Pio Bigo


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Pio Bigo
nato a Torino nel 1924, residente a Piossasco (To)

Arresto
effettuato dalle SS e dai repubblichini, il 7 marzo 1944 nella Valle di Viú (TO), perché renitente alla leva e perché appartenente al movimento di resistenza partigiana

Carcerazione
- a Tornetti (TO), a Lanzo Torinese (TO) nelle scuole, alle Carceri Nuove di Torino
- a Bergamo nella Caserma di Cavalleria "Umberto I"

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Austria, a Mauthausen matricola n. 58.719, a Gusen 1, a Linz 1, a Linz 3 (sottocampi di Mauthausen)
- in Polonia, ad Auschwitz-Birkenau matricola n. 201.561, a Monowitz (=Auschwitz 3), a Gliwice (sottocampi di Auschwitz)
- in Germania, a Buchenwald matricola n. 123.377

Liberazione
avvenuta a Buchenwald l'11 aprile 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
assistito dalla Croce Rossa da Bolzano
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La testimonianza

Mi chiamo Pio Bigo. Sono nato il 28 marzo del 1924 in Piemonte e precisamente alla Cascina Falchetta nella tenuta della Mandria, proprietà, allora, dei marchesi di Vassello. Mio padre era un contadino.

Giunti all'8 di settembre del 1943, io ero di leva e avrei dovuto presentarmi alle armi al novembre del 1943; rinunciai a presentarmi alle armi della Repubblica di Salò e cercai di arruolarmi, con dignità e scelta morale, nella lotta della resistenza partigiana; precisamente con i miei amici e compagni ci siamo informati, abbiamo avuto delle informazioni come dovevamo fare; ci siamo recati in treno da Torino e siamo arrivati a Pessinetto. Il comando ci ha presi in forza. Una volta registrati tutti i nostri nomi al comando, ci hanno mandati in una frazione, a Lanzeroldo, un gruppo di cinquanta ragazzi, c'era anche qualche militare assieme noi. Li chiamavamo i nostri padri, perché erano più anziani di noi, ed erano già istruiti ad usare le armi, mentre noi dovevamo ancora imparare. Però eravamo senza armi, aspettavamo sempre che ci mandassero giù le armi, gli inglesi... Mandavano i messaggi con la radio inglese: mandavano dei messaggi del tipo "A Paolo piacciono le mele". Noi non capivamo, ma erano dei segnali; infatti ogni tanto ci facevano accendere dei fuochi di notte, e aspettavamo i lanci e i lanci non arrivavano mai. Insomma per farla corta abbiamo tribolato tanto.

 Al 7 marzo io ero di guardia di notte; lo abbiamo fatto perché lì aspettavamo eravamo avvertiti dal comando CLN che si era ormai formato che dovevano venire su a fare il rastrellamento la SS tedesca e assieme i repubblichini. Noi, lì quando eravamo di guardia, facevamo turni di due ore, e il mio turno, verso il mattino, era dalle cinque alle sette infatti dovevo smontare, alle sette meno un quarto, che c'era la colonna a fondo valle che veniva su. Coi repubblichini davanti e i tedeschi dietro. Io ho avvisato i compagni che erano a riposo "Guarda che stanno arrivando". Ci siamo messi ognuno al nostro posto di combattimento, e quindi abbiamo combattuto fino verso le due del pomeriggio, poi sono riusciti a chiuderci a ferro di cavallo e ci hanno bombardato con due apparecchi che ogni tanto venivano sopra a bombardare; noi, con quelle poche armi, abbiamo fatto miracoli. Dopo abbiamo indietreggiato su dove c'era una chiesa, che si chiama Polliano... Lì non c'è stato più niente da fare: si salvi chi può! Chi è scappato prima, è riuscito ancora a varcare il monte e passare dall'altra parte. Io invece, purtroppo, con altri siamo rimasti presi nel cerchio e non siamo più potuti scappare. Loro erano già di dietro, ci hanno sparato e ci siamo messi per terra abbiamo nascosto quelle poche armi che avevamo sotto delle foglie secche, sono arrivati lì "Arrendetevi!". Noi abbiamo alzato le mani, perché non c'era niente da fare: loro erano in sedici noi eravamo in tre disarmati. Non potevamo fare niente.

 Ci hanno poi portato giù al paese di Tornetti, lì ci hanno picchiati a sangue, poi hanno rubato le provviste dei pastori che avevano in casa, le donne urlavano, insomma c'è stato delle cose... Poi hanno preso i pastori per farci fare da guida, ci hanno portati a fondo valle, arrivati in fondo valle c'erano le camionette e ci hanno caricati sopra, e ci hanno portati alle scuole di Lanzo Torinese. Lì abbiamo passato una notte, ci hanno picchiati, ci hanno fatto mettere con le mani contro il muro ogni tanto passava qualcuno ci dava delle pedate e degli schiaffi sulla testa, quindi torturati. Il giorno dopo ci hanno caricato sui camion e ci hanno portato alle carceri di Torino. Nel tragitto ci hanno fatto fare Corso Regina, Porta Palazzo, Via Roma, Porta Nuova... Un giro di propaganda per la città, dicendo che avevano preso i banditi: ci chiamavano banditi! Poi Corso Vittorio e siamo arrivati davanti al carcere di corso Vittorio a Torino. Ci hanno rinchiusi nelle celle 10 e 15, nel braccio tedesco, politico, della Gestapo. Lì siamo stati interrogati, picchiati, malmenati, torturati. Insomma sono ricordi purtroppo anche dolorosi. Nella notte verso l'una è suonato l'allarme... Mezzanotte, l'una: ricordo la prima notte che eravamo lì; c'è anche stato un bombardamento da parte degli americani oltretutto. Lì siamo stati fino al giorno 13 di marzo; il giorno 13, al mattino, assieme a noi hanno messo quelli che avevano arrestato i primi di marzo per gli scioperi nelle fabbriche - la Fiat, la Lancia... - gli operai. Uno sciopero più che altro di protesta contro questa dittatura, oltretutto ce n'era già di politici che erano in carcere della zona di Cuneo, di Saluzzo, dei dintorni e via dicendo... Ci hanno, al mattino, portati sotto, ci hanno caricati sui camion.

 Siamo entrati nella stazione: c'era una tradotta che ci attendeva. Ci hanno caricati sopra quei vagoni dove fuori era scritto "Cavalli 8, persone 40". Nell'angolo c'era una tinozza per i bisogni e poi ci hanno fatto partire. Alle quattro e mezza del pomeriggio, siamo arrivati a Bergamo. A Bergamo ci hanno fatti scendere e siamo passati lì due tre giorni, perché hanno concentrato lì quelli di Milano che avevano arrestato nei pressi di Milano e specialmente alla Caproni: erano, allora, quelli che avevano scioperato, e quelli che erano contro insomma. E poi da Brescia sono arrivati in diversi.

A Bergamo ci hanno messo in una caserma, che si chiamava Umberto I, della cavalleria. E lì c'erano dei genovesi di Savona, c'erano milanesi, io ricordo tanti nomi di Milano che sono stati con me: Carlo Novazzi, Guido Bortolotto... Ricordo tanti nomi: Ottolini, Malaguti che era di Torino e lavorava alla Michelin, erano tutta gente molto più anziana di noi e noi li chiamavamo i padri nostri.

E siamo al 17. Ci hanno fatto partire inquadrati per cinque, siamo arrivati di nuovo alla stazione di Bergamo; ognuno portava con sé la sua tristezza; i padri di famiglia pensavano ai loro figli... E ci hanno fatto un discorso prima di partire, un ufficiale tedesco ha detto "Voi, adesso... Vi porteremo tutti a lavorare per la grande Germania, per il nostro Führer. State attenti a non scappare, perché noi abbiamo il vostro indirizzo e ci saranno ritorsioni sulle vostre famiglie. Questo me lo ricordo benissimo e l'ho anche scritto. Dopo - adesso non ricordo - siamo arrivati alla sera del 19, mi sembra, a Mauthausen, dopo tutto il tragitto. Siamo passati a Tarvisio nel Friuli, ricordo che a Verona e a Casarza abbiamo buttato giù dalla tradotta dei bigliettini scritti e difatti io ne avevo messo giù due o tre. A casa mia avevano detto che l'avevano ricevuto, ma non l'hanno mai fatto vedere ai miei fratelli e alla mia famiglia, perché quando ero arrivato sono successe delle altre cose che racconterò dopo.

Quel viaggio è stato molto sofferto da tutti perché noi giovani cercavamo di scappare invece i padri di famiglia ci intimavamo di non farlo perché era pericoloso non solo per noi ma anche per la nostra famiglia. E quindi nel mio vagone posso dire che nessuno è scappato perché non abbiamo avuto la possibilità.

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Un bel momento scesi dal treno e ci hanno inquadrati per cinque. C'era un infermiere, che lavorava all'ospedale, al Mauriziano di Torino, e l'avevano arrestato perché portava una camicia di colore rosso; quando siamo arrivati lì, a Mauthausen, più avanti ha visto che c'era suo figlio, Afro. L'ha chiamato, si sono abbracciati e poi ha detto "Ma guarda qui, dove ci troviamo... Io nella guerra mondiale del '15-'18 sono stato ferito e nell'ospedale in Italia, dove mi avevano portato, ho sentito dire che i prigionieri militari li portavano a Mauthausen e adesso qui sono arrivato con mio figlio!".

Quando ci hanno messi lì in colonna, per aspettare la doccia, un ufficiale ci ha detto che quel portone lì, da dove siamo entrati, era la porta per entrare e uscire, per andare a lavorare; poi si è girato e, sempre con quell'italiano mal parlato e con qualche parola in tedesco, ha puntato il dito verso il camino del forno crematorio, che allora non sapevamo neanche che cosa fosse, che fumava, e ha detto "Quella è la strada per andare a casa vostra...". Queste sono battute che ricordo bene. Poi di lì, ci hanno svestiti... Ricordo che io, ad esempio, sono stato spogliato sopra, dove adesso esiste una cappella cattolica; allora era divisa in due parti, da una parte c'era le SS, blocco scrivani e via dicendo e la prima parte era vuota. Faceva freddo, nevicava, ci hanno fatti salire lì e ci hanno detto "Lasciate la vostra roba lì a terra, prima della doccia, oro, brillanti, tutto quello che avete, lasciatelo nelle tasche, tanto noi abbiamo il vostro indirizzo e manderemo tutto a casa vostra". Queste sono le cose che ricordo con tanta lucidità... E con memoria visiva. Poi, nudi, ci hanno fatto andare sotto, dove c'era una fila di Friseur, cioè di barbieri, che con una macchinetta ci rapavano i capelli e, chi aveva la barba lunga, anche la barba, poi passavano il rasoio, facevano in mezzo alla testa... Prima di entrare nella doccia, con un pennello ci disinfettavano tutte le estremità superiori e inferiori, con dei liquidi che bruciavano da morire. Ho visto delle cose che non mi va neanche di raccontarle... Quando ci hanno spogliati, c'erano degli uomini che piangevano e dicevano "Era il regalo che mi aveva fatto la mia Rita", l'altro diceva altre cose. Noi giovani non avevamo nessuno, io avevo il pensiero della ragazza, qualche cosa così: mi aveva regalato il maglione per andare nei partigiani. Tutte queste cose, le nostre cose care, che ci tenevamo. Ci hanno spogliato... Avevamo una catenina d'oro di poche lire, che aveva regalato il padrino della Cresima e via dicendo, insomma ci hanno spogliati di tutto, di tutti i ricordi. Siamo stati nudi come mamma ci ha fatto, dal ragazzo di diciassette, diciotto anni al vecchietto di settant'anni: eravamo tutti uguali. Noi non eravamo abituati a presentarci nudi e via dicendo, soffrivamo un po' di vergogna. Poi una volta passata quella famigerata doccia - bruciori infernali - nell'uscire ci hanno dato una camicia e un paio di mutande, di tela, e noi dovevamo indossarle immediatamente e poi prendere un paio di zoccoli che ci davano anche spaiati e metterle nei piedi e salire sopra al freddo. Sopra dovevamo aspettare almeno di essere in cento, centocinquanta prima che ci portassero via e lì prendevamo freddo da morire, i primi malanni sono successi a quelle persone più deboli, subito due tre giorni dopo. Abbiamo fatto quattro giorni di quarantena con delle botte, trattamenti ingiusti, trattamenti infernali. In quella quarantena abbiamo sofferto perché arrivando da un paese che più o meno eravamo a casa nostra, una vita normale, trovandoci là trattati peggio delle bestie... Noi non avevamo più il nostro nome, ci chiamavano in tedesco, con un numero che noi non conoscevamo, il mio era il 58719. Dopo quattro giorni di quarantena, maltrattati a morte, dormivamo per terra come le acciughe, ci hanno mandati... Il mattino ci hanno portato il vestito a righe con un berretto e ci hanno portato a Gusen 1, dove ci hanno messi in un campo a lavorare per costruire Gusen 2. E' stato il momento più massacrante, in quanto non abituati, eravamo tutti sofferenti dal contadino all'avvocato all'insegnante al professore, eravamo trattati tutti ugualmente. Poi la Pasqua, è arrivata la Pasqua.

Io sono stato poi a Linz 1 e a Linz 3. Quando parlavano di noi, non dicevano duecento uomini, dicevano duecento Stück, duecento pezzi. Noi eravamo diventati dei pezzi di lavoro. Destinati certamente poi a morire e passare per il forno crematorio. Questo era il sistema nazista, quando l'abbiamo capito era tardi. Tante volte ho pianto sulla piazza d'appello, quando vedevo impiccare, morire dei ragazzi solo perché erano stati messi a fare un lavoro, in cui non erano capaci; sbagliando, venivano considerati dei sabotatori e venivano impiccati sulla piazza d'appello davanti a noi tutti. Quante volte un padre ha visto suo figlio impiccato o il figlio impiccare suo padre, anche... Queste cose diverse volte l'ho viste, e senza avere esagerato solo dire quello che ho visto. Questo che io racconto, l'ho visto a Linz 1, un campo che, dopo, verso la fine di giugno, è stato eliminato dai bombardamenti dove sono morti diversi prigionieri anche. Io per fortuna lavoravo di giorno ed ero in fabbrica: ci hanno fatto attraversare uno stradino, ci hanno portato sotto un rifugio. Da quel bombardamento lì mi sono salvato. Poi eravamo soggetti ai bombardamenti continuamente, lavoravamo per costruire dopo due o tre giorni arrivavano e bombardavano di nuovo. Questo era il sistema. Da Linz 1, dopo il bombardamento, ci hanno trasferiti a Linz 3. Linz 3 era un campo che era un po' in basso dalla strada, un paio di metri, la strada andava leggermente in discesa; appena entrati a sinistra c'erano le cucine, poi in fondo c'era la piazza dell'appello; a metà si girava una stradina a sinistra dove c'erano venti baracche. Fin quando sono stato a Linz 3, ho lavorato... E questo lavoro è durato fino al 20 di novembre del 1944. I bombardamenti avevano quasi distrutto completamente l'industria bellica, così un bel mattino, ritornando dal lavoro, dopo l'appello, sono entrati dentro degli ufficiali delle SS, con i gendarmi col mitra e hanno diviso, hanno selezionato i prigionieri... Senza sapere cosa succedeva. Quelli che hanno mandato a destra li hanno mandati in baracca a dormire, quelli che hanno mandato a sinistra... Sono arrivati dei camion, ci hanno caricati sopra e ci hanno portati di nuovo a Mauthausen. Arrivati a Mauthausen, ci hanno spogliato di tutto: noi eravamo ormai... Era otto mesi che avevamo i vestiti strappati addosso, pieno di pidocchi; siamo di nuovo passati alla disinfezione, ma questa volta invece di usare il pennello ci hanno buttati dentro una vasca di creolina - o che cosa era - con la testa sotto; gli occhi bruciavano. Poi siamo passati alla doccia, ci hanno dato un altro vestito. Il giorno dopo assieme a tantissimi altri che erano arrivati a Mauthausen da altri campi, malandati di salute, deperimento, ci hanno portati a Mauthausen, ci hanno caricati su una tradotta e siamo arrivati a Birkenau: destinazione ignota, nessuno sapeva dove ci portavano. Siamo arrivati a Birkenau, sul foglio della croce dice l'1 o 2 di dicembre; però a mia memoria siamo arrivati molto prima; qualche giorno prima; che poi le registrazioni venivano fatte anche dopo. Questo è possibile che sia stato così. Poi ci hanno mandati, siamo arrivati lì, in quel grande Lager... E ci ha impressionato per la grandezza, per quello che vedevamo. A sinistra c'erano tutte donne che tiravano dei carri di patate di verdure, ecc. la Kapò e gli ufficiali che ridevano e facevano frustare queste donne, come schiave, rapate a zero. E noi purtroppo avevamo già subito queste umiliazioni prima, ma capivamo che lì era ancora peggio. Poi lì passavamo davanti all'ufficiale dottore - dicevano delle SS ma poteva anche esserci... assieme chi lo sa? - e ti davano una destinazione sinistro o destro. Nessuno di noi poteva sapere cosa succedeva ad andare a sinistra o destra; ognuno di noi oramai abituati al trattamento avevamo già fatto il callo... A me fortunatamente mi hanno mandato a destra; ci hanno portati, finita la selezione, ci hanno mandati un po' distanti, qualche chilometro, in un posto dove ricevevano i prigionieri e lì siamo passati prima di tutto alla spoliazione, poi ci hanno fatto il tatuaggio sul braccio. E quello che io ricordo, c'era l'ufficiale che teneva la lista in mano del trasporto e con noi c'erano anche degli ebrei. Sono rimasto a Birkenau tre o quattro giorni, per la quarantena, in una baracca poi il primo trasporto che c'è stato hanno chiamato il mio numero e a piedi ci hanno trasferiti a Auschwitz 3, cioè a Monowitz.

Il mio numero di Birkenau era 201561. In tedesco però veniva chiamato diversamente, e quindi l'ho dovuto anche memorizzare - ormai la conoscevo già abbastanza bene - perché se uno non capiva cosa succedeva quando ti chiamavano, perché noi eravamo solo che dei "pezzi" non eravamo più creature umane; quindi botte da orbi. Lì ci avevano preso in giro strada facendo; ci raccontavano ogni tanto sorridendo le SS: chi è capace a fare il cuoco. Tutti eravamo capaci a fare il cuoco in quel momento; loro ridevano. Ce l'avevano detto apposta, perché ci avevano promesso che ci mettevano tutti a lavorare a far da mangiare in cucina o pelare patate. Strada facendo eravamo abbastanza contenti, poi quando siamo arrivati là... La tortura del lavoro: ci hanno messi in un campo dove dovevamo spalare terra nel gelato, battere tutto il giorno nel ghiaccio, perché lavoravamo a venti gradi sottozero, ventidue, diciotto d'inverno. C'era tanto di quel freddo, ogni tanto moriva qualcuno. Scaricavamo vagoni di cemento sfuso, quando era mezzogiorno - noi avevamo la gamella attaccata alla natica del sedere, perché dovevamo avere la gamella per prendere quella brodaglia che ci davano a mezzogiorno - ci facevano uscire dal vagone, impolverati e non sembravamo neanche più persone: avevamo il cemento incollato dappertutto e la gamella figuriamoci. Secondo loro noi avremmo dovuto mangiare quella brodaglia nel cemento, e allora cercavamo - fortunatamente c'era la neve, prendevamo la neve da sotto i piedi... Pulivamo la gamella, così, e poi con il gomito l'asciugavamo un po', la pulivamo come potevamo. Eravamo sempre sporchi, luridi, perché non avevamo mezzo di cambiarci, oltretutto dovevamo lavorare sotto la pioggia, sotto la neve. E insomma è stata una cosa che a raccontarlo non sembra vero, eppure io sono ancora qui a raccontare queste cose. Mah!
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Portavamo poi delle travi, quando non ci facevano spalare il cemento sfuso; portavamo delle travi di cemento armato a una impresa che montava dei piccoli capannoni, bassi capannoni per la IG Farben, e queste travi erano pesanti, erano di cemento armato, e dovevamo portarle a spalle e io ero assieme a quattro o cinque italiani che erano friulani.

Il 17, siamo partiti. Eravamo almeno la metà dei prigionieri che erano lì... Ci hanno fatto partire per l'evacuazione del campo. Nel tragitto della marcia della morte, tutti quelli che sono morti uccisi per le strade, prima li caricavano su delle slitte - li buttavano lì come dei sacchi di patate - poi han fatto delle fosse comuni e andando avanti li buttavano dentro, li seppellivano lì. Noi non potevamo sapere dove eravamo diretti: era una destinazione ignota. Sapevamo che ci portavano all'interno della Germania, potevamo pensare, però nessuno di noi sapeva il giro che ci hanno fatto fare, i chilometri... So che abbiamo camminato tanto, tanti sono morti per sfinimento o li hanno uccisi perché non potevano più camminare. Il 19, verso sera, siamo arrivati a Gleiwitz, dove c'era un piccolo campo già evacuato. Ci saranno state dieci, dodici baracche, noi eravamo novemila o diecimila, chi lo sa, dalla colonna che eravamo... Arrivati lì eravamo molti di meno: siamo entrati in quel campo, i primi che sono entrati nelle baracche ci sono rimasti, ma eravamo in tanti e non c'era posto per tutti e molti siamo rimasti fuori. Ci hanno poi spinti tutti in fondo al campo, così ammassati, poi ci hanno obbligato a passare dietro le baracche e il filo spinato: c'era un corridoio di un metro e mezzo, neanche... In fila indiana. Quando arrivavamo all'ultima baracca, davanti c'era il comandante delle SS e gli ufficiali che scartavano, destra o sinistra: loro lì decidevano chi poteva ancora sopportare un altro viaggio in tradotta o chi era oramai alla fine. E poi, visto e considerato che siamo stati fortunati a salvarsi, ci hanno messo nella colonna di quelli che venivano inviati nella tradotta. Eravamo per strada per andare alla tradotta dei carri scoperti, quelli di carbone, quando abbiamo sentito le mitragliatrici che sparavano e delle urla a non finire, perché li hanno uccisi tutti con le mitraglie. Noi siamo rimasti male; io e Pasquale avevamo le lacrime agli occhi e, strada facendo, ci guardavamo solo così non c'era più bisogno di niente.

Arrivati dove c'era la tradotta ci hanno fatto salire su dei vagoni molto alti da terra; abbiamo anche tribolato, ci aiutavamo l'uno con l'altro: eravamo centoventi, centotrenta per carro, impiombati, con pancia e schiena uno contro l'altro come sardine. Verso sera, la tradotta, quando è stata completata, è partita: ha fatto un fischio e poi, pian pianino... Dopo un po', quando è riuscita a prendere velocità, nelle curve chi era in mezzo si piegava e per la debolezza, dopo due o tre volte, cadeva sotto i piedi dei compagni, ma non riusciva più alzarsi, perché gli altri si allargavano. Molti sono morti anche così. Il giorno dopo, dopo ventiquattr'ore, alla sera, ci hanno fatto fermare in un posto di campagna, e abbiamo scaricato i cadaveri, li abbiamo messi in un vagone dove ce n'erano già degli altri, poi il viaggio è continuato. So che, per tutto quel tragitto, ogni tanto in certi vagoni (nel mio, non ricordo se sia stato fatto), molti aspettavano che arrivasse la notte per buttare fuori i cadaveri, per farsi più spazio. Mi ricordo che, quando siamo arrivati a Buchenwald, nel nostro vagone avevamo, da una parte e dall'altra, i cadaveri impilati a triangolo, accantonati lì, e quelli che erano vicino ai cadaveri, ci si erano seduti sopra per riposarsi.

Siamo arrivati al mattino del 26, a Buchenwald: una tradotta che era lunga... Anche Beppe Berti ha detto che non si ricordava, in tutta la storia di Buchenwald, una tradotta lunga così, entrata nel campo. Ci hanno fatto scendere e abbiamo aspettato anche due giorni per passare alla disinfezione, tanti morivano di freddo, allora in quattro lo prendevamo lo portavamo dentro, magari era ancora vivo però lo caricavano sul carretto che andavano al forno crematorio, e quelli che erano riusciti a passare e portare dentro il cadavere, invece di mandarli fuori passavano subito la doccia e la disinfezione e via dicendo e venivano mandati poi a destinazione nel campo, nella baracca. Io con Pasquale... Il nostro turno è stato dopo la mezzanotte; eravamo sfiniti, siamo sempre stati assieme fino al momento della doccia, poi ci hanno divisi, io non so più la fine che abbia fatto lui: se è andato a Revier, se fosse stato male... Il mio numero di Buchenwald era il 123377. A me mi hanno destinato alla baracca numero 10 dove ho trovato poi un altro compagno di Torino che ci siamo fatti compagnia e che mi ha aiutato molto.

 Ho avuto la fortuna di resistere fino alla liberazione che è arrivata l'11 di aprile, con l'esercito americano, con la terza armata comandata dal generale Patton. È l'unico campo che, con la sua organizzazione segreta, è riuscito a liberarsi da solo, perché temevamo di essere sterminati prima della liberazione. Al mattino alle 10 e mezza, sono venuti due apparecchi a fare un volo sopra; noi avevamo paura che fossero i tedeschi che buttassero giù le bombe, poi invece il secondo giro che hanno fatto a bassa quota, abbiamo notato che avevano le stelle bianche sui fianchi; abbiamo capito che erano gli americani e allora è stato un urlo "Sono gli americani, siamo liberi!". Così... Poi stop!

 Non avevamo però la minima idea di quando poteva essere il nostro turno per arrivare a casa, in quanto ogni tanto andavamo a vedere, ad informarci dal comando; dicevano che le ferrovie non circolavano, i ponti erano saltati e bisognava attendere... Dopo tante tragedie, e via dicendo, siamo poi riusciti con molta difficoltà ad avere un rimpatrio da Erfurt verso l'8 il 9 di giugno e siamo arrivati con molta fatica, passando da Bolzano, dove ci ha raccolto la Croce Rossa Italiana e ci ha aiutati per il resto del tragitto in quanto han cercato dei camion dei mezzi di trasporto dei corrieri che venivano a Milano, siamo saliti sopra e ci hanno portato alla Croce Rossa di Milano. Poi quelli che dovevano andare giù al sud, si sono interessati di farli trasportare con altri automezzi.

Noi che venivamo in Piemonte, a Torino, so che siamo arrivati a Torino su un camion di autotrasportatori. Eravamo una quindicina di torinesi, e quindi però la tragedia non era finita, in quanto poi abbiamo sofferto anche solo arrivando a Torino nessuno ti credeva cosa avevi passato. Io mi ricordo un fatto, arrivato a Porta Nuova, dopo tanta sofferenza, avevo il mio zaino, ero vestito con della roba usata, ma se non altro pulita, vestito militare americano, e avevo lo zaino con un po' porcheria dentro che mi ero portato via di là, dei ricordi, aspettando il tram tutti mi guardavano con curiosità ecc. Io ero senza capelli avevo l'eczema e certamente che ero da guardare ero diverso dagli altri, poi è arrivato il tram il numero 13 sono salito sopra e ho ancora avuto dei rimproveri da una donna, una signora che diceva che gente come me che puzzava non avrebbero dovuto prendere il tram, sa cosa ho risposto io "Signora, preghi di non avere nessuno in Germania, come sono stato io, e se un domani avesse qualcuno che arriva, lo abbracci, senza fare queste insinuazioni, perché io arrivo da un posto della morte...". Tutti gli altri che erano lì, mi hanno tenuto le parti; io ho solo dovuto stare zitto perché han pensato loro a tenermi le parti...
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