Carlo Todros


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Carlo Todros
nato a Pantelleria (TP) nel 1923, residente a Brescia


Arresto
effettuato dalle SS, verso la fine di settembre del 1943, a Imperia Porto Maurizio, insieme al fratello, in seguito a delazione, perché ebrei.

Carcerazione
- a Imperia, nelle carceri
- a Savona, nelle carceri
- a Genova nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.76.604

Liberazione
avvenuta a Mauthausen il 5 maggio 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato

Note: avvenuta a Mauthausen il 5 maggio 1945, da parte dell'esercito americano
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La testimonianza

Mi chiamo Carlo Todros, sono nato il 23 marzo del 1923 a Pantelleria in provincia di Trapani. Però posso dire di essere piemontese perché a Pantelleria sono solo nato e poi mi sono trasferito a Torino perché mio padre era torinese, mia mamma invece era nativa di Pantelleria. In quei tempi si usava che quando una donna aspettava dei figli andava dai genitori e quindi sia io che mio fratello siamo nati tutti e due a Pantelleria, però effettivamente siamo torinesi, i nonni erano torinesi, una famiglia ebrea di Torino, molto importante.

Scoppiata la guerra, i bombardamenti a Torino erano molto pesanti e allora mia madre, preoccupata, decise di trasferirci in Liguria ad Imperia. Ci siamo trovati bene fino ad un certo momento, fino a quando nel 1938 il governo italiano, fascista, guidato da Mussolini, emise le prime leggi razziali.

Io e mio fratello siamo stati espulsi dalla scuola pubblica e abbiamo avuto la possibilità, chiamiamola possibilità, e fortuna di poter continuare a studiare. Siamo stati, però, subito segnalati, registrati, controllati e quindi siamo stati deportati proprio a seguito di questa segnalazione.

 A fine settembre del ’43 incomincia il nostro calvario perché arrivano i tedeschi ad Imperia e su segnalazione veniamo immediatamente arrestati. Veniamo arrestati sia io che mio fratello insieme ad altre persone, e veniamo trasferiti nel carcere di Imperia per un primo interrogatorio. Dopo un sommario interrogatorio siamo stati trasferiti a Savona, nel carcere di Savona. I sistemi dei tedeschi erano diversi dai sistemi italiani, bisognava seguire un iter prestabilito, scandito da varie tappe fino ad arrivare poi alla conclusione che è la deportazione.

 Ci hanno arrestati ad Imperia, a Porto Maurizio, senza essere interrogati. Siamo stati trasferiti nel carcere di Marassi a Genova e qui è iniziato il periodo tragico, perché eravamo sotto la protezione delle SS tedesche. Siamo stati trattenuti circa un mese a Marassi. In una cella eravamo in sette, io e mio fratello, Raimondo Ricci, Enrico e Nicola Serra, Nino Esposito e un altro.

 Poi siamo stati chiamati e trasferiti su un camion e da Marassi ci hanno trasferiti alla stazione dove ci hanno caricati su un treno e siamo stati trasferiti in un luogo che noi non conoscevamo che è Carpi, Fossoli. Siamo stati portati in un campo di concentramento.

Dopo tre mesi circa di permanenza a Fossoli, una mattina siamo stati svegliati, ci hanno fatto raggruppare nella piazza dell’appello, hanno chiamato i nomi di quelli che dovevano partire, dopo di che siamo partiti per una destinazione ignota su dei camion dalla stazione di Carpi.

A Fossoli avevamo un numero, questo numero non me lo ricordo perché non avevamo bene la percezione di cosa volesse dire perdere il nome, avevamo una vita abbastanza facile a Fossoli.

Nel vagone eravamo una cinquantina di prigionieri ed abbiamo sopportato delle difficoltà non indifferenti perché eravamo carichi di bagagli. Era stato un nostro desiderio quello di portarci il più possibile roba. Se avessimo saputo la fine che avremmo fatto non avremmo sopportato quel sacrificio.

Siamo partiti da Carpi il 10 di maggio del 1944. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti e all’interno del vagone sono successe delle scene indescrivibili perché i giovani hanno subito maturato l’idea di tentare la fuga, però nel vagone c’erano delle persone anziane, dei vecchi, dei bambini, e i tedeschi prima di partire ci avevano dato la solita informazione “Per ognuno di voi che scappa, fuciliamo dieci prigionieri”.

Siamo arrivati di notte in un luogo, ci hanno fatto scendere dal carro bestiame. Siamo scesi abbastanza sollevati pensando di aver terminato il nostro calvario. Eravamo arrivati alla stazione di Mauthausen e la prima cosa che abbiamo letto, appunto, è stata ‘Mauthausen’, un nome assolutamente sconosciuto. Ci hanno fatto fare tutto il tragitto dalla stazione al campo, che sono quasi cinque chilometri, in salita, attorniati da due file di SS, da cani lupo ammaestrati in modo egregio per quel compito. Siamo arrivati in un piazzale e qui è iniziato l’incubo perché di notte il campo di Mauthausen era al buio, esistevano solo due luci, una sulla sinistra e una sulla destra. Appena entrati nel campo poi le informazioni erano immediate, siamo stati messi a conoscenza di tutto.

Il crematorio fumava giorno e notte, la baracca di sinistra, sotto la quale siamo stati trasferiti, era la baracca delle lavanderie. Non era una lavanderia tradizionale certamente. Arrivati sotto questa baracca ci hanno fatto spogliare, denudare completamente, ci hanno fatto lasciare tutto quello che avevamo portato con noi. In quel momento sono arrivati dei prigionieri con delle portantine con delle specie di carrelli, hanno buttato dentro tutta la nostra roba, anelli, orologi, catenine, fotografie, tutto quello che avevamo venne portato via.

Passò la notte con un freddo che non vi dico, il sistema nervoso cominciava a cedere. Alla mattina abbiamo sentito suonare una sirena, poi abbiamo sentito delle urla, dei conteggi, delle grida allucinanti, poi abbiamo sentito un rumore strano di zoccoli che uscivano, erano i lavoratori del mattino. In quel momento allora, noi abbiamo avuto la possibilità di entrare nel campo.

Siamo entrati nel campo, eravamo all’esterno del campo ma dietro la baracca della lavanderia, siamo stati portati sotto la baracca della lavanderia dove c’era una doccia. Questa era una doccia vera, non sapevamo ancora che tre baracche più avanti esistevano delle docce finte che erano una camera a gas. Qui ci hanno fatto fare una doccia che, per quanto potesse essere fredda o tiepida non aveva importanza, ci diede sollievo dopo una notte di quel genere. Abbiamo fatto la doccia e poi nella seconda fase è avvenuto l’annullamento della personalità.

Sono arrivati dei barbieri, dei prigionieri come noi, perché nei campi di sterminio tutto era in mano ai prigionieri ad eccezione della camera a gas che veniva fatta funzionare dalle SS. I barbieri in genere erano spagnoli perché gli spagnoli erano arrivati prima e quindi avevano occupato i posti, diciamo, migliori, barbieri, cucine, lavanderia ecc. Sono arrivati questi signori ed è iniziata la seconda fase dell'annullamento della personalità. Eravamo nudi, pensiamo alle donne assieme a noi, siamo stati depilati completamente, rasati a zero. Immaginiamo quello che devono aver subito quelle povere donne. Dopo questo trattamento, che ci ha lasciati scioccati perché non eravamo abituati, a gruppi di cinque siamo stati portati all'interno del campo in cui c’erano dei tavolini con delle SS sedute dietro, e vicino alle SS c'era un prigioniero italiano che conosceva il tedesco.

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Ognuno aveva il suo numero, io avevo il numero 76.604, che poi in tedesco, per uno che non conosce il tedesco, non è semplice. Poi venivi informato che se non rispondevi ad una chiamata di quel numero potevi essere punito con la morte. Quindi i primi giorni eravamo tutti tesi a cercare di ricordare il nostro numero.

Dopo questo primo contatto con le SS siamo stati trasferiti in un blocco di quarantena, si chiamava "quarantena" perché era un blocco dove iniziava la prima selezione. I più robusti sopravvivevano quelli che erano già deboli non gli servivano e quindi dovevano morire. Quaranta giorni in un blocco dove a malapena si stava in duecento persone ed eravamo in cinquecento. Dormivamo per terra, senza possibilità di avere materassi o altro. Stavamo tutto il giorno fuori, pioggia o sole non aveva importanza, sporchi come non vi dico. Io ricordo che alla sera, quando si avvicinava il momento di dormire, ci avvicinavamo io e mio fratello e stavamo vicini, perché perlomeno dicevamo "So che dormo con i piedi di mio fratello, invece di dormire con i piedi di uno che non conosco". E quindi la notte passava, poi passava il giorno dopo e a questo ritmo su circa cinquecento siamo sopravvissuti in duecento.

I prigionieri poi dovevano essere distribuiti per i vari lavori. Fecero l'appello e chiamarono me e non mio fratello. Ecco allora in quel momento mi sono sentito perso, dividermi da mio fratello ritenevo fosse una cosa molto pericolosa. Mio fratello allora con un atto di incoscienza, perché si può solo dire incoscienza e senza sapere le conseguenze a cui sarebbe stato sottoposto visto che anche a lui spiaceva dividersi da me, andò dal capoblocco che era un triangolo nero, un criminale, mio fratello un po' di tedesco lo parlava, ed ebbe il coraggio di chiedergli se era possibile rimanere tutti e due fuori o tutti e due dentro. Questo, non so neanche come mai, preso alla sprovvista, anche se il solo fatto di aver chiesto qualcosa ad uno di questi kapò costituiva già una grave colpa, forse quella mattina era in buone condizioni, guardò mio fratello e gli disse "Va bene tutti e due dentro!". E siamo rimasti tutti e due a Mauthausen per un anno.

Non ricordo di aver avuto mai un raffreddore, e non ricordo di essermi mai ammalato, questo è stato importante perché ammalarsi in un campo di sterminio voleva dire morire, quindi è stata una condizione di favore, molto favorevole.

Il comando costruzioni serviva per dare schiavi nelle varie zone vicino a Mauthausen, per costruire qualcosa. Il kapò del Baukommando era un triangolo nero, cioè un criminale, che non sapeva neanche che cosa volesse dire scrivere o fare un progetto, quando ha sentito che mio fratello era ingegnere, gli ha chiesto di andare a lavorare da lui e questa è stata effettivamente una fortuna enorme per mio fratello perché lavorava in una baracca al coperto, faceva progetti, progetti relativi alla costruzione di qualcosa. Inoltre poteva aiutare anche me perché mi metteva nei posti meno faticosi.

Qualche giorno prima della liberazione del campo, io lavoravo alla costruzione di un rifugio antiaereo del comandante del campo, il colonnello Ziereis. I tedeschi pensavano di vincere la guerra quindi i campi avrebbero dovuto essere mantenuti ancora in efficienza, quindi aveva bisogno di un rifugio antiaereo. Avevano chiesto degli scalpellini di professione, e io quando davano qualche incarico ero sempre il primo ad alzare la mano. Dissi che ero uno scalpellino di professione, ma non avevo mai visto uno scalpello.

Una notte, uscito dal bunker sotterraneo dove lavoravo per prendere una boccata d'aria, vidi arrivare continuamente delle colonne di scheletri umani che venivano portati nel campo tre per essere eliminati. In un attimo mi sento chiamare "Uccio", io mi chiamo Carlo Carluccio. Se voi andate a Imperia e chiedete di Todros non lo sa nessuno, Uccio mi conoscono tutti. Allora mi volto, non lo riconosco, perché erano degli scheletri tutti uguali, facevi fatica a riconoscere una persona. "Sono Enrico, ho fame!", ecco non mi ha detto niente, solo "Ho fame!". Allora io dico "Enrico un attimo!" mi precipito nel bunker sotto raccolgo un secchio della calce sporco, non aveva importanza, lo infilo nel bidone della zuppa, lo porto su e mi avvicino alla colonna che stava proseguendo, in fondo c'erano le SS, gli do' questo secchio di zuppa, non so quanti litri potesse contenere, cinque o sei litri. Tutto d'un fiato se l'è bevuto, tutto d'un fiato… In quel momento arriva la fine della colonna, arriva uno delle SS mi chiama e, come succedeva sempre, era obbligatorio, mi avvicinai, mi misi sull'attenti e giù il cappello. Come mi tolgo il cappello mi arriva una sventola a questo orecchio con una potenza tale che sono rimasto rintronato per qualche giorno, e poi mi dice che dovevo anche io andare insieme agli altri.

In quel periodo, sapevo parlare il tedesco, gli ho detto che io stavo lavorando per il colonnello Ziereis, per fare un lavoro speciale, allora sentendo parlare di Ziereis, mi dice "Raus!". Quello schiaffo lo ricordo per un motivo, perché altrimenti dopo qualche giorno certamente lo avrei già dimenticato, però quando sono tornato a casa dopo la liberazione, andavo d'estate al mare in Liguria come sempre, non nuotavo più come una volta a livello professionistico, ma a livello amatoriale, come entravo in acqua mi restava l'acqua nell'orecchio e non usciva più. Una volta, quando nuotavo, entrava l'acqua ma poi scuotevo l'orecchio e usciva. In quel periodo non mi usciva più, è arrivato un certo momento che mi si è formato del pus e mi è venuta un'infezione, allora mia madre si è accorta che io non rispondevo più bene, che non sentivo bene e mi ha portato da uno specialista a Imperia, il quale è rimasto meravigliato "Ma signora, suo figlio ha un timpano spostato!".
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 La liberazione me la ricordo in modo chiaro, non sapevamo che era il 5 maggio, non avevamo né orologi né calendari, sapevamo solo che la mattina alle cinque suonava la sirena. Avevamo già delle sensazioni, perché vedevamo le SS più umane, meno crudeli, non ci trasferivano a lavorare fuori lontano dal campo. Vedevamo aerei in continuazione che passavano e bombardavano, quindi avevamo la percezione che qualcosa stesse succedendo.

Una mattina non c'era più nessuno, allora meravigliati, non avevamo capito bene cosa stesse succedendo, dopo qualche momento, un'ora, non so quanto, si apre il portone principale del campo ed entrano i primi carri armati americani. Ecco allora in quel momento qualcuno dice "Vi siete accorti di essere liberi?", noi no, non ci siamo accorti di essere liberi, ci siamo accorti di essere vivi. E quindi in quel momento sono avvenute scene non di gioia o di esultanza, eravamo apatici eravamo scheletri umani.

Io in quel periodo non so quanto pesassi, ma dopo che mi hanno portato in quelle tende che gli americani avevano costruito al di fuori del campo dove cercavano di darci un po' di sollievo e di aiuto, il medico mi pesò, pesavo trentotto chili. Ero alto un metro e ottantadue, si faceva fatica a stare in piedi. Però eravamo vivi, eravamo liberi. Non ce ne siamo subito accorti, perché non avevamo ancora ben capito, avevamo perso proprio il senso della libertà dopo il periodo di permanenza nel campo non avevamo neanche la forza di camminare.

Gli americani avevano messo a controllare, non erano controlli erano delle persone, non so neanche chi fossero, erano dei militari, delle persone anziane, con delle divise azzurre scure, erano lì solo per controllare che non succedessero fatti strani. Io quella mattina con un io amico sono uscito dal campo per andare a vedere cosa c'era fuori, arriviamo davanti al portone del campo, questo per dire che non avevamo ancora capito bene che cosa volesse dire essere liberi, mi presento davanti a questo signore, mi metto sull'attenti, mi tolgo il cappello, gli dico "76.604, vorrei uscire dal campo" e lui mi guarda e mi dice "Nein!", "Come no - dico - e allora siamo prigionieri come prima?". Lui ha capito il mio stupore e mi dice "No, 76.604, sei un uomo, prego!" Ecco in quel momento abbiamo capito che eravamo tornati uomini liberi perché fino a quel momento avevamo solo capito di essere vivi, niente altro. Usciamo dal campo, facciamo pochi metri, c'era un carro armato americano con un soldato ufficiale - non so chi fosse - sulla torretta del carro armato che fuma. Ecco in quel momento mi sono ricordato che io prima fumavo…
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