Nerina De Walderstein


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Tardivo Mario
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Visintin Antonio
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Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo


Nerina De Walderstein
nata a Trieste nel 1925, residente a Trieste


Arresto
effettuato dalla polizia Collotti, il 23 marzo 1944 a Trieste, in seguito a delazione, perché collaborava con il gruppo della GAP di Venezia

Carcerazione
a Trieste, nella Villa Triste, sede della Banda Collotti, poi nelle Prigioni dei Gesuiti, poi nel Carcere del Coroneo

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Polonia, ad Auschwitz 1, matricola n.82.132, poi a Birkenau (=Auschwitz 2)
- in Germania, a Flossenbürg, poi a Plauen (sottocampo di Flossenbürg)

Liberazione
avvenuta a Plauen, verso la fine del mese di aprile 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non assistito

Note: in seguito alla liberazione, Nerina è fuggita dal campo di smistamento insieme a un gruppo di sopravvissuti
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La testimonianza

 Sono la Nerina De Walderstein. Sono stata arrestata a Trieste, il 23 marzo del 1944, dalla polizia Collotti, alle undici e trentacinque di sera, lo stesso giorno in cui sono ritornata da Venezia, con una valigia piena di materiale bellico e di chirurgia… Sono entrati in casa mia sette poliziotti della questura di Trieste - quelli di Villa Triste, di Via Bellosguardo, a Trieste - con i mitra puntati verso la mia famiglia. Eravamo in casa papà, mamma ed io. Avevo diciotto anni e mezzo. Fortunatamente hanno preso soltanto me, ma cercavano mio fratello, che era a Venezia, alla scuola Foscari. Con un gruppo di studenti, aveva composto il gruppo della GAP di Venezia. Mio papà e mia mamma sono rimasti chiusi in casa per quarantadue giorni, con la polizia che li controllava.

 Io mi sono trovata a mezzanotte nella Villa Triste. Durante l'interrogatorio, sono stata picchiata... Mi hanno rotto tre costole e mi hanno appesa per le mani, da dietro, a un palo... Non so quanto sono rimasta, perché sono svenuta… Mi picchiavano in continuazione... Mi sono svegliata dentro in una cella tutta bagnata e là mi hanno lasciata tutta la notte, per poi reinterrogarmi, il giorno dopo, sempre di sera. Sempre bastonata, sempre picchiata. Da Villa Triste, mi hanno poi portata alle prigioni dei Gesuiti, che ora non esistono più. Là sono stata nuovamente interrogata e, sempre a suon di scappellotti, cercavano di tirarmi fuori qualche parola dalla bocca. Io non ho parlato mai, sono rimasta sempre in silenzio, ho sempre detto che quello che ho fatto, l'ho sempre fatto per conto di Walter, mio fratello... Mi sono assunta tutte le responsabilità.

Dai Gesuiti sono rimasta due mesi, poi mi hanno portato alle carceri del Coroneo, a Trieste, dove, dopo un paio di giorni, sono stata nuovamente interrogata dai tedeschi. Ho subito l'interrogatorio giù, nel bunker del Coroneo. Una cosa tremenda, altre botte, altro tormento… Mi hanno messo nella cella 68 e là sono rimasta fino al giorno del trasporto. Due giorni dopo sono partita. Ci hanno chiamato la notte, credo verso le due, e mi sono trovata giù nel giardino, un grande giardino che c'era nelle carceri di Coroneo, e ho visto tantissima gente. Saranno state le quattro e mezza del mattino, ci hanno messo in colonna davanti alle carceri del Coroneo e in colonna siamo partite verso la stazione di Trieste.

 I primi malori, li ho avuti sul treno. Quattro, cinque volte, nel giro di otto giorni, sono svenuta, forse perché non ho mangiato più dal giorno in cui sono partita... Non sentivo più la voglia né di mangiare, né di bere, e poi mi sono ripresa, quando mi hanno detto "Guardi, domani arriviamo nel campo di lavoro". Mi sono sentita un po' meglio, perché ho pensato che andando a lavorare, tutte insieme, con le nostre compagne, con quelle del viaggio, sarebbe stato un po' diverso, meglio che essere chiuse dentro in questa tradotta. Invece, mentre ci si avvicinava ad Auschwitz, ci hanno raccontato un pochino che cosa era Auschwitz, ma non bene, perché non avevamo capito niente... Ci hanno detto "Vedrete, quando si arriva dentro ad Auschwitz, con il treno, ci sarà una bellissima orchestrina che vi riceve...", e noi tutte felici che ci aspettava l'orchestrina. Veramente, quando siamo arrivate ad Auschwitz, l'orchestrina c'era, ma prima di entrare dentro, siccome io non sapevo che questo fosse il campo di Auschwitz, abbiamo visto certe persone che erano chine a terra. "Mamma mia, chi sono quegli uomini? Chi sono quelle persone? Sono come dei mussulmani…", abbiamo chiesto, "Sì, sono mussulmani", "Tutti mussulmani, sono venuti qui a lavorare? E…", "Capirai, capirai...", mi ha risposto, "Vedrai che, dopo un po' di tempo, sarai mussulmana pure tu". Io gli ho detto "No, guarda, io sono cattolica", "Va bene, va bene... Ma capirai più in là".
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Siamo state portate tutte prima ad Auschwitz 1 e poi a Birkenau, però quando siamo arrivate, il primo impatto era tremendo, spaventoso, perché ci hanno cacciate giù dalle tradotte, proprio gettate giù. Ci hanno fatto spogliare nude, davanti a un blocco, e siamo rimaste là per una giornata intera e una notte... Una notte fredda rigida tremenda, sempre nude.

Ed era una cosa tremenda. La notte era fredda... Durante il giorno un caldo tremendo e la notte una tremenda umidità. Eravamo tutte fredde e spogliate, ci si stringeva l'una con l'altra, per poterci scaldare. Quello che mi ha fatto più male è che io ero giovane, con me c'erano tantissime giovani, ma c'erano anche tante persone anziane e vedere quelle povere nonne - per me allora erano nonne - che erano lì nude, disperate, si nascondevano, cercavano di proteggere quelle parti che non dovevano essere viste. Poverine, piangevano, piangevano... Sono rimaste poco tempo, perché siamo state portate tutte assieme dentro, ma dopo pochissimo tempo sono morte. Dopo l'attesa esterna, ci hanno portato dentro nei blocchi, nelle baracche. Tutte nude, ci hanno portate dentro nella baracca, dove ci facevano entrare nella sauna, là ti tagliavano i capelli, ti rasavano e poi ti spedivano avanti. Avevo dei capelli lunghi, biondi, erano belli, un po' ondulati... Ero giovane... Il polacco, che tagliava i capelli, mi ha preso una ciocca di capelli in mano, me l'ha tagliata, poi mi ha dato una spinta e mi ha mandato avanti. Ero l'unica là coi capelli. Avevo i capelli lunghi, senza una ciocca, e tutti mi chiamavano Ciocchina. Poi ci hanno mandato in un'altra stanza, dove ci hanno nuovamente messo in fila. Iniziano i tatuaggi. Io sentivo che parlavano, ma non capivo cosa dicevano - il tedesco, lo capivo poco, l'avevo studiato a scuola, ma non più di tanto - quando ero quasi sul punto di entrare anch'io dentro, sento che dicono a un'altra compagna "D'ora in poi tu non sei più il nome 'tal dei tali', ma bensì tu sei la prigioniera 'numero tale'". Ci tatuarono sulle mani la matricola e, così, ci hanno detto "D'ora in avanti questo è il tuo numero, rispondi a questo nome". Io ho numero di matricola 82132, e con questo numero io ho passato tutto il periodo, sapendo di essere soltanto il numero 82132 e il nome, l'ho dimenticato.
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Poi nuovamente in fila per gli indumenti per vestire: una veste qualsiasi, poi le scarpe, delle scarpe meravigliose! Io indossavo sulla sinistra una ghetta e sulla destra uno zoccolo, uno zoccolo olandese grande che lo perdevo. Nel blocco, poi, quando abbiamo visto quei castelletti, dove ci si dormiva in sei, come sardine... Noi giovani dormivamo a terra, io ho dormito per quasi un mese, forse anche più, sulla nuda terra. Eravamo tante, dentro in quel blocco, e non ci si poteva stare... Non ci si poteva girare e, quando ci si girava, che eravamo stanche di essere su un fianco, si svegliava l'una: "Ti prego, giriamoci dalla parte opposta...", perché le ossa dolevano, facevano male. Allora ci si girava.

La tortura più grande era quella… Il loro godimento era quello di tenerci fuori all'aperto, anche se pioveva, se nevicava, se faceva freddo. Eravamo tutte sporche, tutte sudicie, senza poterci un po' lavare… Senza aver vergogna, andavi in quel gabinetto, quello tremendo sai… E poi… Se non ti abituavi, c'erano botte, dovevi farlo. Io ho avuto la fortuna, e la sfortuna, di essere addetta alla pulizia dei gabinetti, portare dentro… C'era un carro, in cui vuotavi tutto... Poi, con quel carro, andavi… Portavi lungo il campo, prendevi e portavi avanti, fino che non arrivavi nei gabinetti, per lasciare tutto il carretto. Mentre io ero là, ci fu l'impiccagione di un polacca, che aveva tentato di evadere dal campo. L'hanno torturata, davanti a tutto il gruppo delle donne che erano là, e, dopo averla ben torturata e rotto tutte le ossa, l'hanno impiccata, moribonda... Questo è successo nel periodo in cui ero là.

Da mangiare, poi... Un pranzo meraviglioso! C'erano grandi zucche e c'erano dei bidoni con dell'acqua bollente in cui le spaccavano... Sull'orlo del bidone le spaccavano e le buttavano dentro, spezzettandole un pochino, in quel bidone d'acqua bollente. Galleggiavano i semi, galleggiava l'interno della buccia... Quando lo vedevi, se eri forte di stomaco, lo mangiavi, se no rimandavi, poi cercavi di mandare giù qualche cosa, per poter sopravvivere. Si mangiava quello che si trovava, però i nostri maiali, veramente, mangiavano meglio. Questo era il vitto...

È successo poi che... Non ho mai capito perché... Tutte ci siamo chieste... Anche adesso, che ho rivisto le mie compagne, ci siamo chieste: ma cosa è successo, come? Perché, appena arrivate, le mestruazioni, bloccate in pieno… E nessuna sa che cosa era.

Comunque, sono rimasta poco, a Birkenau, forse un mese, poi mi hanno portata nell'altro Lager, nel Lager B... Era il lager dove ti portavano a lavorare, si andava fuori a coltivare le patate... Quando arrivavi là, se vedevi dell'erbetta, cercavi di mangiarla...

Sono stata poi ancora trasferita... Sono stata portata via da Auschwitz. Mi hanno presa, perché per loro ero ancora abile al lavoro. Mi hanno messo in fila, per il trasporto... Non si sapeva dove si andava, hanno detto che ci portavano nelle fabbriche, si sapeva soltanto quello. Si era in fila, pronte per partire, ci consegnavano del pane, per il viaggio, ci davano una pagnotta di quel famoso pane… Quel pane acido, cattivo, duro, era come mangiare... Era come la segatura... Anzi, quella forse era più tenera da inghiottire.

Mentre si era in fila e si aspettava di partire, ci distribuivano… C'erano, vicino a me, due bambine, due bambinette... Io per loro ero una mamma... Una aveva dodici anni, l'altra tredici; erano del Goriziano, non potrei dire il paese, perché non lo ricordo... Ci siamo poi perse, perché siamo partite assieme, ma quando siamo arrivate a destinazione, ci hanno divise... Però nel frattempo che eravamo in fila, è stata rubata una delle pagnotte, che erano contate. C'erano, là, le ebree che spartivano il pane con le polacche, una di queste ha accusato quelle due piccole di aver rubato, ma non era vero, perché erano con me… E io avevo visto che l'avevano preso loro, ma hanno detto al militare tedesco, che ci accompagnava per il trasporto, che erano state le bambine, allora lui tutto infuriato, ha inveito contro di loro, e loro si sono messe a piangere, perché poverine erano bambine. Piangere non dovevi, perché se ti vedevano piangere, ti picchiavano, e quando ti picchiavano, se ti vedevano piangere, ti picchiavano ancora di più, ma se tu non piangevi e reagivi degnamente, ti lasciavano stare. E loro, poverine, si sono messe a piangere ed era pronto a picchiarle, a picchiarle duramente, perché le voleva picchiare col calcio del moschetto. Allora io ho preso le loro difese e il colpo che dovevano ricevere loro, l'ho preso io, anche se non era destinato a me; l'ho preso e sono caduta svenuta per quel colpo duro... Non capivo niente, l'ho saputo più tardi che non ero in me. Sono partita in trasporto con... Le mie compagne, che non mi hanno voluto lasciare là a terra, mi hanno sollevata e portata di peso sul vagone e là mi sono ripresa. Avevo battuto anche un po' la fronte, avevo un segno che si vede ancora, ma quella è una cosa niente, perché poi la ferita si è chiusa e rimarginata, ma quel colpo… Col tempo ha macinato, ha lavorato... Quel colpo che ho ricevuto col calcio del moschetto, qua dietro la nuca, col tempo ha fatto suppurazione, perché ha screpolato il cranio e dentro si è formata un'infezione che poi…che mi hanno detto loro i medici, praticamente il mio osso stava andando in cancrena.
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Sono passata per il campo di Flossenbürg, ma non mi sono neanche resa conto di esserci stata, mi sono ritrovata il 14 dicembre nella fabbrica di lampadine OSRAM, a Plauen. La mattina ci davano da bere il solito tè, si andava al lavoro alle sei, ognuna aveva una mansione un lavoro, imparava dagli operai che le insegnavano, ognuna doveva fare quei lavori che si facevano nella fabbrica delle lampadine. Si iniziava con il vetro e poi fino alle lampadine più grandi, quelle enormi, che erano molto complicate. Io ho fatto quel lavoro soltanto per un mese, poi sono andata nel magazzino. Quando ero là dentro, mi sentivo sempre tanto male, mi sentivo male. La prima volta, mi sono sentita svenire, sarà stato verso il 20, 21 dicembre, mi sono sentita svenire, sono mancata mentre lavoravo. La mia compagna ha chiamato aiuto, mi hanno dato un po' d'acqua, sono rinvenuta e ho ricominciato a lavorare, ma avevo un tale mal di testa che mi sembrava di impazzire. Sono svenuta per tre volte. Al terzo svenimento, è passato il direttore della fabbrica, che mi ha vista, mi ha preso lui in braccio, ha chiamato il soccorso e mi ha portata in una clinica, cui avevano diritto solo gli operai della fabbrica. Là mi hanno pulito mezza testa... Io, qua dentro, ho tutto vuoto, mi hanno grattato tutto quello che c'era... Hanno lasciato un pochino... Perché qua io ho una cosa dentro, non so cosa hanno fatto, ma mi hanno salvata. Quando sono stata meglio, ho cercato di tenere un diario: i miei ricordi, le cose che scrivevo, le lettere che scrivevo alla mia mamma... Qua c'è una poesia che ho fatto per la mamma, qua ci sono tutte le cose che mi venivano in mente e che scrivevo...

 La liberazione è avvenuta... Ricordo... Le tedesche ci hanno chiuse nella fabbrica, che era diroccata da una parte... Noi eravamo proprio nella parte diroccata, che era rimasta ancora in piedi, in seguito ai bombardamenti. Ci hanno rinchiuse dentro e loro sono fuggite. Sentivamo... Si sentivano i militari, gli alleati... Abbiamo iniziato a gridare e... A furia di gridare ci hanno sentito, si gridava alla disperata e un paio sono impazzite, specialmente le russe, poverine, che avevano il numero 42000 ed erano arrivate là fra le prime, erano quasi impazzite. Era una cosa da impazzire, eravamo senza mangiare da tanti giorni, prima si mangiava poco, ma poi siamo rimaste proprio senza mangiare... Era tremendo. Finalmente si sono resi conto che eravamo su e sono venuti gli americani che ci hanno liberato. Mi hanno rifocillata, credo per quindici giorni, mi hanno tirata su prima con il tè, solo tè poco zuccherato, dopo, pian piano, col brodo sgrassato e, quando ci siamo riprese, ci hanno portato nel campo di smistamento, dove ho trovato… C'era una di Gorizia, del Goriziano, lei era più anziana di me... Io avevo appena diciannove anni, andavo verso i venti, e lei aveva trentacinque anni, per me era come una mamma, lei si è presa cura di me.

 Il ritorno invece... Durante il giorno si camminava... Ci si chiedeva l'uno l'altro dove si poteva andare, puntavamo su Vienna. Attraversavamo i paesi e ci si fermava, ci si organizzava per mangiare. Al Brennero... Siamo arrivati con il treno a Bolzano, dove ci hanno scaricato, gli altri hanno proseguito, ma noi siamo rimasti là, perché a Bolzano abbiamo saputo che c'era lo smistamento di tutti i deportati che ritornavano in Italia... Là avevamo tutto, c'era un rifugio, un ritrovo. Da Bolzano a Udine... Tutti quelli che erano nelle vicinanze, nei dintorni di Udine e nei dintorni di Trieste, hanno preso un pullman... Arrivati a Monfalcone ci hanno ristorato, meravigliosi i Monfalconesi, ci hanno dato quello che potevano, ci hanno dato un panino, ci hanno dato una mela... Poi ci hanno preso le generalità, hanno voluto sapere se sapevamo di qualche morto di quelle parti, hanno fatto un'inchiesta su tutti i deportati, per sapere se c'era qualche vivo, qualche morto... Quando siamo entrati nella zona nostra e ho visto Miramare, sentivo il cuore fare bububum bububum, quasi si fermava... Dico: "Oddio, mi si ferma il cuore!". Tutto a un tratto, sento nuovamente battere forte il cuore, mi sentivo il fuoco alla testa, finalmente a casa!



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