Vittoriano Zaccherini


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
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Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Vittoriano Zaccherini
nato a Dozza (BO) nel 1926, residente a Imola (BO)


Arresto
effettuato dalle Brigate Nere il 20 novembre 1944 a Imola, in seguito a delazione, perché faceva parte delle Squadre di Azione Patriottica (SAP) - nel distaccamento della 36° Brigata Garibaldi - che operavano sulle colline toscane e romagnole

Carcerazione
- a Imola, nelle Carceri La Rocca
- a Bologna, nella sede delle SS ai Giardini Margherita in via S.Chiara, poi al Carcere di S.Giovanni al Monte

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.115.778, poi a Gusen 1 (sottocampo di Mauthausen), poi nuovamente a Mauthausen.

Liberazione
avvenuta a Mauthausen il 5 maggio 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non specificato
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La testimonianza

Mi chiamo Vittoriano Zaccherini, sono nato a Dozza, il 28 novembre 1925.

 Sono stato arrestato dalle Brigate Nere il 20 novembre 1944 e portato nelle carceri di Imola, dislocate nella Rocca. Sono stato arrestato per una spiata. Già da cinque mesi ero nei partigiani, nel Sap montano, un distaccamento della 36ª Brigata Garibaldi che operava nelle colline tosco romagnole.

Il 19 novembre il Comitato di Liberazione mi ordinò il ritorno a Imola, per poter formare il battaglione di città. Una parte dei partigiani che erano stati in montagna venivano richiamati per formare un battaglione e occupare Imola. Io arrivai a Imola con una staffetta partigiana, con una ragazza che portava le mie armi, in bicicletta. Arrivai a casa la mattina alle sei, sei e mezza, alle otto dovevo rientrare a prendere le mie armi da questa ragazza, che lavorava in centro a Imola, ma per una spiata le Brigate Nere sapevano già che ero arrivato. Come attraversai la piazza vidi a cinquanta metri il gruppo delle Brigate Nere. Erano in cinque e mi dissero "alt, abbiamo saputo che sei arrivato, ti venivamo a prendere".

 Con me sono stati arrestati nei i giorni seguenti altri sette ragazzi imolesi, che con me hanno fatto il carcere a Imola, l'interrogatorio a Bologna al comando delle SS e il carcere a San Giovanni in Monte. Sono stato interrogato e malmenato parecchie volte perché sapevano che ero nei partigiani. Gli interrogatori furono fatti dalla Brigata Nera la sera del 28 novembre, il giorno che compii gli anni. Mi misero in una vasca ghiacciata, nudo - era un inverno freddissimo - e col calcio della rivoltella mi picchiavano in testa finché non stavo immerso nell'acqua. Visto che non gliela facevo, botte. Fui malmenato parecchie volte in quel modo.

 Verso il 22 o 23 dicembre partimmo da Bologna, fummo caricati su camion e portati a Bolzano. Prima della partenza una parte di noi furono chiamati fuori e fucilati. Erano quelli più compromessi, gappisti chiamati Vento, Temporale, gente di Bologna che era conosciuta. Noi, il gruppo dei meno coinvolti, secondo loro, oppure i più giovani, fummo mandati nel campo di smistamento di Bolzano. A Bolzano siamo stati tutti immatricolati, ma non ricordo il numero, purtroppo.

Eravamo prigionieri politici, perciò nel campo di Bolzano noi non andavamo fuori a lavorare come gli altri. Eravamo destinati a partire in un tempo breve, e per quei pochi di giorni, una decina in tutto, siamo sempre stati chiusi nelle baracche. Dal campo ci hanno mandati in stazione, sempre scortati dalle SS, e ci hanno caricati su carri bestiame.

L'arrivo a Mauthausen me lo ricordo benissimo. Siamo arrivati una mattina all'alba, e come siamo scesi dalla tradotta le SS con i cani ci hanno incolonnati quattro a quattro. Loro ai fianchi, di lato. Eravamo circa settecento nel convoglio partito da Bolzano. Pian piano ci siamo diretti verso la collina, ignari di quello che ci poteva aspettare. Non sapevamo dove andavamo, noi pensavamo ad un campo di lavoro. Strada facendo, sempre con le SS vicino e coi cani, cercavamo di stare verso il centro del gruppo perché altrimenti loro alle estremità ci malmenavo.

Poi l'ingresso al campo. Pensate che avevamo diciassette, diciotto anni, il più anziano di noi aveva ventitré anni. La prima esperienza è stata positiva, perché siamo entrati a Mauthausen non dal campo principale, ma dall'entrata dove c'erano i servizi, e lì c'era - c'è ancora - una piscina. Mi ricordo che con i miei compagni, alla nostra età particolare, ci siamo detti "ma guarda in che bel posto veniamo a finire, c'è la piscina, c'è tutto!". Naturalmente dopo è stato ben diverso, perché entrati dalla parte principale ci hanno messi tutti in fila per andare giù verso le docce e ci siamo resi conto di tutta questa gente zebrata, con i vestiti a righe. Poi la solita spoliazione. Completamente nudi ci hanno rasati ovunque c'erano peli, e in mezzo alla testa ci hanno fatto col rasoio una riga larga due dita perché dicevano che in caso di fuga ci riconoscevano, anche se poi era impossibile fuggire da quel campo. Poi ci hanno mandati nudi nel campo di quarantena. Siamo arrivati a Mauthausen il 6 o il 7 di gennaio e la temperatura era intorno ai dieci dodici gradi sotto zero.

L'immatricolazione a Mauthausen. La prima esperienza che ho avuto in quei primi giorni è stata proprio a causa del mio numero di matricola. Io avevo il 115.778, e al primo appello, era un russo che lo faceva, io non sapevo niente e non rispondo. Nessuno mi dice niente. La sera, al rientro in blocco, prima della zuppa di cena, mettono tutto il blocco in fila, mi chiamano fuori e mi vengono ordinate venti gommate, col gummi. Le baracche avevano uno sgabello, lo sgabello delle punizioni. Ti mettevano a bocconi e c'era un addetto che ti menava. Dopo tre o quattro colpi uno perdeva i sensi, sveniva, però la punizione era di venti e dovevano continuare a dartele tutte e venti. Poi ti buttavano nella parte di pagliericcio dove dormivi. Allora a Mauthausen non c'erano più i castelletti, noi dormivamo in terra, in quattro per ogni pagliericcio, cioè due di testa e due di piedi. Io dormivo con due slavi e un francese. La sera mi hanno spiegato perché mi hanno menato, cioè perché non avevo risposto all'appello. La mattina dopo alle sei c'era l'appello nella Appellplatz. Chiedo aiuto al francese, e lui mi dice "sappi che l'appello lo fa un russo, tu hai il 115.778".

Ci hanno vestito e dopo una decina di giorni ci hanno mandati a Gusen 1. Io lavoravo alla Steyr, una fabbrica di mitragliatrici, lavoravo in due frese. Si lavorava al coperto e si stava relativamente bene. Il problema era che andando al lavoro, anche lì c'erano le SS coi cani di qua e di là, e chi era agli estremi veniva menato in continuazione. All'interno dell'officina c'erano anche dei civili, il capo officina per esempio era un civile.

A Gusen sono stato poco più di un mese, poi non so per quale ragione fui rimandato a Mauthausen. Quando sono ritornato mi hanno messo nel blocco sedicesimo, e praticamente mi ritrovai con pochissimi Italiani nella baracca. Fu una disgrazia anche quella, perché ero con due torinesi che morirono quasi subito, poi c'era un genovese e uno di Salerno. A Mauthausen fui destinato alla cava, dove ho lavorato per quasi un mese. E' stata, come debbo dire, la mia tragedia più grande, perché giovane com'ero non ero abituato a certi lavori, e pian piano le forze mi mancavano. Lavoravamo in coppia in cava, e per fortuna ero con un ucraino, Ivan, che dopo è morto. Aveva trentaquattro anni e per me che ne avevo diciassette diciotto era una persona anziana. Come arrivai giù in cava, Ivan prese a volermi bene, cercava di insegnarmi il modo di poter sopravvivere in certi momenti. Mi ricordo che lì in cava arrivava un convoglio e c'erano delle montagne di antracite, di carbone. Tra i pezzi di antracite c'erano dei pezzi non lucidi, opachi, e lui mi disse "se riesci a mangiare tutti i giorni un pezzo di carbone, ti stagni e non ti viene la dissenteria". Non lo sapevo solo io, lo sapevano anche gli altri, ma il novanta per cento aveva il rigetto e quando mangiavano questo pezzo lo rimettevano. Così quel poco cibo non riuscivano a tenerlo dentro ed era peggio. Io invece in quel mese che ho fatto giù in cava sono riuscito a sopravvivere mangiando questo pezzo di carbone. Quel po' di cibo che mi davano io lo tenevo dentro e non ho mai avuto dissenteria. La mortalità enorme del campo allora, a parte le camere a gas e le impiccagioni, era per dissenteria. Andavi in infermeria perché non gliela facevi più a lavorare, e in infermeria con un colpo alla nuca ti ritrovavi già dalla parte dei forni crematori, già accatastato.
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Nella cava avevamo dei carrelli che portavamo fino a un certo punto, poi venivano caricati per essere portati fuori, ma noi fuori non andavamo mai. Dal campo di Mauthausen per scendere alla cava facevamo la scala, la famosa scala della morte. Noi per fortuna la facevamo per andare al lavoro, non come tanti nostri compagni, ebrei principalmente, che facevano la scala con quel famoso sasso di circa cinquanta chili finché non erano più in grado di farla. I primi in cima che cadevano facevano rotolare giù tutti gli altri e le SS lì in cima si divertivano a tirare. Il tiro al piccione, lo chiamavano.

 La liberazione è stata una cosa indescrivibile. Il 6 maggio gli Americani mi svestirono completamente perché ero pieno di scabbia, e completamente nudo mi misero sulla bilancia. Ero ventotto chili e a sentire i medici avevo una settimana da vivere. Per me la liberazione è stata realmente una liberazione, ma è stata anche una tragedia, perché di otto amici siamo ritornati in quattro, praticamente in tre, perché uno vegeta, non è più stato in grado di vivere. Con la liberazione mi è rimasto sempre quel senso di colpa verso i compagni che ho lasciato nel campo. La domenica mattina è arrivata questa pattuglia americana. Sulle torrette c'erano ancora le SS, i militari. Sono entrati e potete immaginarvi le condizioni dei superstiti. Gli Spagnoli sono subito andati all'entrata a tirare giù l'aquila imperiale, lo stemma del nazismo. Io non ne ero in grado, erano già quindici giorni che non andavo più in cava e rimanevo ai servizi generali nel campo, perché in cava non gliel'avrei più fatta. La mia fortuna è stata che in quell'ultimo periodo le camere a gas e i forni crematori sì continuavano ad andare, ma i morti del campo erano talmente tanti che non riuscivano a smaltire tutti i cadaveri. Perciò noi che eravamo alla fine siamo riusciti a sopravvivere. Cosa che se fosse capitata un mese, un mese e mezzo prima saremmo stati eliminati come tanti altri nostri compagni.
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 Siamo stati liberati il 5 maggio. Io ero nelle condizioni che ho detto e sono rimasto nel campo fino alla fine di maggio perché non ero in grado di affrontare né il viaggio per rientrare in Italia né per andare in un altro posto. Gli Americani mi hanno curato come un neonato, mi hanno riabituato a mangiare con delle pappine di semolino, in modo da poter riprendere la vita. Poi con un aereo mi hanno portato a Berlino. Sono stato a Berlino altri quaranta giorni in un campo militare, per mettermi nelle condizioni di affrontare il viaggio di ritorno a casa. A Berlino avevano preparato delle tradotte militari con la scritta "superstiti dei campi di sterminio". Da tutte le zone queste persone venivano portate alle frontiere. A Berlino mi avevano dato una divisa coloniale, di quelle che i Tedeschi usavano in Africa, color cachi con i calzoni lunghi alla zuava e un paio di scarpe che facevo fatica a tirarmele dietro. Quando sono arrivato a casa ero trentaquattro chili. Arrivati a Bolzano sono sceso e ho trovato un parroco di Ravenna, che era alla frontiera per recuperare dei suoi parrocchiani, gente della sua zona. Sapendo che andava a Ravenna doveva passare dalla San Vitale, a quindici chilometri. da Imola. Allora gli ho chiesto se mi caricava e lui mi ha portato fino a Sestri Imolese, una frazione dell'Imolese. Lì ho trovato uno con un carretto che andava a Imola a vendere il carbone. Mi ha caricato e mi ha portato a Imola.

Arrivo in centro a Imola e quello forse è stato il momento più brutto della mia vita. In centro a Imola c'è un porticato con un orologio, l'orologio del Comune, e lì c'era un bar. Fuori c'era mio padre, che non mi ha riconosciuto. Potete immaginare come ci sono rimasto. Ho continuato la strada e dopo ha detto "ma è Vittoriano!", e siamo andati verso casa. A parte il fatto che mi ci sono voluti anni per poter rientrare in una certa normalità, la tragedia è stata con le famiglie dei miei compagni morti. Venivano a casa mia e mi dicevano "Nino e Cleo - due ragazzi di sedici anni che erano con me - come mai tu sei qui e loro no?" Che cosa gli potevo dire io, che erano stati gasati, che erano finiti nei forni crematori? Perché allora non era come adesso e quando io tentavo di parlare di queste cose, anche tra i miei familiari e tra i miei compagni, nessuno mi credeva. Mi guardavano con degli occhi come per dire "questo è pazzo". E' per quello che per anni siamo stati come fermi, chiusi nel nostro inconscio, e il ritorno a casa è stato per tutti uno shock. Trovarci in quelle condizioni, voler dire quello che era successo e nessuno che ti credeva. La gente ti guardava come venissi da un altro pianeta. Mi ci sono voluti degli anni, finché questi genitori sono riusciti a capire perché io ero ritornato e i loro figli no.
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