Mario Tardivo


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
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Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
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Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Mario Tardivo
nato a Eraclea (VE) nel 1927, residente a Ronchi dei Legionari (GO)


Arresto
effettuato dalle SS il 24 maggio 1944 a Ronchi dei Legionari, con il padre e due fratelli, in seguito a delazione, per attività partigiana

Carcerazione
a Trieste, nel Carcere del Coroneo

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Germania, a Dachau, matricola n.69725, poi ad Allach (sottocampo di Dachau)
- in Francia, a Markirch, matricola n.23.580 (sottocampo di Natzweiler-Struthof)
- in Germania, a Trostberg, poi ad Allach (sottocampi di Dachau)

Liberazione
avvenuta ad Allach il 29 aprile 1945 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
assistito dall'esercito americano fino a Bolzano

Note: il padre fu rilasciato dopo l'arreso, il fratello maggiore fu ucciso nel Lager di Trieste, il fratello minore è stato deportato con Mario ed è sopravvissuto
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La testimonianza

Mi chiamo Mario Tardivo e sono nato il 4 novembre 1927 a Eraclea in provincia di Venezia. Eravamo tre fratelli e tutti e tre - tranne me, in misura minore - eravamo effettivamente dei partigiani. Io solo qualche volta li aiutavo.

 Il 24 maggio del 1944 stavo in camera a studiare, erano gli ultimi giorni di scuola e dovevo sostenere qualche esame, per cui alle cinque del mattino ero già sveglio. Ho inteso dei rumori di macchine e motori, mi sono affacciato alla finestra della camera e ho intravisto automezzi militari, soldati delle SS e civili, che poi abbiamo saputo essere collaborazionisti dei fascisti e dei Tedeschi a Trieste. Sono scesi da queste macchine e sono entrati a casa mia. Saliti in camera col mitra spianato ci hanno ordinato di scendere. Ci hanno fatti salire su una camionetta e ci hanno portato lungo la strada, il viale dove abitavamo e man mano che questa camionetta avanzava, scortata di automezzi blindati, si fermavano e entravano dentro determinate case. Hanno fatto questo rastrellamento, questi arresti, su tre zone ben distinte dove c'era una concentrazione di collaboratori e partigiani.

 Da lì ci hanno portati al Coroneo di Trieste, nelle prigioni, dove siamo rimasti alcuni giorni senza sapere niente, la causa per cui eravamo stati presi. Il terzo, quarto giorno ci hanno fatto scendere dai bracci dove eravamo al piano terra e ogni tanto chiamavano uno di noi dentro una stanza. Li portavano a interrogatori da cui tornavano malconci. Per noi era o la libertà o finire in Germania. Credevamo che andando in Germania si sarebbe lavorato, come lavoratori, non sapevamo dell'esistenza dei lager naturalmente. Così un pomeriggio hanno chiamato dei nomi 'questi qua domani mattina partiranno per trasporto in Germania'. Eravamo - come dire - felici di andare fuori dalle carceri, perché era pericoloso rimanere dentro, qualche volta ci prelevavano come ostaggi.

 Il nostro trasporto è avvenuto col solito sistema. Una mattina, usciti dal Coroneo, ci hanno portati alla stazione di Trieste, ci hanno caricati su questi vagoni merci e siamo partiti. Siamo arrivati a Dachau il 2 giugno, di notte. Credo che quello fosse proprio il sistema fisso, stabilito dalle SS per far sì che i civili non vedessero questi prigionieri. Arrivati dentro, poteva essere mezzanotte, o le undici, il campo era tutto illuminato e noi ancora non avevamo capito. Sennonché quello che ci ha fatto capire il tutto è stato l'indomani mattina, quando è cominciata la spoliazione, la depilazione, la disinfezione. Ci facevano entrare in queste docce, poi quando si usciva depilati, rasati eccetera ci davano l'abito del prigioniero, che noi vedevamo lì in giro, ma qualcosa ancora non quadrava. All'uscita di questa vestizione ci chiedevano i dati e poi ci assegnavano il nostro nuovo nome, ci battezzavano con un numero.

Il mio numero era ed è per me tuttora vigente come un nome, come una distinzione, segnava anche tra l'altro la data dell'entrata perché man mano che aumentava il numero capivamo chi era entrato in quel mese e chi in quell'altro. Il mio numero era 69.725, però io l'ho impresso in tedesco perché conoscere il proprio numero in tedesco voleva dire qualche volta riuscire ad evitare certe violenze. Loro chiamavano il numero, e se uno non sapeva che il suo numero era quello perché non se lo ricordava, loro lo bastonavano, lo consideravano un sabotaggio. Il mio numero in tedesco era neunundsechzigsiebenhundert fünfundzwanzig e per me questo numero, anche se non ci è stato marcato sul braccio come agli ebrei e ad altri che entravano ad Auschwitz, è comunque marcato, sempre fisso.

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Al momento della dichiarazione, loro chiedevano che tipo di lavoro facevi quando eri a casa. Io facevo lo studente, ma siccome mio fratello aveva dichiarato che era operaio - lavorava in un cantiere a Monfalcone - ho detto anch'io operaio, così c'era la possibilità di stare ancora insieme. Difatti siamo rimasti insieme per un mese circa con altri due compagni, destinati alla lavorazione meccanica della BMW ad Allach. Da Dachau ad Allach, ogni mattina dovevamo andare a lavorare in fabbrica e dovevamo fare un percorso di due tre chilometri su una strada recintata ai lati dalle SS. Per una settimana si facevano dodici ore di notte, poi dodici ore di giorno, dalle sei di mattina alle sei di sera. Lì ad Allach avevano costruito questa fabbrica all'interno di una foresta penso, perché c'erano tanti pini altissimi ed era nascosta. Lì non sono rimasto per tanto tempo.

Dopo un mese io e il mio compagno Mario Candotti, insieme a cui ho trascorso tutto il periodo, e altri compagni di Ronchi, ci hanno trasferiti a Markirch, una località dell'Alsazia. Lì esisteva già una galleria lunga cinque o sei chilometri. Questa galleria era una strada, un tracciato di autostrada, ma i Tedeschi l'hanno chiusa e vi hanno inserito le macchine utensili in modo che questo reparto lavorasse indisturbato ventiquattro ore su ventiquattro. Si trattava sempre della BMW.

Il mio lavoro consisteva nel lavorare su una rettifica. Io di tecnologia e di lavorazione delle macchine avevo già acquisito a scuola all'Istituto Tecnico, ed ho capito che le macchine erano già predisposte per quel tipo di lavorazione, erano come una lavorazione a catena. Io inserivo nella macchina il pezzo che dovevo operare in quella fase e la macchina lo passava poi alla fase successiva sino alla fine. Il pezzo meccanico rettificava le canne, quelle che comandano le punterie dei motori, e quando era finito andava a finire al controllo. Abbiamo fatto anche un po' di sabotaggio, l'ho fatto io e lo avranno fatto anche gli altri. In questa galleria c'era molta umidità perché la volta era in pietra, e per quanto loro avevano tentato di abbassare questa umidità soffittale attraverso tubature e immissione di acqua calda, l'umidità c'era sempre e parecchia. Allora, quando sistemavo questi pezzi meccanici finiti dentro le cassette apposite, dovevo ungerli completamente ma io col pennello ungevo soltanto la parte superiore. Poi partivano, non so per dove, e andavano per tre quattrocento chilometri presso un'altra fabbrica, dove avveniva il montaggio. Noi facevamo i particolari e l'assemblaggio avveniva da un'altra parte.

Una notte è successo che mi sono addormentato, eravamo una squadra, stavamo sistemando le macchine lungo questo percorso, macchine utensili pesantissime. Mi sono appoggiato in un momento di riposo, di pausa - ci davano da mangiare di notte - sui tubi dove passava questa acqua calda, ho disposto dei trucioli che erano lì sopra il tubo e mi sono addormentato. Al risveglio c'era un silenzio assoluto. Per me era un silenzio assordante, terribile in quel momento. Sono solo, gli altri sono usciti, da quanto tempo? Allora mi sono messo a correre con gli zoccoli, puoi immaginare come si corre con gli zoccoli infilati ai piedi senza calze, senza niente, gli zoccoli andavano per conto loro. Sono arrivato all'uscita, o entrata a seconda, e quelli che entravano già mi dicevano nelle varie lingue 'sono fuori che ti aspettano per la punizione', perché ritardavo tutto il ritmo. Difatti fuori lungo la strada, i miei compagni erano già incolonnati e aspettavano me. Allora uno in divisa delle SS o della Weimar, non me lo ricordo bene, mi si è scagliato contro e ha cominciato a pestarmi. Mi sono buttato per terra, mi sono difeso a riccio, mi sono chiuso. Tu pesta, dopo vedremo. Non ha insistito molto perché in quel momento entravano degli operai civili, e ho immaginato che forse non voleva dare spettacolo lì in mezzo alla strada. Comunque ha rilevato il mio numero e mi aspettavo la famosa punizione, che voleva dire venticinque colpi sul sedere, dati con un corpo contundente che poteva essere un cavo di corrente elettrica o un bastone, bastava picchiare. L'ho passata liscia, il numero non è stato chiamato, è rimasto lì.
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La distanza che intercorreva tra il campo e la galleria era di due tre chilometri. Noi eravamo alloggiati in un campo di emergenza a sud, che era una vecchia fabbrica di carta, con vasche in legno, assi con delle pulegge, una roba obsoleta, chi sa da quanto anni abbandonata. Al momento ne hanno approfittato per mettervi un recinto e mettere dentro noi. Dovevamo attraversare tutto il paese, e per la maggior parte questo percorso di due tre chilometri era costituito da un lungo viale, una strada. Ai lati opposti c'erano delle case e noi vedevano le persone che attraverso le persiane osservavano noi prigionieri. Qualche volta sul ciglio del marciapiede era messa qualche sigaretta, io non fumavo e non mi sono mai avvicinato, ma non ho mai visto nessuno raccogliere quello che loro mettevano. Era sempre pericoloso con le SS.

Noi Italiani eravamo molti, uno fu anche impiccato, era uno di quei militari che i Tedeschi avevano deportato dalle carceri. Un giorno un compagno nostro che aveva funzione di interprete, un trentino ex combattente di Spagna che sapeva il francese, lo spagnolo e naturalmente il tedesco, ci ha detto che era stato preso un italiano che aveva tentato di fuggire, e ci ha fatto nome e cognome. Uscendo dalla galleria o dal campo eravamo in un bel posto, bellissimo, come di villeggiatura, con boschi eccetera, cioè uno aveva la possibilità di nascondersi. Ma come poteva nascondersi uno con la Strasse, la famosa passeggiata che facevano con la macchinetta, quando tagliavano i capelli a zero! Comunque questo poveretto ha tentato di fuggire e lo hanno preso. E' stato preso così e così e verrà impiccato - ci ha detto. Dopo però erano passati diversi giorni, 'hanno detto così per farci prendere paura, non è vero', abbiamo pensato. Però non lo vedevamo quel disgraziato. Una mattina in Appellplatz abbiamo visto delle luci e la forca. La forca era sempre poggiata a un lato di una baracca e all'occorrenza era sempre pronto il piedistallo che infilavano dentro. Così lo hanno impiccato e lui prima di morire ha detto più o meno queste parole 'sono italiano, mi chiamo così e mi uccidono perché ho tentato di fuggire, salutate i miei'.
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Nel mese di agosto, primi di settembre gli Americani procedevano l'avanzata in territorio francese. Allora hanno ritenuto opportuno trasferire di nuovo queste macchine e tutto il reparto di nuovo ad Allach. Ad Allach sono rimasto insieme ai miei compagni, numerosi compagni arrestati a Ronchi. Ho lavorato in una grande ditta che faceva lavori per la BMW, dove mio fratello è sempre rimasto. Lui non si è mai mosso di lì, ha sempre lavorato dentro questi grandi bunker in cemento armato di uno spessore rilevante. Gli Americani dunque avanzavano, ci mandano ad Allach e loro nel frattempo avevano sistemato le macchine, mentre noi non sapevamo niente. Un bel giorno trasferimento a Trostberg. Trostberg era una località a venti chilometri circa da Monaco. Ci hanno trasferito in questo piccolo campo, sempre con la fabbrica BMW, sempre in altri capannoni.

Questo fino a marzo, aprile, quando la guerra già stava per finire. Poi di nuovo ad Allach dove ho lavorato fino alla fine della guerra. La mattina ci portavano via da Allach alla stazione di Monaco con i treni merci e là ci mettevano in venti trenta con la forca per tamponare i buchi dei precedenti combattimenti. Trasferimento di rotaie tutte storte. Eravamo in trenta quaranta a trascinare queste rotaie. Un giorno, nella stazione di Monaco, mentre noi lavoravamo, c'era un treno fermo in un binario morto, e dentro c'erano dei giovani ragazzi in divisa, qualcuno dei quali attraverso il finestrino ci sputava addosso perché dovevamo lavorare lì vicino.

 Una mattina ci svegliamo ad Allach e sulle torrette non c'è nessuno. Non ci sono più SS, solo c'erano prigionieri come noi. Ci hanno poi raccontato che prima di abbandonare il campo quelli delle SS avevano informato alcuni prigionieri politici tedeschi, che potevano prendere possesso del campo. Praticamente hanno consegnato il campo a loro. E sono scappati. Questo è stato un bene perché per due o tre giorni, prima dell'arrivo degli Americani, ci siamo auto disciplinati, razionando ancora di più perché gli ultimi giorni la pagnotta veniva divisa in dodici quattordici parti, mentre prima era in quattro parti.

Un giorno, nel pomeriggio, fuori del campo in mezzo alla campagna, arrivano le Jeep degli Americani. Gli siamo andati incontro, mi ricordo che la Jeep aveva dietro un carretto su cui portavano le razioni. Dopo due o tre giorni avevano installato delle grandi tende con le docce. Ci hanno fatto fare il bagno, disinfettato e tolto i vestiti da prigionieri. Avevano sottratto ai magazzini dei militari tedeschi delle divise. Mio fratello aveva avuto la divisa nera, io la grigio verde. Siamo stati ad aspettare di essere rimpatriati.

 Ero stato ricoverato in infermeria del campo, non ricordo neanche cosa accusavo, stavo poco bene, loro mi hanno detto 'resta qua, vediamo'. Arriva mio fratello e mi batte alla finestra 'guarda che si parte, oggi alle undici è arrivato l'ordine che si parte'. 'Allora vado a casa anch'io', dico. Vado in infermeria, lo dico al medico, un medico russo, e lui dice va bene. Con l'altro mio compaesano, un certo Ferruccio Doloi, siamo usciti dall'infermeria, ci hanno caricati in questa colonna di camioncini e siamo arrivati a Bolzano. A Bolzano c'era un centro con un grande cortile e delle grandi stanze con letti, non so cosa poteva essere, forse una caserma adibita per emergenza. Di lì mi hanno trasferito all'ospedale civile, bellissimo, di Bolzano. Rimaniamo lì io e questo ragazzo di Udine. Un giorno arriva il fratello di questo. Si vede che qualcuno prima della partenza aveva avvisato i familiari. Di dove siete voi? Di Udine. C'è un pullman, la corriera, andiamo a casa. Così il tragitto di ritorno: camion americano, treno, camioncino e bicicletta.



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