Franco Varini


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Franco Varini
nato a Bologna nel 1926, residente a Bologna


Arresto
effettuato dalle Brigate Nere l'8 luglio 1944 a Bologna, in seguito a delazione, perché militante nella V Brigata della Bonvicini di Bologna

Carcerazione
a Bologna, nella sede delle Brigate Nere in via S.Mamolo, poi presso la sede delle SS ai Giardini Margherita in via S.Chiara, poi al carcere di S.Giovanni in Monte.

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia:
- a Fossoli
- a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Flossenbürg, matricola n.21.778, ad Augsburg, matricola n.117.065, e a Kottern (sottocampi di Dachau)

Liberazione
avvenuta tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1945 a Kottern, da parte dell'armata di Patton, durante una marcia della morte partita da Kottern

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Mi chiamo Franco Varini, sono nato a Bologna il 5 agosto del 1926 e ho sempre vissuto a Bologna.  Sono entrato nella resistenza quasi casualmente e ritengo di essere stato uno tra i primi, entrati quasi per gioco nelle sue file. Eravamo un gruppo di ragazzi e abbiamo iniziato in sordina. Dopo un certo periodo sono stato inquadrato in una formazione partigiana, la quinta brigata Otello Bonvicini divisione di Bologna, nella quale ho militato fino a quando su delazione sono stato arrestato. Questo è avvenuto l'8 luglio 1944.

Mi hanno portato al centro della strada, in Viale Aldini a Bologna, un viale che ancora esiste e dove ancora esiste il bar nel quale sono stato arrestato, a braccia alzate. Erano in quattro delle Brigate Nere e mi si sono messi di lato, offrendo di fatto uno spettacolo a tutti coloro che assistevano.

 Mi hanno messo in una cella dove sono rimasto circa un'ora, dopodiché mi hanno fatto salire su una macchina e mi hanno portato in Via Santa Chiara, una strada di Bologna nei pressi dei Giardini Margherita, i grandi giardini di Bologna. Qui c'era una palazzina, che in seguito ho saputo era stata requisita dalle SS. Mi ci hanno fatto entrare, mi hanno messo nelle cantine che erano state adibite a celle e dopo un po' di tempo - sempre sabato 8 luglio - mi hanno fatto salire e mi hanno portato in un ufficio. In questo ufficio c'era una sorta di gigante, un maresciallo delle SS e al tavolo sedeva un uomo dai capelli bianchi, l'interprete. Lì è cominciato l'interrogatorio, fatto in uno strano modo, come probabilmente ne saranno stati fatti un'infinità. Non finivo nemmeno di dare risposta alle domande che mi rivolgeva l'interprete che questo gigante, il maresciallo delle SS, cominciava a percuotermi. Era effettivamente un gigante, mi picchiava talmente forte che ogni tanto vacillavo.

Finito l'interrogatorio, uguale a quello subìto da tutti gli arrestati delle SS, sono stato riportato in cantina dai militari della PAI, Polizia Africa Italiani, che erano in servizio presso il comando delle SS. Quando il giorno 11 sono stato riportato nell'ufficio degli interrogatori tremavo e invece la sensazione che ho provato mi ha sorpreso. Ho visto, meglio dire ho intravisto perché avevo anche un occhio semichiuso, il maresciallo della SS , quello che mi aveva percosso, seduto sulla poltrona e l'interprete che si rivolgeva a me in modo strano. Mi disse, al termine di tante parole che non ricordo "adesso lei firmerà questi documenti. Le comunico che la sua condanna a morte - della quale io non sapevo niente - è stata trasformata in lavori". Il giorno 11 è stato l'ultimo giorno che ho trascorso nelle celle delle SS di Via Santa Chiara. Il 12 mattina ero solo nella cella, perché il giorno prima due fratelli bolognesi, due eroi della resistenza bolognese e un giovane che era stato trovato con un'arma scarica, erano stati giustiziati. Ma questo l'ho saputo in seguito. Ero solo in questa cella quando verso le quattro e mezza, non ricordo l'orario con precisione perché non sentivo il campanile della nostra bella città darmi l'ora, la cella è stata aperta. Sono stato portato fuori dove era un camion vuoto con quattro o cinque SS. Non ho pensato nemmeno lontanamente che non mi portassero alla fucilazione. Ho guardato in alto, c'era il cielo stellato, ho invocato mia madre - non avevo tanti protettori in alto - che mi desse una mano.

 Con questo camion mi hanno portato davanti al carcere di San Giovanni in Monte. Qui hanno caricato un'altra trentina di prigionieri e siamo partiti. Quando siamo passati sulla Via Emilia, un fatto che ricordo, le SS sedevano sui lati del camion, e a un certo momento uno ha detto "l'abbiamo passato". Io sul momento non l'ho nemmeno capito, voleva dire "abbiamo passato via Agucchi" che era la strada dove c'era il poligono di tiro. Siamo arrivati nel campo di concentramento di Fossoli, a Carpi di Modena, il 12 luglio 1944. Una data che va ricordata, perché quella stessa mattina alcune ore prima erano stati portati fuori dal campo settanta prigionieri, anzi sessantanove perché uno di loro, Teresio Olivelli, riuscì a nascondersi, e altri due riuscirono a fuggire, mentre gli altri sono stati tutti fucilati.

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Mi hanno immatricolato ma non ricordo il numero di matricola. A Fossoli sono rimasto fino al 5 agosto, data che non posso dimenticare perché ricorreva il mio diciottesimo compleanno. Siamo stati trasferiti con le corriere a Bolzano.

A Bolzano il trattamento era molto diverso, ormai eravamo - non dico già in un lager - ma in un campo già abbastanza pesante. Le docce che venivano fatte la mattina coi tubi di gomma. A Bolzano rimaniamo fino al 5 settembre 1944. La mattina del 5 settembre ci portano alla stazione ferroviaria di Bolzano, ci stipano dentro vagoni che poi vengono piombati - ormai questa è una storia che tutti conoscono - e poi via verso destinazione ignota. Sul comportamento della popolazione tedesca cito solo un piccolo episodio, ma bisogna ricordare che non tutti i Tedeschi erano nazisti e che circa settecentomila Tedeschi sono morti nei campi. Non va dimenticato che i primi dodicimila deportati di Dachau erano Tedeschi oppositori del regime nazista. Durante questo viaggio ci alternavamo a una finestrella dei vagoni ferroviari che aveva il filo spinato, ci davamo il cambio per respirare e vedere un po' fuori. Arrivati in una stazione, penso fosse Monaco di Baviera, era affacciato uno dei due fratelli De Cassani, Arduino. Ad un certo momento vedo che si ritrae assieme ad altri. Gli chiedo cosa succede e lui dice che fuori ci sono dei civili che stavano chiedendo chi erano quelli nei carri e alla risposta delle SS sputavano contro le finestrelle. Mi dico che probabilmente era qualche fanatico, ne abbiamo avuti tanti noi.
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Il 7 settembre, data che ho fissato in modo indelebile nella mia mente, arriviamo a Flossenbürg. Entrati in questo campo io sono rimasto subito sconvolto dall'immensità. Ci hanno fatto denudare completamente. Io non avevo molto da perdere, non avevo neanche devo dire un senso di pudore particolare. Poi ci hanno messo dentro a delle grandi docce, con le finestrelle attorno e un gradino per scendere nella doccia vera e propria. Tutti stipati sotto, con le finestrelle chiuse, hanno cominciato ad aprire l'acqua, caldissima. Non potevi uscire perché attorno avevi i kapò, i famosi kapò che comandavano di fatto all'interno dei campi, che ti ributtavano dentro con i loro Gummi, i bastoni di gomma grossa fuori e fili di acciaio, di ferro, non so bene, all'interno. Finito questo primo momento di tormento incredibile, fermata l'acqua calda, ci diciamo che è finita e invece fanno aprire le finestrelle e comincia il getto d'acqua fredda. Finito questo calvario siamo usciti seminudi, ci hanno vestiti un po' alla rinfusa, e da quel momento - non l'ho dimenticato neanche cinquant'anni dopo - mi era stato assegnato un numero, il 21.778, e potevo dimenticare di avere un nome e un cognome. Io a Flossenbürg ero il numero 21.778.

Ad un certo momento chiedo a Teresio Olivelli, che poi è diventato il nostro interprete ed è stato un uomo che ha salvato la vita di un'infinità di persone, un vero eroe, gli chiedo "scusa Teresio", forse gli davo del lei non ricordo, "dovrei andare in latrina". Dice "esci, vai avanti verso la torretta e quando finisce il fascio di luce ti fermi. Vieni inquadrato dalle SS e tu in tedesco ripeti il tuo 21.778 dopo esserti tolto il cappello. Quello borbotterà qualcosa e allora tu sulla destra hai le latrine". Lo spettacolo al quale ho assistito se non mi ha provocato l'infarto è perché probabilmente avevo un cuore d'acciaio. Ho aperto questa latrina, un'immensa baracca con al centro un'enorme apertura dove probabilmente mettevano dei solventi. C'era una panchina che correva tutto attorno e una specie di corrimano per sedersi. Tutto attorno c'erano uomini morti, scheletri. Quella - l'ho saputo in seguito - era la latrina obitorio. Quando durante il giorno non riuscivano a portare via tutti i cadaveri, li bagnavano, gli scrivevano il numero di matricola e la nazionalità, dopodiché li mettevano lì. Io ho aperto, ho guardato un attimo e ho richiuso la baracca: i miei bisogni fisiologici erano scomparsi. Sono rientrato nella mia baracca dopo aver ripetuto la sceneggiata davanti le SS, ho avvicinato Olivelli e gli ho detto "io non ci andrò mai!". "E' questione di tempo, topolino, ce la farai" ha detto lui. Infatti uno o due giorni dopo ero lì, guardando quei poveri compagni morti tutto attorno, a soddisfare le mie esigenze.
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La vita in questo campo iniziava per noi deportati alle quattro e mezza di mattina. Fuori di corsa dalle baracche! sveglia! fuori! Naturalmente in tedesco, che non è una lingua dolce, soprattutto pronunciata da questi kapò. Tu uscivi di corsa dalle baracche, e loro molto sorridenti muovevano i loro gummi per bastonarti. Io devo dire che ne ho prese poche, non perché fossi più abile degli altri, ma forse perché avevo diciotto anni, ero un giovane. Stavamo fuori tutto il giorno. La mattina ti davano una sorta di gamella, di contenitore di ferro che non era neanche smaltata, era tutta arrugginita, con qualcosa dentro che non ho mai saputo per l'esattezza che cosa fosse, e tu bevevi questa roba. Non è che i primi tempi facessi il sofisticato, ma dal terzo quarto giorno ho cominciato anch'io - scusate - a leccare la mia gamella. A mezzogiorno di nuovo ci davano delle cose che non si sa bene di cosa si trattasse, e così alla sera.

Noi eravamo utilizzati nella cava vicino, praticamente dentro lo stesso lager di Flossenbürg, fino a che un giorno ci chiamano tutti e ci dicono "gli specialisti, in grado di svolgere un lavoro di meccanica e di alta precisione, alzino la mano'. Allora sono diventato specialista. Infatti dopo alcuni giorni sempre in cava, con le solite cose che sapevano fare molto bene le SS, viene il momento in cui dicono "gli specialisti con me". Ci caricano sui camion e ci portano ad Augsburg, dove esisteva una delle più grandi fabbriche di aerei della Messerschmitt. Mi ricordo - perché i ricordi poi riaffiorano nel tempo - che eravamo alloggiati presso una caserma militare dell'aviazione tedesca e ci portavano la mattina con un trenino fino alla fabbrica. Lavoravamo tutto il giorno dentro, e tutti i giorni eravamo bombardati. Preallarme, fuori i civili. Allarme - quando già bombardavano - fuori noi con le SS di fianco. E ci portavano dentro i bunker.

Un giorno, verso l'8 o il 9, in questo bunker ci siamo stati addirittura una cinquantina d'ore, mentre gli aerei alleati - questa è storia - avanti e indietro dalle loro basi distruggevano completamente campi d'aviazione, hangar, officine, tutto. Quando siamo usciti di lì ci hanno dovuto portare in un altro sottocampo, che non era più dipendente dal lager di Flossenbürg. Già Augsburg era un sottocampo di Dachau. Anche Kottern, vicino a Kempten, dove mi hanno portato adesso, era sottocampo di Dachau e io vi ero in forza con il numero 117.065. Ero diventato titolato. Mentre prima avevo solo cinque cifre, lì mi avevano cresciuto di grado probabilmente, da 21.778 ero diventato il 117.065. Lavoravo sempre in una fabbrica che produceva pezzi per aerei. Io mi auguro che se hanno montato qualcosa fatto da me, quell'aereo non si sia alzato, oppure sia precipitato.

 Il 25 aprile 1945 non ci mandano in fabbrica e rimaniamo dentro alle baracche. Di sera ci incolonnano, siamo circa duemila - anche questa è storia, lo dicono anche gli alleati che ci hanno liberati - e ci portano fuori di notte. Prendiamo tutto quello che abbiamo, una coperta e la gamella nella quale si mangiava. Viaggiamo tutta la notte a piedi, e alle prime luci del giorno ci portano fuori dalla strada, in mezzo ai boschi. In quella zona era pieno di boschi e rimaniamo nascosti lì. Rimaniamo lì ancora tutto un giorno e il giorno dopo. Ci chiediamo cosa succede. La sera ancora fuori, fino a che il giorno dopo ci portano fuori dal bosco e ci incolonnano in mezzo alla strada. Ormai gli Alleati erano a pochi chilometri. Rimaniamo per un minuto e mezzo, due minuti, al centro di questa strada, in duemila, non si muoveva nessuno. Poi improvvisamente la colonna si rompe e allora corriamo giù per strada. Ricorderò sempre, ci fermiamo contro un muretto - questo l'ho anche scritto, ho fornito materiale a giornali di livello nazionale - seduti, Andree Jan e io, contro questo muretto. Non piangevo solo io, piangevamo tutti e tre. Intanto passavano questi giovani dell'Armata di Patton, come abbiamo appreso dopo.

 Ci portano in un campo di raccolta che si chiama penso Füssen. Eravamo un'infinità. Continuo a tenere la mia divisa zebrata. C'era un capitano italoamericano che non voleva più assolutamente vedermi così. Arriviamo a un compromesso, lui mi dà un pastrano, e siccome non sono tanto alto, lo tengo sulla divisa ma mi arriva ai piedi, praticamente come un saio. Il 25 o il 26 maggio - non ricordo esattamente - ci hanno caricato sui camion e ci hanno portato in Italia, fino a Verona.



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