Riccardo Goruppi


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Algeri Giuseppe
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Banterla Arturo
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Bigo Pio
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Bressan Milovan
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Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Riccardo Goruppi
nato a Prosecco (TS) nel 1927, residente a Villa Opicina (TS)


Arresto
effettuato dalle SS, il 25 novembre del 1944 a Prosecco, in seguito a delazione, per attività partigiana

Carcerazione
a Trieste, nel Carcere del Coroneo

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau, matricola n.135.423, poi a Leonberg (sottocampo di Natzweiler), matricola n.40.184, poi a Mühldorf e a Kaufering (sottocampi di Dachau)

Liberazione
avvenuta tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1945, a Kaufering, dopo una marcia della morte e un viaggio su treno blindato, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Sono Riccardo Goruppi, nato il 14 gennaio 1927 a Prosecco, in provincia di Trieste.

 Sono stato arrestato dalle SS il 25 novembre 1944, per una spiata, e trasferito nelle carceri del Coroneo di Trieste.

 Ho subito tre interrogatori, e relativi pestaggi, l'ultimo dei quali cinque minuti prima della partenza per la Germania.

Le SS hanno rastrellato il paese al completo. Con me c'erano diverse persone, non saprei dire se trenta o quaranta. Ero partigiano, ma in quel momento mi trovavo in paese perché dovevo subire un'operazione ed ero ritornato a casa. Dopo l'operazione sono tornato a fare il partigiano. Mi hanno preso senza armi, ecco perché poi sono finito in Germania invece di finire alla Risiera di San Sabba, alla quale promettevano di spedirmi durante l'interrogatorio. Non ho mai detto che non ero partigiano, quando me lo chiedevano, ho sempre detto che sì, ero partigiano. Dopo la chiamata, una mattina si sono presentati due SS con l'interprete, che gridavano "dove sono quei due che non vogliono andare in Germania?" e ci hanno chiamati per cognome, mio padre ed io. Mio padre è stato portato immediatamente in una fila dove erano già in cinque, pronti per la partenza. Io sono stato portato a un ultimo interrogatorio. Mi hanno pestato molto bene, mi hanno rotto anche i denti davanti, poi mi hanno dato due pezzi di pane e un pezzo di formaggio per il trasporto.

 Siamo partiti da Trieste il giorno 8 e siamo arrivati a Dachau il giorno 11.

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Nel vagone eravamo dalle sessanta alle settanta persone. Ho chiesto a una persona di scorta che conoscevo il permesso di entrare nel vagone dov'era mio padre, e questa mi ha detto "puoi entrare, tanto andate tutti nello stesso posto".

Entrando a Dachau ho visto l'ampiezza del campo e ho esclamato stupito "questa è una prigione molto più attrezzata del Coroneo, nelle vicinanze di un posto di lavoro o qualcosa del genere". Sennonché arrivati ci hanno fatto gettare tutto quello che avevamo, oltre il vestiario che si aveva addosso anche i vestiti che ci avevano portato da casa nelle prigioni. Bisognava gettare tutto sul mucchio e entrare dentro nella sala delle docce. Nella sala delle docce c'erano prigionieri che facevano da barbieri, i famosi barbieri che ti rasavano completamente. Gettati via quei vestiti che ancora avevamo e fatta la rasatura completa della persona, a noi Italiani ci hanno fatto una striscia lungo la testa che significava traditori. Gli Italiani e i Russi avevamo questo segno distintivo, erano considerati traditori. Fatto questo ci hanno messo sotto le docce, hanno aperto l'acqua fredda - da notare che era l'11 dicembre - poi l'acqua calda, poi l'acqua fredda eccetera. Noi saltavamo e loro ridevano. Si divertivano così. Poi ci hanno dato una manciata - hanno detto - di sapone, ma era soda caustica o qualche cosa del genere. Bisognava strofinare molto bene dove ci avevano rasato, e allora erano altri i salti che facevamo, perché la rasatura non era stata tanto delicata ed eravamo pieni di tagli. Finito questo, per il loro divertimento, ci hanno consegnato le famose divise a zebra con le strisce bianche e blu, un paio di calzoni e una giacca. Alcuni avevano la fortuna di ricevere anche una specie di sopra giacca - noi la chiamavamo cappotto o cappottino - della stessa stoffa ma più lunga. Non tutti avevano questa fortuna, fino a quando ce n'erano le davano, poi una volta finite non le davano più e davano quello che c'era. Gli zoccoli erano aperti con una tela. Di calze non se ne vedevano, chi aveva ricevuto i calzoni un po' più lunghi li usava anche da calze.

La cosa più brutta è quando si è capito di essere in un campo di sterminio. Siamo usciti all'appello e ci hanno consegnato i numeri e i triangoli, da cucire sulla giacca e sui calzoni. Sul triangolo c'era l'indicazione dello Stato di appartenenza, noi avemmo la 'I' per l'Italia. Il numero era molto difficile, difficilissimo per chi non capiva il tedesco, sentire per la prima volta '135.423' in tedesco al momento era una cosa enorme. E allora ce lo imparammo immediatamente, perché quelli arrivavano e bastonavano. Si è saputo immediatamente da gente dell'interno che non dovevi farti vedere troppo forte, troppo veloce, troppo espansivo perché potevi essere scelto per degli esperimenti. Non dovevi far vedere di essere ammalato perché potevi essere eliminato, gli ammalati li eliminavano immediatamente. Ho fatto la quarantena, se così si può chiamare, cioè venti giorni all'interno. La baracca era di una lunghezza di cento metri, divisa in quattro Stuben, e man mano che chiamavano i numeri entravamo nella Stube. Dunque se la baracca era lunga cento metri la camerata doveva essere di venticinque metri circa. Nello spazio all'interno era ricavato anche lo spazio per il capo baracca, poi c'erano i letti a quattro piani. Guai perdere il posto la notte, perché se uno per andare alle latrine che stavano a metà della baracca perdeva il posto non riusciva più a ritornare. Poi con le bastonate del kapò in una maniera o nell'altra si rientrava, ma si dormiva piedi e testa uno contro l'altro, con molta difficoltà. A un certo punto sono stato scelto per il lavoro e sono partito, mi hanno trasferito al campo di Natzweiler, nella località di Leonberg. Attraversando Dachau per il trasferimento, sono passato davanti al cancello dei crematori, ho visto il mucchio dei morti e lì mi sono reso veramente conto di cosa è il campo di sterminio.

Ma la speranza di uscire c'era sempre, era la speranza di andare verso qualche cosa di nuovo, come quando ci hanno portato a Leonberg , che era stato ricavato chiudendo due tunnel. C'era già un campo di baraccamento con il legname, avevano costruito due blocchi in cemento e io sono stato mandato in uno di questi due blocchi. Devo dire che nell'interno della camerata c'era anche una stufa. Il mio numero di matricola, ricevuto al campo di Natzweiler, era 40.184. A Leonberg abbiamo avuto un kapò italiano, un certo Carlo di Bolzano, e io mi sono detto "meno male, abbiamo un kapò che capisce la nostra lingua e a cui possiamo anche chiedere qualche cosa". Invece non è cambiato niente, era uguale a tutti gli altri, perché queste persone dovevano dimostrare alle SS di essere capaci di mantenere il gruppo che avevano in dotazione. Il campo era nel territorio tedesco e noi lavoravamo in un tunnel autostradale. Si lavorava giorno e notte. Era un lavoro a catena, facevamo le ali degli aeroplani per la ditta Messerschmitt, e ogni gruppo di cinque o sei persone aveva un Vormann, un operaio tedesco del luogo o arrivato da non so dove. Questi non erano tanto cattivi, non bastonavano, e avevano soltanto il dovere di controllare che non avvenissero sabotaggi sui pezzi che si mandava avanti. Ogni quindici persone c'era una SS che camminava su e giù lungo il tunnel. Quando passava bisognava levare il berretto e quando se ne andava mettere il berretto, quando ripassava levare il berretto e così per dodici ore. Anche questo era studiato per denigrare la persona. Davanti le latrine c'era la sentinella. Il lavoro era dodici ore, il sabato poi c'era il cambio di turno dal giorno alla notte, ed allora erano sedici ore lavorative. Io avevo un numero di matricola minore di mio padre perciò non ci siamo mai incontrati, ci incrociavamo solo nel passaggio, quando lui lavorava di giorno io lavoravo di notte e viceversa. Ma anche questo è durato poco tempo, perché mio padre è morto in febbraio, il 20.

Quando sono ritornato dal lavoro la mattina ho chiesto se potevo andare al Revier a vedere mio padre e il kapò Carlo mi ha dato il permesso - non scritto, il permesso era così. Purtroppo ho trovato mio padre che era già morto. Sono arrivato, ho chiesto a due persone che parlavano italiano - non so di dove erano - e loro mi hanno detto "lo hanno portato via". Io chiedo dove e loro "su". Allora sono corso - potevo anche morire in quel momento, ma non aveva nessuna importanza - sono corso verso l'alto e c'era la fossa comune. Chi non ha mai visto una fossa comune sarebbe giusto che la vedesse, perché all'interno ci sono tutte le religioni e tutte le nazionalità. Lo dico sempre e lo dirò sempre, lì dentro ci sono i pilastri dell'Europa unita, se la dovessero fare, perché ci sono tutte quante le religioni, non si distingue l'ebreo dal cristiano o dallo zingaro. Tutti c'erano lì dentro e io l'ho visto, l'ho visto. Non so se una decina di giorni dopo mi sono ammalato di tifo e ho dovuto andare al Revier. Ero tanto sicuro di andare a finire la mia vita che mi sono spogliato del cappottino, che non tutti avevano, e l'ho dato a un ragazzo, un partigiano. Gli ho detto "lo do a te, tanto a me non serve più". Invece ecco, io sono qui e lui è morto. Anche queste sono cose che succedono. Il destino porta a questo.
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Al momento dell'evacuazione dal campo, i gruppi che potevano camminare li hanno fatti camminare con la marcia forzata. Noi non siamo rientrati a Natzweiler, perché era stato evacuato ed era già territorio francese fino quasi a Dachau. Ci hanno portati a Dachau sul treno con i vagoni aperti, di quelli che trasportano carbone, perché ormai non avevamo più le forze. Arrivati a Dachau, non dico i morti che c'erano in quei vagoni! Forse per ogni vagone c'erano cinque vivi, e abbiamo dovuto scaricare questi morti con la tristezza di non poter neanche adoperare le mani. Ormai eravamo delle larve e scaricavamo i morti rotolandoli giù coi piedi. Fatto questo, il treno ci imbarca e va a Mühldorf, sottocampo di Dachau, perché Dachau era troppo pieno. La matricola è rimasta quella di Natzweiler. Non si cambiavano più le matricole perché erano giorni di smistamento, e in questi sotto campi ci si stava dai dieci ai quindici giorni.

A Mühldorf c'erano delle piccole baracche a punta. Sono stato non so se sette o dieci giorni - non saprei dire- poi ci hanno trasferito in un altro sottocampo di Dachau, Kaufering.

A Kaufering c'erano dei baraccamenti sotto terra. Io credo che una volta fossero dei depositi di munizioni o qualche cosa del genere. Nei baraccamenti ci stavano sedici persone. All'interno non c'erano letti, c'era della paglia, niente più. Le baracche avevano un rialzo di un metro circa fuori dalla terra, sotto c'era l'erba verde ma il giorno dopo non ce n'era più neanche un filo, perché avevamo rosicato anche le radici. Per vent'anni non sarà più cresciuta, abbiamo mangiato tutto.

Quando moriva una persona, bisognava spogliarla e trascinarla vicino alla porta, piegare i vestiti, queste giubbe, come se fossero oro, col numero verso l'alto, e appoggiarli sul petto della persona. Venivano a prendere prima il vestiario, non il morto, e con una matita blu segnavano il numero sul petto. Quando uno va alla ricerca del proprio morto nelle fosse comuni non può saperlo.

Ci hanno imbarcato su un treno sempre a vagoni aperti, e lungo la ferrovia c'era un treno blindato che sparava sul fronte. Noi ci hanno messi come scudo. Ecco che gli Americani si sono messi a mitragliare questo treno. Quando uno dice che non ha paura non bisogna credergli mai, perché la paura fa il coraggio. In quel momento ci siamo tutti raggruppati verso gli angoli di questi vagoni. Non avevamo la forza di scavalcarli, il gruppo che era sotto erano i morti e allora ci siamo automaticamente rialzati per poter scavalcare la balaustra del vagone. I primi che sono caduti sulla ghiaia si sono spaccati, io sono caduto su un mucchio di morti, ho avuto fortuna. Mi sono rintanato sotto le ruote dei vagoni perché continuavano a mitragliare, mentre i Tedeschi invece di mitragliare sugli aerei hanno iniziato a mitragliare quelli di noi che cercavano di sparpagliarsi andando verso i boschi.

 Ci siamo salvati in quattro. Il treno blindato aveva due o tre vagoni di roba rubata. Ad esempio il vagone dove siamo riusciti a salire - con molta difficoltà perché non era così facile risalire - era per metà pieno di materassi, materassi nuovi e di cassoni con non so che cosa dentro. Man mano che il treno viaggiava questi materassi erano venuti in avanti e così da un lato c'era uno spazio. Noi ci siamo infilati all'interno, in piedi perché lo spazio era piccolo. La cosa più brutta è successa dopo, quando hanno spostato il treno su cui eravamo prima e gli hanno dato fuoco con la benzina. Le urla erano tremende, tanto è vero che si è passato il fronte e noi non ce ne siamo accorti. Alla mattina - io credo fosse mattina ma potrebbero essere stati pure due giorni dopo - c'era un silenzio di tomba, un silenzio che ha fatto più paura delle urla della notte. Decidiamo di uscire strisciando a quattro zampe, usciamo e ci puntano il fucile alla testa. Abbiamo detto "è la fine", e invece era un negro, non finirò mai di ringraziarlo, che inizia a piangere. Lui piangeva e noi piangevamo, non abbiamo capito perché, non lo sapevamo ancora ma era l'inizio della nostra salvezza.

Ho fatto tre mesi di ospedale, quando mi chiedevano nome e cognome ripetevo il numero, non sapevo chi ero, da dove arrivavo e dove ero, anche se poi i nomi dei posti mi sono rimasti nella testa. Non mi spiego perché, ma lì non riuscivo a dire di Kaufering, di Dachau, di Schaffhausen, il luogo dove c'era il treno, che poi io ho rivisitato dopo venticinque anni. Ora ci sono le fosse comuni dove quel giorno c'era il treno, e sulle fosse comuni le lapidi sono in ebraico perché le hanno fatte gli ebrei. Sulle lapidi c'è una scritta bellissima, me la sono fatta tradurre dal rabbino, una scritta molto importante che dice "il viaggiatore passando si chiede cos'è questo. Qui sono sepolte le ossa sacre dell'ultimo minuto di guerra".

 Io sono rientrato in agosto, però prima vorrei dire una cosa che mi ha permesso di tornare ad essere una persona normale. Credo di avere assorbito tanto di quell'odio in quei posti verso questi torturatori - e non parlo di Tedeschi, perché di queste persone dobbiamo sempre dire che erano SS - che avevo paura di non potere più smaltire tutto l'odio accumulato. La cosa che mi ha permesso di tornare ad essere una persona normale è stata questa. Nell'ospedale c'era un reparto dove c'erano tronconi di persone, tronconi di militari, senza mani, senza piedi, senza arti. Quando ho iniziato a camminare, ho voluto vederli - è una cosa che mi ha tentato - sono voluto entrare, non so perché, il destino è così. Ebbene quando sono entrato queste persone mi hanno fatto pietà, e in quel momento mi sono detto "ecco, sono ancora una persona". Queste cose dovrebbero vederle tutti per capire a cosa può portare l'odio e a cosa può portare una guerra. L'odio verso di noi era tremendo e spero sempre che mai più succedano queste cose, perché odiarsi è la cosa più brutta, porta a quello che è capitato a noi. Ci odiavano, ci odiavano e ci hanno fatti odiare dalla gente che non aveva né pena né colpa. I Tedeschi ci presentavano come criminali, non ci presentavano come persone imprigionate per qualche motivo, e difatti i civili avevano paura di noi, gli inculcavano nella testa queste cose. Portavano dei ragazzini a tirarci e a sputarci contro. Sono cose che purtroppo succedono quando si è in una fase come quella del nazismo.
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I primi tempi dopo il mio rientro ho fatto delle interviste, ma era difficile ricordare tante cose, perché un'intervista ti riporta nel campo, rivivi il campo e poi non stai bene. Ma poi mi sono detto dobbiamo testimoniare, noi che siamo i sopravvissuti, dobbiamo farlo perché i giovani devono saperlo, non possiamo dire i giovani sono così, non capiscono, non sanno, non sanno perché non possono saperlo se non glielo si spiega.



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