Dario Fumolo


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
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Fumolo Dario
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Ricci Raimondo
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Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Dario Fumolo
nato a Udine nel 1920, residente a Tavagnacco (UD)


Arresto
effettuato dalle SS e dai repubblichini, il 3 agosto 1944 a Udine, in seguito a delazione, per motivi tuttora non noti

Carcerazione
a Udine, nelle Carceri di Via Spalato

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Buchenwald, matricola n.22.542, poi a Dora Mittelbau

Liberazione
avvenuta presso Dora, circa l'8 aprile 1945

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Sono Fumolo Dario, anzi anagraficamente Dorio, comunque vengo chiamato Dario. Sono nato a Udine il 4 maggio del 1920.

Un giorno la costituzione della Repubblica Sociale Italiana ha fatto giungere a me, come ad altri ex aviatori, una lettera in cui mi si imponeva di presentarmi al comando della Zat di Padova, zona aerea territoriale di Padova, per riprendere servizio con l'aeronautica repubblichina. Questo fatto mi mise in crisi. Quindi ho deciso di non presentarmi e di darmi per un pò anche alla latitanza.

Ad un certo punto la polizia di sicurezza tedesca ha preparato una retata e una mattina, molto presto, tutte le persone che erano state implicate in questa vicenda, sono state arrestate.

 Quella mattina io dormivo in casa, dormivo a casa mia per sfortuna e ho sentito una macchina fermarsi davanti, sulla strada. Affacciatomi alla finestra, eravamo in agosto, era il 3 di agosto del 1944, ho visto in assetto di guerra, in assetto di combattimento scendere dei tedeschi da due, tre macchine e circondare la mia casa. Al che io, che avevo preparato una specie di rifugio, sono uscito di casa velocemente, avvertendo mio padre che stavano arrivando i tedeschi e mi sono messo in un rifugio, che avevo creato al di là di un cortiletto, nel retro della casa. Queste persone erano accompagnate da due repubblichini, armati di mitra, in borghese e molto violenti. Diciamo che mentre i tedeschi entrati in casa erano passivi, questi si davano da fare per chiedere dov'ero io e chiederlo con violenza, con insistenza, insistendo con mio padre affinché dicesse dov'ero. Mio padre, da me istruito, aveva detto che io ero stato arruolato, che mi ero portato nella zona di Verona, che facevo servizio in un aeroporto che lui non conosceva per ragioni di segreto di guerra. Non potendo provare quanto diceva, questi repubblichini si fecero ancora più violenti e minacciarono di bruciare la casa se io non mi fossi fatto vivo. Al che a una mia sorella - ne avevo due oltre che mio padre presente in casa - sono saltati i nervi, come si suol dire e si è affacciata a una finestra chiamandomi e dicendo "Qui bruciano la casa, devi uscire fuori!". E quindi io ho dovuto abbandonare il mio rifugio, il mio nascondiglio.

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 Mi hanno fatto accomodare su una macchina della polizia tedesca assieme a mio padre e a una delle mie sorelle. Quindi in tre persone abbiamo preso la via di Via Spalato, dove sono le carceri.

Durante un interrogatorio da parte di un ufficiale tedesco e di un interprete italiano, mi venne presentato un personaggio che avevo conosciuto a Udine a fianco dell'amico Vignando. Gli chiesero se io fossi la persona di cui lui aveva parlato e, dopo il suo assenso, venne subito portato via. Sicché con questo io capii che il motivo del mio arresto era dovuto a questa persona, di cui non conoscevo proprio niente.

 Una mattina siamo stati inquadrati e portati in stazione dove, nei soliti carri bestiame, siamo stati rinchiusi e portati in Germania. Questo nostro trasferimento è avvenuto il 24 agosto, sempre del 1944. Dico questo perché a Buchenwald, dove eravamo diretti, sono arrivato il 28 agosto.

Eravamo tutti convinti di finire in qualche fabbrica, in qualche campo di lavoro e attendere così in una situazione discretamente buona la fine della guerra che prevedevamo fosse vicina. Invece avemmo la delusione di ritrovarci in una bolgia infernale, che non avremmo mai pensato potesse esistere. Era il campo di Buchenwald. La visione di queste persone che attraversavano, passavano, intente nei loro lavori, fu orribile... Fu un'impressione orribile perché questa gente si presentava rasata di capelli, magra all'infinito, con questa casacca, con questi pantaloni zebrati. Era un'umanità che non pensavamo ci potesse essere. Lì, cominciò la distruzione della nostra personalità...
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Portati alle docce ci rasarono i capelli, fummo depilati completamente, disinfettati con un ridicolo scopino immerso nella creolina e infine ci venne fatta fare la doccia e mandati fuori nudi, così come eravamo rimasti... Ci avevano tolto naturalmente tutto e quindi ci ritrovammo, senza possedere alcunché, alla vestizione con questi giacconi rigati e questi pantaloni. Ed è così che poi fummo mandati in una baracca dove ci fecero fare una breve quarantena, iniettandoci anche dei medicinali.

Il mio numero era il 22.542. Dovetti impararlo anche velocemente in lingua tedesca, perché vedevo che se non c'era la comprensione alla chiamata cominciavano a piovere le botte.

Iniziammo i lavori faticosi, iniziammo a capire com'era che funzionava questo campo, quali lavori venivano assegnati, e a me toccò, purtroppo, fare dei lavori pesanti. Era recentemente stato bombardato il complesso industriale che stava accanto al campo e quindi c'erano lavori di ricostruzione in corso e allora mi toccava fare il manovale, portare sacchi di cemento, trasportare pesi, trasportare mattoni, trasportare cemento, eccetera.

Il cibo veniva dato una volta al giorno, in una quantità minima e con delle calorie alquanto basse, sicché non era possibile immediatamente... Non era possibile eseguire i lavori che dovevamo eseguire, alimentandoci in maniera così sconveniente.

Dopo quattro giorni di viaggio con lunghe soste - naturalmente più lunghe le soste che i movimenti - ci ritrovammo a Dora Mittelbau, che non era una piccola officina ma era un grandissimo campo con decine di migliaia di prigionieri. Si trattava di prigionieri che alimentavano le vicine fabbriche delle armi segrete tedesche, che si trovavano naturalmente in gallerie scavate in precedenza da altri prigionieri con una mortalità spaventosa. Lì, c'era la costruzione di questi ordigni, l'EV1 e l'EV2, le armi segrete sulle quali puntavano i tedeschi per raggiungere una vittoria che ormai stava loro sfuggendo di mano.
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Chi si recava nelle gallerie aveva dodici ore di lavoro continuato, salvo mezz'ora di riposo, a metà giornata o a metà notte, perché il turno era una settimana di giorno e una settimana di notte.

Io venni in un primo tempo messo al lavoro. Dovevo portare questi pezzi di roccia che cadevano, dovevo portarli all'esterno con una specie di barella in due persone. E naturalmente era un lavoro faticoso, ripetuto per dodici ore in un giorno. Fra l'altro, finite le ore di lavoro non si andava direttamente al campo, ma si passava da una cava di pietre dove ognuno di noi doveva prendere una pietra e poi entrare nel campo con la pietra per gettarla dove il fango dominava.

Ad un certo punto io mi sentivo veramente male, entrai in crisi e un giorno mi venne in bocca una piccola quantità di sangue. E capii che lì le cose andavano male, perché poteva essere soltanto sangue proveniente dai polmoni. Quindi un segnale gravissimo per le mie condizioni di salute. Inoltre si accompagnava a questa situazione anche la febbre. Quindi lasciato il reparto che andava al riposo nelle baracche, presi la strada del Revier e andai per una visita, per un controllo. E lì c'erano dei medici francesi deportati come noi e mi dissero che avevo bisogno di essere ricoverato perché dai raggi si notava una 'caverna'. Dopo dieci giorni visto che non avevo più febbre mi diedero cinque giorni di lavoro leggero e mi rimandarono alla mia baracca.

Fui rimandato in galleria e, dopo dieci giorni, di nuovo mi si alzò la febbre. Ebbi delle situazioni alquanto dolorose, per febbre, per malesseri generali e dovetti tornare al Revier per una seconda visita. Fatto un secondo ricovero, una mattina un medico francese, armato di una bombola di un tubo di gomma e di un ago, mi fece un pneumotorace.

Ebbi modo, successivamente, di vedere dei camion, sempre dei camion dello stesso tipo, peraltro tutti coperti coi teloni, dai quali venivano scaricati dei prigionieri, dei deportati tutti morti. Un carico di morti. Avevano soltanto il numero segnato sulla coscia sinistra della gamba, la gamba sinistra, con una matita copiativa.
In questa situazione siamo arrivati ai primi di aprile del 1945 fino a quando, dopo un violento bombardamento della città di Nordhausen, che era a pochi chilometri da noi, venne deciso il trasferimento di tutti i prigionieri del campo. Venimmo caricati su dei carri, dei vagoni, questa volta non di bestiame e quindi chiusi, ma su dei vagoni scoperti.

Una mattina ricordo che ci hanno fatto scendere da questo treno e ci hanno diviso in due gruppi, dando ordine che chi voleva e poteva camminare si doveva mettere da un lato, dall'altro si dovevano mettere tutti coloro che, per condizioni di salute, non erano più in grado di camminare. Io scelsi questa soluzione.

Per altri due giorni errammo così senza una meta, almeno senza una meta apparente, lungo queste ferrovie, sentendo ad un certo punto anche il tuonare dei cannoni, quindi capendo, comprendendo che stavamo inoltrandoci in una zona dove la guerra era veramente guerra.

 Avemmo anche la sorpresa di essere abbandonati dalle SS e di vedere al loro posto dei vecchi militari con dei vecchi fucili che non erano più in grado di mantenere quell'ordine e quella disciplina che ci era stata imposta fino a quel momento. Tant'è vero che, dopo una notte insonne, al mattino qualcuno riuscì ad aprire un vagone, un carro, e da un vagone aperto ebbero la possibilità di aprirli tutti e ci trovammo in una situazione di libertà.

Questa improvvisa semilibertà - perché non potevamo pensare di essere ancora liberi - è avvenuta circa verso l'8 di aprile, l'8 di aprile naturalmente del '45. Potemmo cominciare a bere qualcosa di liquido, che avesse l'apparenza di una zuppa e questo per noi fu già un motivo di grande soddisfazione.

Vedemmo comparire con grande gioia un militare americano, armato di tutto punto, carico di tutte le cose di cui avevano bisogno oltre che delle armi e allora si scatenò una tale gioia, un tale entusiasmo...

Fummo trasportati con dei carri trainati da cavalli. Fummo trasportati in una scuola, nella piccola città di Sesen dove iniziammo veramente un periodo di ricostruzione di noi stessi, sia fisico che morale.

 Alcuni mesi dopo abbiamo avuto la possibilità di essere trasferiti a Blanswitz, una grande stazione, e di partire per l'Italia.

Verso i confini austriaci ci siamo fermati in un campo di raccolta dove siamo stati abbondantemente spruzzati di DDT e di tutte le altre cose che potevano far sì che tutti gli insetti che possedevamo fossero uccisi. Dopo di che, dopo questa sosta siamo arrivati al Brennero e siamo arrivati poi giù a Pescantina, che era in Italia. Era il primo posto di soccorso, di raccolta e di ripartizione poi per le varie destinazioni. E con dei mezzi americani, assieme ad altri che avevano come direzione Venezia, siamo stati portati fino a Mestre. Da Mestre ho preso il treno e ho fatto finalmente ritorno a casa.



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