Milovan Bressan


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Milovan Bressan
nato a Gorizia nel 1920, residente a Gorizia


Arresto
effettuato dalle SS nell'ottobre del 1944, a Udine, per attività partigiana

Carcerazione
- presso Cividale (UD), in un Campo di concentramento
- a Tolmezzo (UD), nelle prigioni

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau, a Buchenwald, matricola n.94.160, a Schönberg (sottocampo di Natzweiler), ad Allach (sottocampo di Dachau)

Liberazione
avvenuta ad Allach il 28 aprile 1945 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
avvenuto su camion dell'esercito americano fino a Bolzano
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La testimonianza

Mi chiamo Milovan Bressan e sono nato a Gorizia il 29 febbraio 1920. Abito a Gorizia. Nel settembre 1943 svolgevo il servizio militare nella Regia Marina e mi trovavo a Trieste.

 L'8 settembre 1943 sarà ricordato come la grande fuga: i soldati si riversavano verso la stazione ferroviaria e lì venivano fermati dalle truppe tedesche, rinchiusi in certi locali e successivamente trasportati in Germania. Io che ho assistito a queste scene mi sono procurato un vestito borghese e il 12 settembre ho preso il treno per Gorizia.

Durante il lavoro che io avevo svolto come muratore nell'ambito dell'Organizzazione Todt, nelle pause di lavoro, mentre mangiavamo il pane e formaggio che ci portavamo da casa, io mi dilettavo anche a disegnare i luoghi e per questa mia capacità di disegnare le cose che vedevo ero stato avvicinato dai partigiani.

Quando un giorno ho capito che qualcuno, non sono mai stato in grado di individuare chi, mi aveva denunciato, non ho voluto andare a casa perché temevo il peggio e mi sono rifugiato per qualche ora in un cinematografo. Sono entrate le SS che, uomini da una parte donne dall'altra, ci hanno spogliati ad uno ad uno della giacca andando in cerca di documenti o qualche cosa del genere. Degli uomini una decina sono stati messi da parte, tra i quali anch'io.

 Da lì ci hanno portato in una caserma militare di Piazza Cesare Battisti e sottoposti a un duro interrogatorio. Mi hanno fatto tantissime domande, nome cognome indirizzo eccetera. Certe cose le sapevano già, io avevo un cognato che allora era contrario al regime, iscritto al Partito Socialista e condannato a vivere lontano dalla famiglia, nelle zone del sud d'Italia.

Dopo pochi giorni mi hanno condotto in un campo allestito fuori di Udine, in una zona verso Cividale, dove ho vissuto per alcuni mesi finche ho organizzato una fuga. Nel frattempo a Gorizia avevano arrestato mia madre e mia sorella, quindi non ci potevo andare. Mi sono rifugiato a Udine, dove non conoscevo nessuno, praticamente vivevo nei portoni di qualche casa e mi rifugiavo nei giardini pubblici. Eravamo nel mese di settembre o ottobre 1944, il freddo non era ancora intenso. Qui ci hanno arrestati nuovamente e portati non più nel campo bensì nelle prigioni di Tolmezzo, prigioni civili, dove rimanemmo fino al mese di novembre. Anche lì mi hanno fatto degli interrogatori, volevano conoscere qualcosa di più dell'attività.

 Da Tolmezzo ci hanno caricato sui vagoni ferroviari e portati a Dachau. Durante il viaggio eravamo quasi contenti, perché nulla si sapeva niente dei campi di concentramento e di sterminio in Germania, si credeva che in qualche modo ci avrebbero fatto lavorare ma che comunque saremmo stati dei liberi cittadini civili. Invece ci hanno portato a Dachau, dove rimanemmo mi pare due settimane. A Dachau ci lasciarono le divise che ci avevano dato a Tolmezzo, trovate dai Tedeschi nei magazzini militari italiani, divise di tela che normalmente il soldato italiano portava nell'ambito della caserma. Naturalmente a Tolmezzo faceva già freddo, trattandosi ormai del mese di novembre, e ancor più faceva freddo a Dachau, ma con quelle divise ci portavano fuori hanno a lavorare. Dopo quindici o venti giorni circa ci hanno nuovamente caricati su vagoni bestiame e portati a Buchenvwald.
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A Buchenwald ci hanno fatto spogliare, ci hanno rasato, tosato e ci hanno dato le divise rigate, con il triangolo rosso e il numero di matricola. Poi ci hanno messo in una baracca enorme, insieme a Polacchi, Jugoslavi, Sloveni, Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Ungheresi e Italiani. Noi Italiani erano un gruppo piccolissimo. A Buchenwald tutti i giorni ci portavano a lavorare, un lavoro duro, terribile. Prima hanno chiesto ad alcuni che mestiere facevano, e due o tre di noi hanno dichiarato il loro mestiere di operai, ma ciò nonostante non li hanno portati a svolgere una qualche attività di fabbrica, dove potessero essere utilizzati come meccanici o tornitori come avevano dichiarato. Ci portavano tutti invece all'aperto, sotto le intemperie, il vento, il freddo, la neve, e dovevamo lavorare in zone squallide, brutte, a portare sulle nostre spalle le rotaie per i treni, pesantissime, un lavoro terribile. Il peggio è che io col mio metro e ottanta ero messo alla fine, e un altro sempre di un metro e ottanta all'inizio di questa rotaia, nel mezzo erano quelli di dieci centimetri più bassi, che toccavano appena con le spalle. Comunque era un peso terribile, un freddo tremendo e una fame patibolare. Per tutto il tempo che fummo a Buchenwald lavorammo in questa zona deperendo ogni giorno a vista d'occhio.

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Dalla baracca 28 dove eravamo vedevo anche le baracche delle donne, che però erano divise da un reticolato. Un giorno ci hanno portato ad una specie di visita molto frettolosa per vedere chi era ancora abile e chi non lo era. Molti avevano delle piaghe, delle contusioni, ma soprattutto piaghe dovute agli zoccoli. Oramai eravamo molto dimagriti, senza forze. Eravamo nel mese di febbraio o primi di marzo e questo medico - così lo chiamavano - era uno delle SS che giudicava se l'individuo poteva continuare oppure no. Io fui tra coloro, fortunati, che venni dichiarato tauglich, abile. Prima di passare questa visita siamo stati all'aperto per circa un'ora, una fila lunghissima, completamente nudi.

Ci hanno caricati sui treni, vagoni aperti chiusi sopra da un reticolato. Si poteva appena mettere la testa fuori. Su questo treno siamo stati mi pare tre giorni e tre notti senza mangiare, poi finalmente siamo arrivati in una località di cui ho letto il nome prima di entrare al campo: Schönberg, sottocampo di Natzweiler. Anche In questo campo ci portavano giornalmente a lavorare. Qui il lavoro si svolgeva in una cava di pietra. Dal campo di Schönberg a questa cava c'erano circa cinque o sei chilometri e bisognava farli a piedi nella via del ritorno, sempre accompagnati dalle SS, con una fame tremenda. Era un lavoro bestiale, bisognava usare continuamente delle mazze e dei picconi per spaccare questa pietra. Rimanemmo lì fino al mese di aprile, credo fosse il 7 di aprile. Oramai si sentivano in lontananza gli spari dei cannoni, le truppe angloamericane avanzavano. Noi non ne sapevamo ancora niente.

Il 7 di aprile ci hanno nuovamente caricati sul treno, un treno lunghissimo, ma questa volta vicino a noi c'erano soldati della Wehrmacht. Era gente anziana, qualcuno aveva forse sessant'anni, perché si vede che l'esercito aveva dovuto richiamare chiunque potesse servire in qualche modo ai bisogni del grande Reich. Dopo molte ore di treno giungemmo ad Allach, un sottocampo di Dachau. Lì non ci hanno mai portato a lavorare. Nella baracca non esistevano i castelli e si dormiva tutti sdraiati a terra.

 Durante la notte tra il 28 e il 29 aprile le SS erano scappate. Capimmo subito di essere liberi, e infatti verso le sette otto di mattina - oramai faceva abbastanza chiaro - vedemmo di lontano avanzare gli Americani. Vedemmo subito delle truppe meravigliosamente attrezzate e armate. Noi eravamo dietro i reticolati a gridare e loro ci lanciavano dei pacchetti di sigarette che erano una cosa ricercatissima. Molti si abbracciavano, piangevano. Riuscimmo a forare qualche rete metallica e andare nel territorio delle ex SS. Lì c'erano delle patate messe come in magazzino, ricoperte di terra. Con la fame che c'era e la bramosia di trovare qualcosa, ci riempimmo come potemmo di queste patate. Io le mettevo nella giubba zebrata e ne avevo raccolto forse tre chili, ma quando ho voluto alzarmi le forze mi mancarono. Non avevo la forza di sollevarmi con tre chili di peso, allora presi solo due o tre patate, le misi in una tasca e andammo subito a fare un po' di fuoco per arrostire questa roba.

 Il ritorno a casa. Dopo qualche settimana, in presenza degli Americani, fummo portati in una tenda molto grande che avevano allestito per disinfettarci. Ci spogliammo completamente e con macchine apposite ci spruzzarono col DDT. Poi ci diedero delle divise delle SS, anche belle, con i pantaloni di panno grossolano nero, le camicie e i giubbotti. Eravamo puliti, avevamo dei vestiti che non erano civili ma si potevano portare. Prima eravamo tutti sbilenchi e ridotti a brandelli.
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Oramai eravamo tutti liberi da una certa imposizione e si incominciavano a sentire le prime frasi gentili, prego! grazie!, cose mai sentite nei campi di sterminio.

Un giorno presero le nostre generalità, vennero con dei camion militari, e noi Italiani ci caricarono. Non eravamo neanche poi tanto lontani, perché partendo la mattina in un mezza giornata arrivammo a Bolzano.

La Croce Rossa Italiana ci accolse dandoci dei documenti e da lì finalmente potemmo dichiararci liberi. Non del tutto, perché Gorizia era occupata e io dovetti fermarmi prima a Udine poi a Mossa, una zona vicino a Gorizia, a casa dell'amico Zorzenon prigioniero anche lui con me.



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