Rosetta Nulli


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Rosetta Nulli
nato a Iseo (BS) nel 1918, residente a Brescia


Arresto
effettuato da nazisti e da fascisti il 12 settembre del 1944, con tutta la famiglia (il figlio di quattro anni, la madre, il padre, la suocera), come ostaggio al posto del marito di Rosetta, attivo nello spionaggio alleato, e per attività partigiana

Carcerazione
a Verona, al Palazzo INA, sede della Gestapo

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano, matricola n.4.131

Liberazione
avvenuta il 29 aprile 1945, a Bolzano, in seguito all'autoliberazione del Lager

Ritorno a casa
non assistito

Note: tutta la famiglia fu deportata a Bolzano
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La testimonianza

Sono Rosetta Nulli, sono nata ad Iseo il 30 luglio 1918.

 Il 12 settembre 1944 era una splendida mattina, io mi sono svegliata piuttosto presto e mi sono subito affacciata alla finestra. Ho aperto per fare entrare un po’ di luce, non molta perché avevo paura di svegliare mio figlio che stava ancora dormendo. Il lago d’Iseo era meraviglioso. Ho sentito delle voci che parlavano in tedesco. Ho aperto ancora un poco la finestra pensando fossero soldati della Todt, che lavorano in basso, venuti a fare un giro. Lo facevano alcune volte. Poi ho guardato meglio ed ho visto che non era la divisa dei soldati della Todt. C’era un ufficiale che si è girato e aveva il simbolo delle SS sul collo. Questo ufficiale mi ha detto “Signora Bonomelli?” “Sì” ho detto io. “Dov’è il suo bambino?” Dico “Non c’è qui, non c’è, l’ho lasciato via” “Ma no signora, il suo bambino sarà qui”. Ha aperto la porta ed è entrato. Con lui sono entrati altri due soldati. Era un gruppetto di quattro o cinque militari con un maresciallo e un tenente. Subito hanno visto mio figlio che io avevo coperto. Mio figlio allora aveva quattro anni. Ci siamo alzati tutti, si è alzata mia sorella, mia suocera, mio padre, mia madre, io e il bambino. Ci hanno fatto uscire dalle stanze e siamo andati nella veranda sotto dove ci hanno detto “Vi portiamo via con noi perché dobbiamo fare dei controlli. Vi porteremo al Comune di Iseo e poi vedremo”. Ma loro erano venuti soltanto con due macchine, ed erano già in cinque, noi pure eravamo cinque. Allora hanno mandato via le macchine, ci hanno incolonnato e ci hanno fatto andare a piedi in paese. Davanti stava l’ufficiale con il maresciallo, dietro stavo io con il bambino, poi il drappello, che era chiuso dagli altri cinque SS.

 Siamo arrivati nella piazza di Iseo e sotto i portici si affacciava la gente un po’ intimorita, perplessa. Ci hanno portato nello studio del Sindaco di Iseo, che era un amico di mio padre e mi aveva anche tenuta sulle ginocchia quando ero piccola. E’ stato solo un proforma, non capisco neppure perché ci abbiano portato lì, forse questo tenente doveva fare un paio di telefonate. Poi ci hanno portato alla casa di mio padre in paese e ci hanno fatto sedere in cucina, intanto che loro perquisivano tutta quanta la casa. Ad un certo punto hanno detto “possiamo andare”. Intanto era arrivata una terza macchina con un autista. Ci hanno caricato su due macchine. Io ero con il mio bambino e mia suocera. Ci hanno portato al comando delle SS a Brescia. Quando siamo entrati c’era il maresciallo Leo che ha chiesto qualcosa in tedesco a mia suocera. Mia suocera non ha risposto e lui le ha dato un manrovescio tremendo. Abbiamo chiesto “scusi, che cosa ha fatto?” ma non ci ha detto niente. Nel frattempo è arrivato un altro ufficiale con un plico in mano che ha consegnato a Leo. Leo ha guardato il plico, ha fatto dire dall’interprete di scendere e ci ha fatti caricare di nuovo sulle macchine per portarci al palazzo della Gestapo a Verona. Al Palazzo della Gestapo ci hanno messo nelle cellette sotto la strada, con finestrelle che guardano su quel viale. Quel palazzo c’è ancora, ci passo sempre quando vado a Verona. Io ero in cella con mio figlio, mia sorella con mia suocera, e mio padre con mia madre. Le celle erano piccolissime, se si faceva scendere la branda dal muro non si poteva più camminare. Sono venute le otto, le nove di sera. Nelle altre celle c’erano prigionieri che conoscevano mio marito e mio cognato, uno di questi era il radiotelegrafista di mio cognato. Verso le nove scendono due soldatesse delle SS, aprono la cella e nel vederle mio figlio ha voluto subito che lo prendessi in braccio. Mi fanno uscire e una che parlava abbastanza bene l’italiano, forse dell’Alto Adige, mi dice “il bambino non possiamo lasciarlo con lei, non può fare la vita di cella, ma lei stia tranquilla perché andrà in un posto bellissimo, meraviglioso”. Mio figlio mi si è attaccato al collo, quelle tiravano e io lo stringevo. Dallo spioncino delle celle mio padre e mia madre gridavano “non lasciarlo andare!”. Non ce la facevo quasi più perché stringevo fortissimo. Ad un certo punto scende dalla scala a chiocciola un maresciallo. Chiede spiegazioni, si parlano in tedesco. Quindi chiama l’interprete e gli dice di dirmi di stare tranquilla, che il bambino lo lasciano con me.

Il giorno dopo mi vengono a prendere sotto e mi portano in un’altra stanza dove c’era un tenente delle SS piuttosto robusto e col naso un po’ schiacciato. Mi chiede che cosa faceva mio marito, dove stava, se io sapevo. Io dico “non so niente” perché mio marito mi aveva detto “se per una ragione qualsiasi dovessero arrestarti devi stare tranquilla, noi abbiamo l’ordine di dire tutto. Noi dobbiamo dire cosa stiamo facendo, da dove veniamo, da chi dipendiamo, come è fatto il comando eccetera. Quindi se loro ti prendono, tu non devi dire niente, tu non sai niente”. Ci caricano su un pullman con alcuni di quelli che erano nelle celle, con altra gente che veniva dalle prigioni degli Scalzi di Verona ed altri ancora che venivano da Forte San Leonardo. Partiamo. Sul pullman saremo stati una quarantina, l’autista delle SS davanti, vicino a lui un maresciallo e sul sedile in fondo tre soldati.

 Arriviamo a Bolzano, a Gries, ci fanno scendere e entriamo nel campo. Era ormai l’imbrunire, le tre e mezzo, quattro del pomeriggio. Era il 14 settembre 1944. Mio padre viene messo subito nel blocco B e noi, Ennio compreso, nel blocco E, il blocco delle donne. Poi ci chiamano in ufficio e ci assegnano i numeri, un rettangolo bianco con impresso in nero il numero. Io avevo il numero 4131, mio figlio il 4132, mio padre il 4130, mia madre il 4133, il 4134 mia sorella e il 4135 mia suocera. Non ricordo che cosa abbiamo mangiato quella sera. Alle sei e trenta chiudevano i blocchi perché cominciava a fare buio. A me avevano assegnato il posto basso del castello perché avevo il bambino. Al primo piano c’era mia madre, al secondo piano mia suocera e al terzo piano mia sorella.

In questo campo di concentramento mio figlio era veramente un’eccezione assoluta perché era un bambino ariano ed era un ostaggio. Per prima cosa cercammo di renderci conto come era organizzato questo campo perché nel blocco celle c’erano dei prigionieri particolari, che non vivevano la vita del campo. Eravamo con il capitano Barda, col figlio del colonnello Duca, prigionieri che andavano tenuti sotto controllo. Noi non abbiamo potuto neanche uscire e lavorare quindi le giornate erano lunghissime. Io potevo uscire dalla cella perché facevo passeggiare un po’ il bambino. Ennio non gradiva la zuppa che ci davano ed è stato due mesi senza mangiare. Beveva un goccio di latte, un cucchiaio di latte in polvere sciolto nell’acqua che gli davano al mattino, poi non mangiava più. Il medico tedesco, direttore sanitario del campo, ha visto che era veramente deperito, me ne ha chiesto il motivo e gli ha fatto una prescrizione. A mezzogiorno gli mandavano un piattino di patate e il cuoco, un ebreo olandese, sotto le patate nascondeva un bocconcino di carne. Mio figlio si sedeva sullo sgabello al centro del tavolo e tutti lo guardavano mangiare le patate con sotto la fetta di carne.
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Siamo rimaste chiuse nelle celle fino al 29 aprile 1945. Una volta al mese radunavano tutti gli internati, uomini e donne, nel grande piazzale del campo che era molto vasto. Intorno c’erano capannoni da una parte e dall’altra, al centro c’era un fabbricato basso con le docce e l’infermeria, in fondo la cucina e di fronte un altro piccolo fabbricato con le celle di punizione. Quando partivano i trasporti per i campi in Germania, facevano un’adunata, non quella solita che si faceva tutte le mattine alle cinque e trenta, mezz’ora dopo che era suonata la prima sirena. Era un’adunata particolare che si faceva verso sera dopo che tutti erano ritornati dal lavoro. C’era il maresciallo Haage, che era il vice comandante, e un altro maresciallo. Chiamavano numeri e nomi, questi uscivano dal gruppo e venivano chiusi tutti in un blocco, che era lasciato sempre libero. Erano quelli che erano stati scelti per andare nei campi di sterminio in Germania. Normalmente questo avveniva una volta al mese.

Funaro era un famosissimo direttore d’orchestra, aveva un’orchestra di musica leggera ed era stato preposto ad organizzare i gruppi che dovevano pulire i corridoi e le celle. S’imboscava sempre da noi, diceva che doveva fare le pulizie e se veniva un controllo prendeva la scopa e la faceva prendere anche al suo batterista. Così, giorno per giorno abbiamo modificato le parole di una canzone - non ricordo il titolo che le abbiamo dato - ma comunque è uscita una cosa molto, molto carina. Una canzone riferita alla vita del campo, al piacere che avremmo provato quando saremmo usciti e qualora avessimo potuto fare indossare le nostre tute ai carcerieri.

Mio figlio un giorno ha combinato un piccolo guaio. Gli avevo appena messo il suo cappottino ridicolissimo, che ci aveva mandato un amico di mio padre di Bolzano e che gli avevano concesso di portare, e lui è sgattaiolato fuori dal corridoio delle celle che erano state aperte. Gli sono corsa dietro e ho visto che era a metà strada tra le nostre celle e la recinzione di entrata. Sono rimasta perplessa perché improvvisamente ho sentito un fischio. “Questo è un fischietto, stanno fischiando un’adunata. Fermati! Ennio fermati” e lui invece che correva e questo fischietto che continuava a fischiare. Alcuni internati che stavano sistemando dei mattoni hanno mollato tutto e sono andati nel piazzale, nel grande cortile e anche tutti gli altri hanno fatto così, quelli che stavano facendo le pulizie e quelli che stavano lavorando dietro le celle di punizione. E’ intervenuto il maresciallo Haage, stupito della cosa. Quando ho girato l’angolo in fondo e ho agguantato mio figlio, mi sono accorta che era stato lui a fischiare. Ennio si è divincolato ed è corso subito nella cella. Sono entrata anch’io mentre all’altoparlante ordinavano di rientrare. Seduti al primo piano del letto a castello dicevo a Ennio “ma che cosa ti è venuto in mente? Dove l’hai trovato il fischietto? Adesso dov’è?” “Non ce l’ho più” “Dove l’hai buttato? Pensi che finisca così? Adesso verrà qui qualcuno” “ Ma io non ce l’ho più il fischietto, non ce l’ho più”. Dopo dieci minuti che siamo in cella, viene il maresciallo Haage. Entra con l’interprete e ci dice di restituire il fischietto. Allora lì a scongiurarlo “Ennio per favore, ti preghiamo, quando andiamo via, ti compreremo un fischietto grandissimo, però adesso devi dare questo fischietto” Allora lui ha messo la mano nella tasca del suo cappottino - il posto più ovvio, io l’avevo cercato nel pagliericcio - e ha restituito il fischietto. Quando è uscito dalla cella, il maresciallo Haage ci ha chiusi dentro.
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 La liberazione. Si capiva che era successo qualcosa però lì era tutto in un ordine perfetto, assoluto. Non ci si poteva muovere, non si poteva fare niente. Era il 29 aprile, domenica 29 aprile 1945. Alle quattro del pomeriggio si apre la porta della cella, entra il maresciallo Haage con una delle guardie altoatesine che parlavano italiano. Ci dice di prendere le nostre cose, che doveva portarci al comando. Noi prendiamo quelle poche cose che avevamo e ci portano al comando. Lì ci hanno portato in una stanza e ci hanno dato gli abiti che avevamo quando eravamo entrati. Hanno detto che non dovevamo toccare le tute, invece io ho staccato coi denti i triangoli. Poi siamo andati dal tenente Tito, che era il comandate del campo. Ci ha dato il foglio di scarcerazione e ci ha detto che eravamo liberi. Ci hanno messo fuori alle quattro e mezza. Eravamo i primi. Il campo era ancora tutto pieno, tutto funzionava regolarmente, sembrava che dovesse andare avanti ancora per dieci anni. Il clima non era per niente cambiato. Ci mettono fuori dal campo e noi ci siamo chiesti cosa dovevamo fare lì a Gries, dove dovevamo andare. Non avevamo una lira in tasca ed eravamo in cinque, perché mia sorella Mariuccia era stata scarcerata un paio di mesi prima circa. Mio padre a Bolzano aveva un amico. Abbiamo pensato di cercare la strada di questo amico e verso le undici o mezzanotte siamo arrivati a casa sua. Lui non c’era ma c’era il figlio che ci ha ospitato. Comunque quello che ci ha veramente stupito è che Bolzano era ancora tutta presidiata dai Tedeschi. Non c’era niente che potesse farci pensare che la guerra era finita.
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 Io poi ero ansiosa di tornare a casa perché da tantissimo tempo non sapevo niente, se mio marito era vivo o se era morto, che fine aveva fatto. E così ci siamo incamminati a piedi. Mio marito l’ho visto soltanto il 12 di maggio perché non l’hanno smobilitato finché non è stata firmata la pace gli Alleati. Anzi, gli avevano concesso solo di venire a casa, non era ancora stato smobilitato.



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