Marcello Martini


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
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Emer Luigi
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Fumolo Dario
Gianardi Mario
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Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
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Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
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Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Marcello Martini
nato a Prato nel 1930, residente a Castellamonte (TO)


Arresto
avvenuto agli inizi di giugno del 1944 a Firenze con la madre e la sorella, come ostaggi al posto del padre, che era membro del Comitato di Liberazione Nazionale

Carcerazione
a Firenze al Carcere maschile delle Murate

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.76.430, poi a Wiener Neustadt e a Mödling/Hinterbrühl (sottocampi di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta nel maggio 1945 a Mauthausen, dopo la marcia della morte da Mödling a Mauthausen, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Mi chiamo Marcello Martini, sono nato a Prato, in Toscana, il 6 febbraio 1930. La mia è stata la vita di un ragazzo nato e cresciuto sotto il regime fascista, per cui fin dai sei anni, quando ci si presentava a scuola, si era automaticamente iscritti al partito fascista.

 Nel giugno del 1944, mio padre era comandante militare della zona di Prato alle dipendenze del CLN pratese. Nell'ambito di questa attività era stata organizzata una radio a Firenze, nome in codice Radio Cora, dalla quale venivano trasmesse tutte le informazioni militari relative ai passaggi di truppa, ai depositi di munizioni, alle prime postazioni che venivano costruite sulla Linea Gotica. Tutte queste informazioni di carattere militare venivano trasmesse a sud via radio. Questo servizio funzionava talmente bene che fu deciso appunto dal sud, cioè dal primo nucleo del ricostituito esercito italiano, di inviare dei radiotelegrafisti con apparecchi radio più efficienti e più forti di quello, che era stato messo su alla bell'e meglio. Cinque paracadutisti si lanciarono se ben ricordo durante la notte del 2 giugno 1944, lì nella zona di Prato, e furono ricevuti da mio padre e da mio fratello. Il giorno dopo andai anch'io a portare da mangiare. All'epoca avevo quattordici anni. Pochi giorni dopo questo lancio, la radio ancora stava trasmettendo ma purtroppo ci fu una spiata, forse localizzata dai radiogoniometri. Fatto sta che irruppero nell'appartamento di piazza Massimo d'Azeglio a Firenze e trovarono il radiotelegrafista che trasmetteva con la pistola accanto al tasto e che riuscì ad uccidere i primi due tedeschi ma fu a sua volta ucciso.

Questo intervento era stato fatto dalle SS italiana e tedesca, tutte e due. Malauguratamente nello stesso momento non solo c'era una riunione del CLN fiorentino, ma c'era anche tutto l'archivio delle attività svolte. E praticamente tutti i componenti del CLN furono catturati, arrestati e portati in via Trieste dove c'era la sede della SS con relative carceri, tremende, o meglio erano delle cellette nello scantinato di questa villa che esiste tuttora, in via Trieste 10. Nessuno aveva avvisato di questa retata il mio babbo al CLN, e noi che eravamo sfollati con tutta la famiglia in una cascina vicino a Prato ci siamo ritrovati con la casa circondata, sempre da SS italiane e tedesche, e siamo stati catturati.

Portarono giù nell'aia la mia mamma, mia sorella e il sottoscritto, il mio babbo e il quinto paracadutista, che aveva cercato rifugio in casa nostra dopo che gli altri quattro erano stati catturati a Firenze. Mia madre, mia sorella e io fummo messi da una parte, mio padre in mezzo a due militi delle SS italiane con tanto di mitra. Giocando il tutto per tutto mio padre si mise a correre in un campo di grano, e cercò appunto di chiudere, più che di scappare di chiudere subito l'argomento, perché ovviamente siccome riuscivano a far parlare, avrebbe potuto compromettere l'organizzazione, anche l'organizzazione pratese. Invece fortunatamente, nonostante il grano fosse falciato dai tanti colpi che spararono, riuscì a cavarsela, riuscì miracolosamente a passare in mezzo alle pallottole.

 La sera stessa, con mia madre, mia sorella e Franco il paracadutista, fummo portati appunto alla sede delle SS a Firenze, sempre in via Trieste al 10. Ci fu una specie di interrogatorio, ma neanche tanto. Lì ricevetti la prima botta, la prima sberla dalla SS, perché eravamo stati tutto il pomeriggio lì nell'aia di questo contadino guardati a vista, e non si poteva parlare ovviamente, né fare altro. Ero piuttosto stanco, mi appoggiai ad un tavolino lì nell'ufficio e un tedesco mi allungò la prima sberla che ho ricevuto da prigioniero. Nella nottata diciamo, fummo internati, io nelle carceri maschili delle Murate di Firenze, mia madre e mia sorella in quelle femminili di Santa Verdiana, sempre a Firenze. Dico subito che mamma e sorelle furono liberate dopo circa due mesi da un colpo di mano del GAP fiorentino, che fece uscire tutte le detenute politiche e razziali dalle carceri. Al colpo di mano partecipò anche un ex ufficiale tedesco che era passato dalla parte dei partigiani. Il sottoscritto invece, dopo tre giorni neanche, nella notte tra l'11 e il 12 di giugno, fu caricato su un pullman e portato a Fossoli.

 Nel campo di Fossoli sono stato immatricolato, non ricordo il numero preciso, ma mi sembra fosse sull'ordine del duemila, e lì sono stato dal 12 fino al 21 giugno. Il 21 fui imbarcato sulle solite tradotte e il viaggio non fu tanto tremendo, per quello che posso ricordare, perché i contadini della zona misero sui vagoni, mentre eravamo fermi in attesa di partenza, cassette piene di frutta. Eravamo appunto a fine giugno e la campagna era al massimo della produzione, quindi non soffrimmo né la sete né la fame perché tra l'altro molti a Fossoli avevano ricevuto anche pacchi e vestiti. Prima di partire dissero 'se qualcuno tenta di fuggire facciamo fuori dieci di voi'. Dal mio vagone ne scapparono otto.

Il 24 giugno si arrivò a Mauthausen, eravamo circa quattrocentocinquanta se ben ricordo. A Mauthausen la solita cerimonia di ingresso, cioè rimanere due giorni all'addiaccio nel cortile a destra, il discorsino di presentazione del campo 'questo è il portone dove siete entrati e questo è il camino da cui uscirete'. E poi la doccia, la depilazione, il taglio dei capelli rasati a zero. Io ero fortunato allora perché avendo solo quattordici anni non avevo la barba. Dopo il bagno fui internato nella baracca se ben ricordo 17, dove sono stato poi fino al 31 luglio, quando rivestito a festa con la bella divisa a righe, fui immatricolato come 76.430. Quindi con il mio vestito a righe nuovo di zecca, il cappellino, il mützen, per carità necessario per fare l'appello, venni inviato a Wiener Neustadt. A Wiener Neustadt c'era un'officina, RaxVerke, una delle fabbriche di Goebbels. La linea dove fui messo a lavorare produceva battelli fluviali a fondo piatto, pontoni con motore interamente metallici. Io fui messo a chiodare le lamiere che congiungevano il fasciame.

Era una fabbrica vera e propria, un capannone lunghissimo, sui duecento metri, che era stato bombardato, il tetto praticamente non esisteva, o meglio era stato riparato solo nella parte dove c'erano le macchine utensili, dove veniva fatto l'assemblaggio di questi barconi, questi pontoni. Quindi era come lavorare all'aperto, almeno per la pioggia. Per il vento invece offrivano un certo riparo.

Io ho avuto la fortuna di capitare in due campi, Wiener Neustadt e Hinterbrühl, non attrezzati con la camera a gas, forno crematorio eccetera ma proprio dei campi - ora si direbbe in senso eufemistico - a dimensione d'uomo. Nel lavorare, mentre scaldavo alla forgia dei chiodi che andavano ribattuti a caldo, uno di questi chiodi mi si infilò nello zoccolo bruciandomi ben bene il piede. Dopo qualche peripezia, quando cioè il piede mi andava in cancrena, verde, giallo, di tutti i colori e gonfio come un pallone, mi ricoverarono in infermeria. E questo perché lì c'era appunto un'infermeria per i casi traumatici più che per le malattie. E' stata forse una delle cause della mia sopravvivenza. Lì ho avuto una prova di solidarietà non indifferente. L'infermeria era gestita, cioè comandata, sempre parlando di prigionieri, da un certo Otto, austriaco meccanico dentista, che curava i denti ai soldati delle SS e ai kapò, quindi aveva una certa autonomia, poi c'erano due medici francesi, uno di Cherbourg, l'altro delle Antille, e un infermiere russo. Insomma, sono riusciti a tenermi lì in infermeria per oltre due mesi, con questo piede che veniva curato con spennellature di permanganato e rifasciato con la carta igienica, perché queste erano le uniche cure appunto disponibili. Poi appunto Jack, il medico di Cherbourg riuscì, non so come, a trovare delle matite emostatiche a base di nitrato d'argento, e me le passava su questa bruciatura di discrete dimensioni per cercare di farmela cicatrizzare, così pian piano riuscì a riformarsi una pellicina leggera. Per due mesi stare a riposo, mangiare le stesse cose che mangiavano quelli che lavoravano dodici ore - perché il turno era di dodici ore - al caldo, al coperto, con una coperta propria, in un letto proprio, insomma per me è stato proprio toccare il cielo con un dito, una manna.
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In seguito ci fu appunto uno spostamento di prigionieri al campo di Hinterbrühl e io fui trasferito là. E passai dalle navi agli aerei.

Nella notte tra il 18 e 19 dicembre 1944, senza aver riposato né il giorno prima né la notte, solo un'oretta dall'arrivo, ci fecero stare tutto il santo giorno in piedi dentro la baracca - per fortuna dentro la baracca - poi la sera fui mandato a lavorare giù nella galleria. Eravamo stanchi morti. Prima ci fecero fare anche una mezz'oretta di ginnastica, cioè saltare per tutto il circolo dell'appellplaz come dei ranocchi, per darci un po' di benvenuto insomma.

In galleria producevamo una dei primi aerei a reazione Heinkel. Veniva prodotta tutta la fusoliera, stampaggio e assemblaggio in alluminio, e tutto l'equipaggiamento elettrico. L'aereo usciva fuori completo ad eccezione delle ali, del motore e dei piani di coda. In una parte larga della galleria c'erano dei simulacri dove veniva solo provato l'assemblaggio di queste parti, perché per l'uscita degli aerei c'era un cunicolo molto stretto, per cui passava a malapena già solo la carlinga. Però la carlinga usciva completa anche di armamento, venivano montate due mitragliere da venti. Il campo era vicino all'ingresso di queste gallerie, c'era solo da attraversare la strada, e il lavoro era una settimana di giorno e una settimana di notte, dalle sei di mattina alla sei di sera, e dalle sei di sera alle sei della mattina successiva.

Siccome avevo dei reumatismi tali che non potevo muovermi, limavo i pezzi tenendo la lima ferma e muovendomi sulle gambe, perché le spalle non le potevo muovere. Allora mi misero a lavorare all'impianto elettrico, a montare l'impianto elettrico dell'aereo. Il piede bruciato ricominciò a darmi noia, perché mi si era formato un flemmone, una raccolta di pus sotto questo leggero tessuto cicatriziale. E quindi dovettero riaprirmelo in infermeria, non avendo né bisturi né niente. Con mezza forbice fecero un buco da una parte e un buco dall'altra, poi tagliarono. Dopo due settimane uscii dall'infermeria.

Il primo aprile ci inquadrarono, ci dettero mi ricordo una pagnotta a testa, ci dissero di prendere una coperta e ci misero in marcia per ritornare a Mauthausen a piedi. Tiravamo una grossa diligenza carica di masserizie e di roba delle SS e dei kapò, a cui erano state messe tre lunghe funi con cinquanta prigionieri per ogni fune. Eravamo scortati di qua e di là da soldati e kapò che si erano rivestiti della divisa e procedevano armati.

Si cominciò a zoccolare per le strade, tutte strade secondarie, a salire e scendere, perché le strade principali erano ingolfate dal traffico militare. Di notte, si dormiva nel primo campo aperto che trovavamo appena imbruniva. Venivano messi i camion a ferro di cavallo con i fari e i motori accesi in maniera da illuminare questo prato e ci si buttava lì in mezzo al fango perché piovve per tutta la settimana. Abbiamo dormito solo una volta al coperto in una casa. La mattina, appena faceva un po' di luce, di nuovo alzarsi, mettersi in fila, l'appello, anche la sera c'era l'appello, prima di potersi buttare giù in mezzo a quest'erba bagnata. La mattina quindi di nuovo l'appello e la conta, per carità sempre file tirate come spaghi e perfettamente sincrono il movimento del mützen ab. E poi incolonnati si partiva. Chi barcollava o chi cadeva veniva giustiziato immediatamente. Io ho vari ricordi di questa marcia, tra cui quello di un russo che s'era appoggiato a me e ad un altro e gli hanno sparato nella nuca a una distanza di venti centimetri dalla mia testa. Il fatto più tragico purtroppo fu che una mattina - era la quarta o la quinta mattina - l'appello si prolungava, ci avevano contato e ricontato una decina di volte, ma l'appello seguitava, non terminava. Gli ufficiali della SS che erano lì si misero a discutere fra di loro, poi finalmente presero la decisione. Uno passò davanti a noi, indicando te, te, te eccetera. Ne tirò fuori cinque, li fece mettere a sedere - bontà sua - tirò fuori la pistola e cinque revolverate. Praticamente, si è saputo dopo, non tornava il conto tra quelli uccisi il giorno prima e i presenti, figuravano cinque persone in più. Allora per semplificare i conti, perché i conti dovevano tornare alla perfezione, furono fucilate queste cinque persone.
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L'ultima notte fu quella più vicina alla bolgia infernale, dantesca, e io al solito ebbi una fortuna sfacciata perché facevo parte proprio dell'ultima parte della colonna. Era già buio quasi, arrivammo e ci divisero in gruppetti da una decina di persone. Poi c'era un ufficialetto delle SS con due bellissimi cani, ai quali allungava il guinzaglio, e nonostante i cinquanta chilometri fatti bisognava mettersi a correre. Si vedevano tutti i camion a ferro di cavallo, a cerchio con i fari abbaglianti, e noi eravamo abbagliati. Dovevamo correre ma ad un certo punto mancava il terreno sotto i piedi, e si rovinava giù nel buio senza capire più nulla, perché fra i rumori del camion eccetera non si sentiva niente. Fino a che rotolando si sentivano urla, lamenti e così via. La mattina dopo si scoprì quel che era successo, quello che ci avevano fatto fare. Praticamente in questo prato c'era un enorme buco, tipo tronco di cono rovesciato, il diametro superiore sarà stato un centinaio di metri, quello inferiore forse cinquanta. C'era questa ripa scoscesa, e noi senza vedere assolutamente niente, fra il buio e l'accecamento dei fari, vi precipitavamo uccidendo i nostri compagni che erano arrivati prima di noi. Infatti la mattina dopo, quando si ripartì, quelli che in fondo a questa voragine erano caduti prima erano quasi tutti morti, quelli che non erano morti sentimmo dei colpi di pistola, di arma fuoco, e furono fatti fuori. Proprio lì a Mauthausen, al museo, c'è un cartellone 'sono morti più di duecento per la strada'.

Mi ero dimenticato di dire che prima di partire in infermeria c'erano cinquanta prigionieri che non potevano camminare, e questi furono uccisi con una puntura di benzina nel cuore e lasciati lì, poi furono sepolti non so dove. Questa marcia di trasferimento durò sette giorni, per un totale di circa duecentoventi, duecentotrenta chilometri. Particolare pietoso: assolutamente niente da mangiare, salvo qualche manciata di erba strappata dai cigli della strada. Arrivati a Mauthausen ci fu lo stesso trattamento di ricevimento, solita doccia e l'internamento nella baracca, mi sembra la 24. Ma mentre la prima volta ci hanno dato all'uscita delle docce una camicia e un paio di mutande, la seconda volta non ci dettero niente, assolutamente niente. Quindi rimanemmo per diversi giorni nudi come vermi.

Sono rimasto a Mauthausen fino alla liberazione, il 5 maggio. Il cibo era diventato scarsissimo e il pane mi ricordo che da circa il 30 di aprile praticamente non si vide più. Tra l'altro le ultime tre pagnotte erano state divise tra sedici persone, l'ultima in ventiquattro. Dopo di che sparì, la sera ci davano una mezza mestolata di zuppa di rape.

 Il 5 di maggio, prima si vide sparire le SS dalle garitte. Io ero già in uno stato semi confusionale, e quindi che fossero vigili del fuoco, polizia urbana o gente in divisa armata che stava nella garitta, non me ne fregava nulla di sapere. Poi finalmente si vide venire quelli del gruppo internazionale e - questo lo ricordo perfettamente - gli Americani su una Jeep, un'auto blindata, qualche cosa del genere. Si vide scendere - ero sul tetto della baracca - questi due esseri appunto vestiti di giallo, di verdolino. Per me potevano essere benissimo marziani perché non avevo mai visto un americano in vita mia. Poi ho un periodo invece di totale azzeramento, cioè non ricordo assolutamente più niente per un certo numero di giorni. So solo che ero nella baracca 24, quando uscii dal campo di quarantena per vedere l'arrivo degli Americani. E poi mi ritrovai, da quando ho il ricordo cosciente, in una baracca insieme a tutti gli Italiani. Quindi quel periodo, quei giorni, non posso dire se sono stati tre quattro o dieci, per me sono un buco nero nella memoria. Ho solo dei flash, ricordo di uno spagnolo che sgozzò uno dei kapò di quelli che avevano accompagnato le marce della morte, che aspettava dietro un angolo, seguito da un'orda di gente. Era tranquillo, lì appoggiato dietro l'angolo di una baracca, correva, girò l'angolo e si ritrovò una seconda bocca da orecchio a orecchio, con un gesto talmente veloce, talmente rapido, che se non fosse stato per il sangue quasi non ci se ne sarebbe accorti.
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 Rientrati in Italia, a Bolzano ci dissero che c'era la possibilità di essere portati fino a Bologna, e seppi che sia i miei sia i parenti dei miei amici avevano superato la guerra bene, erano tutti vivi. In un certo senso è stato più triste il ritorno a scuola. Il Direttore del Liceo Scientifico seppe dalla mia mamma, insegnante anche lei, che avevo subito queste peripezie, che per un paio d'anni cioè non solo non avevo frequentato la scuola ma quasi non sapevo neanche più scrivere. Stette a sentire molto interessato e poi alla fine concluse dicendo 'sì, ma se non ha seguito un corso regolare di studi, qualcosa avrà sicuramente letto nella biblioteca del carcere!'



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