Gianfranco Maris


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Gianfranco Maris
nato a Milano nel 1921, residente a Milano


Arresto
il 20 gennaio del 1944 a Lecco dalle SS per attività partigiana

Carcerazione
- a Lecco: al carcere
- a Bergamo: nella cantina di una casa delle SS, poi nella cella di un edificio della Guardia Nazionale Repubblicana (fascisti) in piazza Libertà, poi al Carcere di S. Agata
- a Milano: nel Carcere di S. Vittore


Deportazione
Nei Lager d'Italia: a Fossoli matricola n. 315, a Bolzano
Nei Lager d'oltralpe: Austria: a Mauthausen matricola n. 82.394, poi a Gusen 1 (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta a Gusen 1 il 5 maggio 1945 da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
avvenuto su un'autolettiga di un comando militare italiano
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La testimonianza

Sono Gianfranco Maris sono nato a Milano il 24 gennaio del 1921.

 L'8 settembre mi coglie in Croazia, in una situazione che era diventata particolarissima proprio nell'ultimo mese. Vi erano dei battaglioni della milizia volontaria sicurezza nazionale, fascisti. Anche loro dopo il giugno del 40, cioè dopo l'entrata in guerra dell'Italia, erano stati mandati al fronte ed erano in Croazia. Il 25 aprile del 1943 io operavo nella zona di Bromoravizze. Fui chiamato ad Oguli dal comando di reggimento che mi si impose di prendere sotto il mio comando una compagnia di milizia volontaria sicurezza nazionale del Battaglione San Giusto che doveva essere ricondotta nell'ambito dell'esercito. Infatti non potevano più avere la camicia nera e i fascetti alle mostrine, dovevano avere le stellette. Anche i loro ufficiali diventavano soldati semplici. Io inglobai nel reparto che comandavo questi cento uomini. L'8 settembre 1943 questi uomini erano inquadrati nel mio reparto ormai da un mese e quindici giorni. Dopo pochi giorni mi resi conto che ormai il comando di reggimento era scomparso - i comandi stessi non esistevano più - e che si era dissolto tutto. Tutti avevano preso disperatamente la strada di casa con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Io mi trovai solo, a centinaia di chilometri dal confine con l'Italia, senza sapere cosa fare. Allora presi contatti con i comandanti partigiani della zona. Avevo una formazione politica che mi sospingeva verso una presa netta di posizione a favore dei partigiani e volevo schierarmi al loro fianco nella lotta che io avevo ritenuto e conosciuto come una lotta sacrosanta.

Qui comincia il dramma, perché i partigiani mi dicono che posso entrare nelle loro formazioni, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto. Evidentemente per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi fui costretto a iniziare - credo unico nella storia dell'esercito italiano - una ritirata militare con tutte le regole consentite per poter garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, sia di quelli che avevo cooptato dopo il 25 luglio del 1943. Furono marce molto lente, con fiancheggiamenti e avanguardia, per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette. Ogni giorno mangiavamo solo mezza galletta bagnata nell'acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare a Fiume prima e poi a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per poter tornare a casa in sicurezza e anch'io, finalmente solo, riuscii a rientrare in Italia.

Fatalmente per la resistenza io ero un elemento prezioso, in quanto della vita non sapevo nulla, ma essendo praticamente passato dai banchi di scuola alla guerra della guerra sapevo tutto. Avevo fatto tre anni al fronte e conoscevo tutte le tattiche della guerriglia. Siamo ai primi di novembre del 1943.Vengo mandato in Val Brembana e in una valle che parte da San Giovanni Biancola, la Valtaleggio, organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso. Non erano gruppi foltissimi, ma di venti trenta persone. Siamo riusciti a metterlo in piedi nel corso di circa un mese. I mezzi erano infimi. Non avevamo neanche mezzi finanziari. Ricordo che avevo cinquecento lire da parte e che le usai per far vivere il gruppo. Ci sostentavamo mangiando soltanto fagioli bolliti e polenta.

Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono, per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché verso il 20 di gennaio il Comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente. Scendo a Milano con Abele Saba, ma separatamente, io seguendolo da lontano, e andiamo a prendere un treno dalla Stazione Centrale per Lecco. Quando giungiamo a Lecco continuo a seguirlo da lontano, ma poi mi affianco a lui e proprio in quel momento, di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS. Non li avevo visti, evidentemente erano nascosti nel Comune e sono usciti alle nostre spalle. Io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra puntati alla testa, e così Abele. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po' le vie della città per esporre il trofeo di caccia, poi ci hanno fatti salire separatamente in due vetture. Dopo una sosta in una caserma e qualche ora passata su un tavolaccio, isolato, fui portato a Bergamo.

 A Bergamo fui messo in una cantina della casa delle SS, poi in un'altra cantina trasformata in una serie di celle, che era in una piazza - oggi Piazza delle Libertà - alle spalle del Tribunale. E' una grande piazza con un grande e moderno immobile. Mi misero sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, però di proprietà e di riserva della Gestapo. Fui tenuto 11 giorni e 11 notti. Quelli della Guarda Nazionale Repubblicana, mi massacravano di botte per divertimento ma non mi interrogavano. Ogni tanto entrava qualcuno e mi massacrava di botte. Ero isolato in cella e di notte avevo l'interrogatorio delle SS. Furono undici notti di interrogatori, nel corso dei quali presi la posizione più assurda di questo mondo, perché continuai a dire che non conoscevo la persona con la quale ero stato arrestato e catturato. Non l'avevo mai vista, non sapevo chi fosse. La mia situazione personale tuttavia era drammatica, in quanto ero stato preso con le armi addosso e con due borse nelle quali c'erano materiale di propaganda e armi.
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La prima cosa che mi dissero era che sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica Sociale Italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati. Ma mi dissero anche che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa. Io invece continuavo ad insistere che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e che quelle armi le avevo perché le conservavo per ricordo. Una posizione quasi offensiva, che però ritenevo giusta in quel frangente, sia per la situazione generale del paese, sia per la scelta che avevo fatto.

Sia Saba che io eravamo sotto la giurisdizione della Gestapo. Abbiamo saputo dopo che non ci avevano presi a caso, ma eravamo stati denunciati, quindi ci attendevano. C'era un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, e credevamo che fossero stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato e Saba nel momento in cui fu catturato a Lecco lo aveva visto. Io invece non l'avevo visto e quindi non avevo potuto formulare nessun collegamento. Sta di fatto che comunque i Tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente e speravano di poter avere le informazioni che volevano. Mi trasferirono nel carcere di Sant'Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona, e io proseguii con la mia istruttoria per novanta giorni. Sottoposto al mio medesimo trattamento, in un'altra cella c'era Abele Saba.

 Sia Saba che io fummo condannati a morte, però sia lui che io, forse per una scelta di opportunità, non fummo fucilati. Fummo prelevati una mattina, separatamente, e su itinerari diversi fummo entrambi mandati in un campo di sterminio, o campo di annientamento, KZ. Io fui mandato a Milano al carcere di San Vittore, per sette o otto giorni, il tempo forse necessario a preparare il convoglio, e da lì fui mandato a Fossoli. Eravamo un gruppo abbastanza numeroso, tutto di politici. A Fossoli rimasi fino al 20 di luglio. Nel campo di Fossoli, i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo con un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto, poi c'era una serie di giovani partigiani. Anche io ero giovane allora, avevo ventitré anni. Non fu possibile fare questo perché Gasparotto il 21 di maggio 1944 fu preso, portato fuori dalla baracca in calzoncini corti e caricato su una vettura. Poco tempo dopo abbiamo visto rientrare un ciclo con dietro un cassonetto, da cui abbiamo visto colare del sangue. Era il corpo straziato di Leopoldo Gasparotto. L'11 di luglio vengono prelevati sulla piazza dell'appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l'indomani mattina. In realtà un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. Questi uomini - per la verità non tutti e settantuno - vengono poi assassinati l'indomani mattina sull'orlo di questa fossa.

A Fossoli il mio numero era il 315 ed ero nella baracca 19. Siamo stati portati al Po con dei pullman, poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi. Mi ricordo che anche lì in un certo gruppo volevamo far affondare il barcone ma era una scelta che nell'immediatezza non poteva essere fatta. C'erano anche dei vecchi che non sapevano nuotare, c'erano i giovani o le donne. Noi partigiani potevamo essere anche nuotatori capaci di superare la corrente del fiume o di lasciarci trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti. Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e andiamo a Bolzano. A Bolzano ci fermiamo pochi giorni, non più di otto. Siamo partiti al mattino e alla sera eravamo già a Bolzano. Non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non ricordo che mi abbiano dato un altro numero. Ci hanno messo in camerate che erano come degli hangar, alti e separati l'uno dall'altro da muri alti che superavano di poco il livello dell'ultimo castello, senza chiudere tutta la camerata fino alla cima. Per cui c'era comunicazione tra una camerata e l'altra. Siamo stati caricati su un treno molto lungo, in vagoni bestiame. Con me, nello stesso vagone, c'erano anche dei preti.

Il viaggio fu interrotto da soste continue lungo sui binari, o per via dei bombardamenti, o per dare la precedenza ad altri treni. Era fine luglio e i disagi di cinquanta o sessanta persone in un vagone erano tanti. Era una situazione disastrosa, anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita. Nessuno veniva disturbato dall'altro, però fame, sete e fetori creavano grave disagio. Arriviamo di notte a Mauthausen. La stazioncina era come quelle svizzere, una baracca di legno e nient'altro. Vediamo che si chiama Mauthausen, nome che a noi non diceva niente. Invece con noi c'era un avvocato di Milano, Barni, al quale è venuta una sincope perché era stato prigioniero di guerra a Mauthausen nella prima guerra mondiale. E per lui Mauthausen voleva dire fame, sofferenza, sete e dolore. Quando il treno stava per entrare in stazione, i preti che erano con noi hanno pensato che se avessero indossato l'abito talare, questo avrebbe potuto aiutarli. Quindi si misero tutti la tonaca. Invece quando scendiamo, appena le SS con i cani vedono i quattro preti con l'abito talare, si avventano di loro e li massacrano di botte. Questo comincia ad essere per noi un elemento di riflessione, di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Dopo questo episodio ci inquadrano e iniziamo una faticosa salita. Fra di noi c'erano anche molte persone anziane. Non eravamo tutti giovani della resistenza armata, c'erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen era in salita a quattro chilometri circa dalla stazione.

Arriviamo nel campo di Mauthausen, ancora lontani dall'alba, e ci mettono subito a destra, tutti in fila e in piedi. Qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto, allora io che avevo con me una fotografia di mia madre, dico a Braccesco "ci toglieranno tutto, ma a te le stampelle le lasceranno. Lascia che infili sotto l'imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre. Poi me la darai". E così facciamo. Sta di fatto che quando viene l'alba e arrivano loro, Braccesco che non aveva una gamba, un giovane partigiano che aveva il bustino, un vecchio che avevo aiutato a salire e un prete, un uomo enorme che mi pare fosse di Bologna, vengono prelevati e portati giù da una scaletta. Poi ci rendiamo conto che non tornano più. Non sappiamo ancora esattamente che lì c'è una camera a gas, però questo è un ulteriore messaggio. Vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro, mentre noi veniamo portati da un'altra parte, spogliati - ci portano via tutto -, rasati, disinfettati e ispezionati per vedere se per caso avessimo ancora qualche cosa. Non avevamo proprio più niente.

Fummo portati in una baracca di quarantena, ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una vera e propria macelleria per i cospiratori contro Hitler, all'interno dell'esercito tedesco. Ogni giorno pervenivano numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Ci distribuiscono un berretto. Siamo nudi e dormiamo sull'impiantito. Non ci sono castelli, non ci sono coperte. Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.

Siamo nuovamente smistati in altri blocchi sempre di quarantena, e qui ci vengono distribuiti degli abiti. Siamo vestiti nella maniera più svariata. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell'armata polacca, poi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse e una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo. Ormai l'iconografia è nota. Poi passano e ci mandano al lavoro. Data la mia specializzazione, mi mandano a lavorare nella cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica alla Steyr. Naturalmente ci hanno già dato il numero, che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con la scritta 'IT'. Il mio numero, lo ricordo ancora oggi, era 82.394. Capii immediatamente che questo numero dovevo capirlo in tedesco, perché altrimenti ogni volta che facevano l'appello si prendevano delle gran botte. Alla cava sotto Mauthausen passo pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Poi passo a Gusen 1, dove rimango per il resto della mia deportazione, lavorando sempre alla cava. Alla cava rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. C'erano dei detenuti che mettevano le mine per far saltare la parete. Facevano i buchi con il martello pneumatico, vi infilavano della gelatina, della dinamite, secondo anche le indicazioni del Meister, poi la facevano saltare e crollava. Noi nella cava trasportavamo soltanto il materiale, o individualmente sulle spalle, oppure con quella che gli Spagnoli chiamavano una barriquella, una barella con due bastoni, uno davanti e uno di dietro, dove si caricavano i pezzi più grossi, fino a trenta quaranta chili. All'estremo limite della cava vi erano una serie di frantoi, che frantumavano questi massi in pezzetti di varie grandezze, anche fino alla sabbia. Oppure venivano caricati su treni.

A seconda del lavoro che ho fatto, a Gusen ho attraversato tre baracche, la 31, la 26 e la 14. Da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era fra i blocchi più prossimi all'ingresso del campo. Verso la fine di dicembre - i sacchetti di cemento pesavano cinquanta chili ognuno - io ero ancora in forza, ce la facevo abbastanza. A gennaio mi mandano a lavorare nel Transportkolonne. Trasportavamo da un'ala all'altra della fabbriche, la Steyr, casse e materiale per il trasporto esterno. Per poco tempo, perché poi sono andato a scavare le gallerie. Lì dopo che abbiamo finito di scavare, abbiamo scaricato dalla ferrovia macchinari che arrivano dall'Italia. Erano state predate e rapinate in Italia. Alcune, anche macchine nuove, non ancora utilizzate. Alla fine di questo lavoro, fui trasformato in operaio all'interno della galleria.

Il cibo era inesistente. All'inizio ogni pagnotta viene divisa in sei. Poi viene divisa in otto e via in una progressione che porta, nell'ultimo mese, a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo divisa in ventiquattro fette per il lungo. Alla mattina una gabellina di un liquido nero. Dicevano fossero zucche abbrustolite e bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, uno dei tanti fantasiosi surrogati di caffè. A mezzogiorno un litro di zuppa, una brodaglia i cui elementi - pochi, perché era molto brodaglia - erano semplici barbabietole da foraggio, di quelle lunghe e bianche. Alla sera invece una fetta di pane, un dado di margarina e un dado di un insaccato strano, in tutto venticinque o trenta grammi di roba. Questa era l'alimentazione.

Il lavoro durava dodici ore di giorno o dodici ore di notte a seconda dei turni. I turni esistevano soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche. Non si facevano alla cava di pietra. Le sevizie vorrei dire che erano infinite. Trascuro la violenza individuale del capo campo, del capo blocco, del capo lavoro o del kapò, che in ogni squadra ti picchiava e ti derubava il cibo. Trascurando tutta questa violenza, guardiamo per un attimo la violenza globale, quella di regime. Una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Arrivavamo dopo il lavoro alle sei di sera, ci spogliavamo nudi e nudi ci mettevamo fuori dalla baracca. Era pieno di neve. Attraversavamo il campo innevato e arrivavamo a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano, eri soltanto bagnato di acqua gelida, o calda. Uscivi bagnato e nudo ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve per andare alla tua baracca e poterti vestire. E' evidente che questo era un modo per far morire la gente.
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Ulteriore tortura collettiva, anche se poi si traduceva in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi. Ogni sera questo rito del controllo pidocchi faceva una serie infinita di vittime. Non era preso l'individuo, tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Il rito era di mettere tutti i disgraziati a cui avevano trovato i pidocchi in fila da una parte. Poi c'era uno sgabello sul quale ci si doveva piegare. Il vice kapò, il sotto semi vice, il quasi aiuto kapò, tutti desideravano usare il bastone di legno lungo. Un pidocchio cinque bastonate. Io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve, in cima alla baracca. Nudo tutta la notte, l'indomani mi fecero uscire per mandarmi nudo a fare la doccia, attraversando tutto il campo coperto di neve. Tornato nudo, mi arrampicai, ripresi gli abiti e andai a lavorare.

Anche l'appello era una tortura perché non ti potevi muovere per delle ore. Per andare a lavorare alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque. C'erano ventimila persone e tutte le contavano. Alla sera quando si ritornava c'era un altro appello, e bisognava portare con sé, trascinandoli a spalla, anche i morti. L'appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all'uscita per andare sul posto di lavoro.

Alla vigilia del giorno 21 aprile 1945, per noi era chiaro che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti e passavano tanti aerei da oscurare il sole. Si sentivano anche i cannoni e l'artiglieria di campagna. Ci riuniscono sulla piazza dell'appello di Gusen, passa il capo campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali e i comandanti dei blocchi. Uno per uno tirano fuori seicento deportati. Tra gli altri l'architetto Banfi, che era insieme a Rogers in un grande studio di architetti di Milano. Noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. Lui era talmente consapevole che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li hanno gasati tutti nella notte. Poi li hanno messi in una baracca svuotata, sigillandone porte e finestre con la carta incollata. Io credo che questo sia emblematico di tutto. Possiamo parlare finché vogliamo di quello che è stata la deportazione, ma quando diciamo che il 21 aprile questi uomini, alla vigilia della loro fuga dal campo, fanno una selezione per gasare seicento esseri umani, abbiamo la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.

 Il giorno della liberazione io ero a Gusen, uno dei pochi che stava ancora in piedi. Mille volte mi sono sentito dire "chissà che gioia hai provato!". Ebbene, io non ho provato questa gioia. Non so quale perversione, quale strana vicenda era maturata in me. Ma dentro ero devastato, avevo visto troppa gente morire. Forse perché anche prima ne avevo visti morire troppi in guerra. Avevo visto tanti compagni giovani, avevo passato due grosse battaglie in Croazia dove erano morti centinaia e centinaia di uomini del mio reggimento, giovani, miei compagni di corso. Avevo visto troppa gente fucilata e impiccata. E poi a Mauthausen ho visto troppa gente morire assassinata. Ero contento, ma non ero felice. Ero contento ma ero triste.
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Fu esattamente il pomeriggio del 5 maggio. Si è aperta una porta ed è entrata una camionetta. Sopra c'erano due persone, non è che è arrivato un reparto intero. Hanno fatto un po' di fotografie e detto qualche parola. Credo che uno fosse italoamericano, per cui masticava qualche cosa di un dialetto antico. Poi sono andati via.

 Il mio ritorno è stato particolarissimo. Mi trovavo una sera a passeggiare fuori da Gusen, proprio fuori dal campo, era la fine di giugno. Eravamo rimasti cercando di aiutare quelli che non camminavano più, che dovevano essere ricoverati in ospedale, che dovevano essere aiutati per mangiare. Abbiamo fatto il nostro dovere fino all'ultimo nei confronti dei nostri compagni. Oramai la fase drammatica era passata, quella subito dopo la liberazione, quando avevamo avuto morti a non finire, perché mangiavano ciò che non potevano più mangiare. Erano state distrutte anche le strutture fisiche per digerire il cibo. Superato questo ormai la situazione era più quieta. Quelli che ancora erano molto malati erano negli ospedali e andavano organizzandosi i trasporti. Io passeggiavo con alcuni compagni davanti al campo quando vediamo arrivare un'autolettiga dell'armata americana. Arriva vicino a noi e scende un soldato che ci chiede se conosciamo Ludovico Belgioioso. "E' questo qui", uno dei compagni lì con noi. Allora scende un ufficiale italiano, Cicogna, il cugino o il cognato di Belgioioso, che essendo nell'armata degli alleati, aveva risalito l'Italia nei reparti italiani. Noi eravamo riusciti a far sapere per radio chi erano i presenti superstiti a Gusen e il cognato di Belgioioso aveva sentito che a Gusen era superstite Ludovico. Si era fatto dare un'autolettiga dal suo comando e con i soldati era venuto fino a Gusen, imbattendosi proprio in noi. A questo punto siamo saliti tutti su quella lettiga. Eravamo cinque, Ravelli, Belgioioso, Emanuele Flora, il Maggini ed io. E siamo arrivati in Italia così.



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