su e in giù, da una parte e dall'altra, non ci davano da mangiare, erano due giorni che non mangiavamo niente, solo erba, radicchio, come i conigli. Non so come abbiamo fatto. Si partiva e poi avanti in un altro campo, non so quale perché la debolezza era ormai tanta. C'erano anche uomini, eravamo una grande fila di donne e di uomini, mentre per aria c'erano i combattimenti, e per la strada carri armati che bruciavano. C'ra stata battaglia e un aereo inglese che si abbassava per vedere per poco non ci ha toccato. Hanno capito che eravamo dei prigionieri, una colonna di disgraziati, di fantasmi. Così abbiamo continuato un giorno intero e una notte, un altro giorno e un'altra notte, poi sorgeva di nuovo un altro giorno. Immaginate cosa vuol dire camminare senza mangiare niente. Quando ci facevano riposare loro si fermavano e si mettevano a mangiare pannocchie - si arrangiavano anche loro, non è che mangiassero bistecche, però mangiavano - mentre a noi veniva uno straordinario desiderio di assassinio, c'è poco da dire. Mangiavano lì, di fronte a noi, sapevano che avevamo fame e che li vedevamo, ma la cattiveria continuava fino all'ultimo.

  visualizza il filmato
Un giorno ho rimuginato tutto il tempo, decido che non vado più avanti, così quella notte sono scappata con una compagna di Udine. Non ci vedeva nessuno, siamo andate di nascosto in una casa bombardata. Lì abbiamo trovato un'altra friulana e due belghe, madre e figlia ebree, e ci siamo fermate. Abbiamo aspettato l'alba poi siamo uscite perché la guerra non era ancora finita. Abbiamo cercato un posto sicuro e siamo andate in un cimitero.

Poi sono arrivati i Russi. La storia si è conclusa bene perché sono qui a raccontarla.

 Sono rientrata in Italia il 27 ottobre 1945, sempre in vagone bestiame, passando per il Brennero e facendo tappa a Pescantina. Poi siamo andate a Mestre e finalmente siamo riuscite a venire in Friuli.



[Home]   [I testimoni]   [Il programma TV]   [Glossario]   [Mappe]   [Approfondimenti]   [Mappa del sito]   [Credits]