Mirella Stanzione


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
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Limentani Mario
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Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Mirella Stanzione
nato a La Spezia nel 1927, residente a Roma


Arresto
effettuato dalle SS a La Spezia, in casa con la madre come ostaggi al posto del fratello partigiano

Carcerazione
- a La Spezia, nel Carcere di Villa Andreini
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Ravensbrück, matricola n.77.415

Liberazione
avvenuta tra la fine di aprile e gli inizi di maggio del 1945, perché fuggita dalla marcia della morte da Ravensbrück ad Amburgo

Ritorno a casa
non assistito; durante il ritorno, Mirella fu bloccata e messa insieme alla madre in un campo di raccolta di militari italiani, poi con un treno arrivò fino a Genova

Note: Mirella ha vissuto la deportazione con la madre, anche lei sopravvissuta
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La testimonianza

Mi chiamo Mirella Stanzione, e sono nata a La Spezia l'11 marzo del 1927. Ho qualche difficoltà a ricordare il passato di deportata in un campo di sterminio nazista, ricordare è doloroso.

 Il 2 luglio del 1944 le SS tedesche, armi in pugno, sono entrate in casa mia, a La Spezia, e mi hanno arrestato insieme a mia madre. La mia era ed è una famiglia antifascista, e mio fratello era partigiano. Per la logica nazista combatterli ed essere contrari al regime vigente costituiva un motivo più che valido per l'arresto e la deportazione.

 Il primo trauma subito è stata la prigione. In cella in isolamento sino alla fine degli interrogatori da parte delle SS tedesche. Il pagliericcio infestato da cimici, il bugliolo sono stati il primo impatto con la nuova realtà. Eravamo però solo agli inizi e non era il peggio.

 La destinazione finale di questo calvario è stata per me Ravensbrück. Il viaggio da Bolzano a Ravensbruck in carro bestiame sigillati, insieme ad una sessantina di compagne, durato sei giorni e sei notti, mi ha fatto rimpiangere la prigione. Ignare di quello che sarebbe accaduto, ignare della destinazione, spaventate, confuse, parlavamo poco, non sapevamo niente ma avevamo paura. Nel nostro subconscio avvertivamo che i giorni a venire sarebbero stati difficili, la realtà però sarebbe andata ben oltre ogni più fervida immaginazione.

Ravensbrück era un campo di concentramento a ottanta chilometri da Berlino, verso la Polonia, popolato solo da donne e bambini. Questo è forse il motivo per il quale non è molto citato.

Al nostro arrivo vedemmo mura, filo spinato e le torrette di controllo presidiate da soldati armati. Il Lager si presentava grigio, tetro, silenzioso. Si udivano solo comandi secchi in tedesco e il latrato dei cani che insieme ai soldati ci circondavano. Sulla piazza del Lager notammo una colonna di donne: erano le deportate che ci avevano precedute. Erano magre, sembravano affaticate, erano visibilmente sporche, e molte erano rapate. Avevano poco l'aspetto di donne, indossavano una divisa a righe e ai piedi avevano gli zoccoli, tutte però avevano ben visibile sul vestito un numero e un triangolo di colore diverso che le contraddistingueva, le qualificava.

Il mio triangolo come politico era rosso, e il mio numero era il 77.415. Per la logica nazista il primo compito delle ausiliare tedesche consisteva nel rieducare la deportata. E per questo motivo la disciplina doveva essere dura, e duro doveva essere il lavoro. Non era ammessa nessuna trasgressione, tantomeno qualsiasi forma di ribellione. Le botte, il frustino, il bastone, la cella di punizione servivano a rendere chiaro questo concetto. Questa forma di rieducazione - dico rieducazione fra virgolette - non era fine a se stessa, l'industria tedesca aveva bisogno di manodopera, e i deportati, anche se stremati dalla fame, dal freddo, dal lavoro servivano allo scopo. Poco importava se non avrebbero vissuto a lungo, qualcosa avrebbero potuto fare lo stesso per aiutare la macchina bellica, ad un costo minimo per l'industria.
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Io avevo finito da poco sedici anni, non è che potessi dire di aver fatto chissà che cosa per il movimento partigiano, direi proprio di no, se non aiutare mio fratello nella distribuzione di qualche piccolo manifesto. Mia madre venne interrogata più volte. Io stetti due mesi nella prigione di La Spezia, a Villa Andreini La mia era una piccola, piccola cella, molto sporca, con solo un pagliericcio e solo il bugliolo, non avevo altro. Ero sola in cella, perché dovevamo stare in isolamento fino a quando gli interrogatori non finivano. Dopo di che ci unirono. Io lì vidi solo le SS tedesche. Brigate nere non le ho mai incontrate.

Dopo due mesi ci hanno condotto a Genova, a Marassi. Delle suore di Genova io ho un ricordo tremendo di queste suore, perché ci hanno trattato come trattavano le prostitute, le ladre e le assassine. Ci hanno messo in una cella insieme a loro. C'era anche Bianca con me, con la mamma e la sorella. Da Genova, sempre con dei camion, ci hanno trasferito a Bolzano.

Al campo di Bolzano - diciamo che ho quasi un bel ricordo confronto a tutto il resto - ci davano delle zuppe di orzo discrete, ci trattavano anche non male direi. Ci facevano lavorare, mettevamo dei bottoni nelle tende da campo. E lì rimanemmo un mesetto circa. Ricordo che ci hanno fatto andare subito alle docce, ci hanno spogliato. E' stata la prima volta che mi sono trovata insieme a tante donne nude. A Bolzano non c'erano ragazzi, li ho visti durante il trasporto per Ravensbrück, e una volta arrivati a Ravensbruck c'è stata la divisione tra noi donne e i bambini dopo di che io non li ho più visti.

A Bolzano, un giorno ci chiamarono e ci misero sul treno. Ci diedero qualcosa da mangiare durante il viaggio, forse un pezzo di pane, però giuro che non me la ricordo bene questa storia. So che avevamo fatto, qualcuno aveva fatto anche un buco nel vagone, perché avevamo bisogno anche di… C'erano i bisogni fisiologici da soddisfare. Eravamo ammassati, eravamo una sessantina, eravamo tante, quindi eravamo ammassati. Il viaggio è durato sei giorni e sei notti, con intervallo a Linz sotto bombardamento, ci bombardarono. Il viaggio fu molto lungo. Poi il treno si è fermato a Fürstenberg.

Quando scendemmo ci guardammo intorno e vedemmo un posto diciamo delizioso, c'era il laghetto, le villette, quasi quasi ci sollevammo, dicevamo: "Beh, insomma, non è che ci hanno portato in un brutto posto!". Non ci eravamo accorte che accanto al laghetto c'era il Lager. Facemmo un pezzetto a piedi per entrare nel Lager, lì è l'unica volta che ho visto un gruppetto di uomini dall'altra sponda del lago, saranno stati una ventina, non di più, con la divisa, quindi è questo che ci fece riconoscere come deportati. Dopo di che uomini non ne vidi mai. Poi in seguito ho saputo che c'era qualche cosa anche per gli uomini, perché io parlo di Ravensbrück come di un campo di sole donne e bambini

Vedere i Block, tutti uguali, vedere solo soldati, cani, questo grigio, i fili spinati dove passava la corrente elettrica. La piazza del Lager dove facemmo la quarantena per un giorno e una notte, non sapendo che cosa sarebbe successo.

Dopo alla mattina andammo alla cosiddetta visita. In fila indiana entrammo, ci portarono alle docce, non sapevamo che esisteva la faccenda della doccia, lo sapemmo dopo per fortuna. Ci diedero un asciugamano piccolo come quello che usiamo per il bidè, con un pezzettino di sapone, per lavarci. Però non potevamo asciugarci con un asciugamano così, comunque lo facemmo lo stesso. Andammo alla visita e la prima cosa che ci fecero fu la visita ginecologica. Quindi fu terribile, mia madre era terrorizzata e diceva "Mia figlia è signorina, non me la rovinate!". Facevano la visita ginecologica per cercare l'oro, era questo lo scopo. Poi ci guardarono per vedere se avevamo i pidocchi: noi non avevamo i pidocchi.

Mentre aspettavamo fuori ogni tanto vedevamo uscire una donna rapata, e la cosa ci aveva alquanto sconvolto. Non rapavano tutti, era un altro modo per demolirci, perché non si sapeva quello che ci sarebbe successo. A me non mi raparono, non ci diedero la divisa, perché erano finite. Quando arrivai io - parliamo della fine di settembre - ormai le divise non arrivavano più. A me diedero una gonnellina di seta marrone, con una camicetta marrone sempre di seta con le maniche corte, questa camicetta ricordo, marrone con dei fiorellini bianchi, e questo basta, tutto quello che avevo di mio me lo requisirono. Ci tolsero tutto, non avevamo niente anche perché pensarono bene di toglierci pure le mestruazioni, e quindi secondo loro di biancheria non ne avevamo più bisogno.
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L'immatricolazione ce la fecero subito all'ingresso del campo, ci chiesero nome, cognome e professione, poi ci consegnarono una pala. Io non avevo mai visto una pala, venivo da una città di mare e non capivo che cosa dovevo farci con questa pala. Ci portarono fuori, fuori dal campo, dove dovevamo, secondo loro, spianare una collinetta di sabbia in circolo, però la cosa avveniva in questo modo, io una palata la passavo alla vicina e si tornava sempre in tondo, la cosa era senza senso. Questo per dodici ore sotto la pioggia sotto il vento, sotto il freddo. Il primo giorno, vestita come ho detto prima, con questa pala in mano ci guardammo tutte negli occhi, tutte intendo il mio gruppo, e vedemmo dei lacrimoni che scendevano giù. Tra l'altro io avevo accanto a me una russa che evidentemente era una contadina, perché lei questa palata la prendeva bella colma e mi rimproverava, mi chiamava "Mussolini" perché io non ero svelta a fare queste cose. Io e mia madre non ci siamo mai separate, soltanto una volta.

Mi ricordo quando eravamo all'appel, questa triste cose che poteva durare dalle due alle tre ore, alle quattro del mattino, sotto il mare del Nord, con quella temperatura stare ore e ore in piedi immobili perché non era permesso fare un piccolo movimento. C'erano i cani lupi che ci circondavano e i kapò che ci controllavano, a parte i soldati. E contavano… Questa conta non tornava mai e si ricominciava, quindi poteva durare due ore, tre ore, quattro ore, era una cosa veramente allucinante, due volte al giorno. All'inizio del lavoro e alla fine del lavoro.

Una volta ho rischiato di dividermi da mia madre, e pare - così mi è stato detto - perché io le lingue non le sapevo, però il francese quello scolastico un pò lo riuscivo a parlare. Aveva una Stubowa che era una prostituta francese, in fondo era buona quella, e pare che mentre venivano effettuati i famosi trasporti, i passaggi da un campo all'altro, lei vide che c'era il mio numero e quello di mia madre, perché quello di mia madre precedeva il mio, era il 77.414 e allora fece in modo di mettere al posto di mia madre o mio non ricordo, un'altra persona che era sola. Ecco, fu l'unica volta che ci separammo, poi per il resto siamo state sempre assieme.

Non ci si poteva mai muovere, anche nel campo, mia madre un giorno aveva la febbre a quaranta. Avevamo una piccola infermeria, è stata ricoverata, per fare che cosa non lo so visto che non avevano niente. Comunque venne ricoverata. Io non sapevo niente di mia madre. Un giorno, di nascosto, - perché non si poteva fare questo - arrivai e sbirciai dalla finestrella per vedere mia madre. Questi blocchi avevano intorno delle aiuole - anche se dire aiuole è un po' troppo - i tedeschi sono molto, molto "poetici", infatti nel Blocco dovevamo entrare senza scarpe altrimenti lo sporcavamo. Io misi un piede su questa terra e non mi accorsi che avevo dietro di me un comandante del campo. Mia madre non la vidi, però a un certo punto vidi lui, che cominciò a urlare come un pazzo in tedesco, quindi io non capii niente. Fra l'altro, la lingua tedesca, voi lo sapete, è una lingua dura, rabbiosa, poi se sono alterati è ancora peggio. Si accorse che ero italiana, perché mi chiese chi ero, gli dissi che ero italiana, urlò come un pazzo, alla fine mi fece segno di tornare nel mio blocco.

Io tornai nel mio blocco, non so descrivere il terrore di quel momento perché io non avevo capito cosa mi volesse fare, sapevo che avevo fatto una cosa contraria al regolamento, quindi mi dovevo aspettare qualunque cosa. Lì non se commettevi qualcosa non era strano che ti mettessero all'ingresso del campo con un cartello, in piedi tutto un giorno ripetendo quello che avevi commesso. Io non capivo, quindi non potevo sapere come avrebbe valutato il mio atto. Andai nel mio Block, perché era un giorno in cui facevo il turno di notte e per questo ero libera di giorno, mi sdraiai sul letto, sul giaciglio nei castelli tremando come una foglia, a questo punto la mia vescica non ha retto dalla paura, quindi successe che bagnai la compagna di sotto che me ne disse di tutti i colori. Io ero raggomitolata in questo pagliericcio aspettando da un momento all'altro che mi venisse qualcuno a prendere, perché mi diede le botte, non è che mi avesse solo urlato, prima mi diede le botte, poi urlò come un matto, invece dopo non è successo niente.
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Dopo questo periodo nel Lager grande siamo andati nel sottocampo di Ravensbrück, dove c'erano delle baracche, dei blocchi adibiti alla lavorazione di manometri per la Siemens. Anche lì il lavoro era dodici ore di giorno e dodici ore di notte, poi quando tornavi al Block non è che ti facevano dormire tranquillamente. Ti chiamavano per l'appello, poi per fare qualche servizio nel campo per portare bidoni, caricare carbone, eccetera. Queste cose qua, il riposo era minimo.

Un giorno a Natale i dirigenti della Siemens o chi per loro ci chiamarono e volevano darci un regalo - un regalo! -, volevano darci, ricordo, un sacchetto di sale come regalo, e invece ci stavano per dare un marco, due marchi - non mi ricordo - che doveva servire sempre per il sale. Ci mettemmo in fila davanti a questi che anche loro erano tutti messi davanti a noi, abbiamo detto tutti "Nein!", non accettammo niente. Era il minimo questo. Le polacche e le russe invece lo presero.

Siamo stati lì in quel campo fino quasi alla fine, siamo rientrate circa un mese prima della liberazione nel Lager grande. Se prima ci davano un pezzetto di pane, che doveva durare tutto il giorno e la zuppa di rape in cui all'inizio era possibile trovare qualche patata, anche se io non l'ho mai vista perché ci pensavano le capo block a prendersele e a distribuirle. Comunque, prima ogni tanto qualche buccia di patata la trovavo. Poi c'era il kaffee holen la mattina e basta, non avevamo niente. Nel Lager grande gli ultimi tempi fu una cosa tremenda, perché non c'era neanche più questo, c'era una brodaglia nera con dei filetti che sembravano erba, una cosa stomachevole, comunque la mangiavamo.

Lì eravamo sempre tutte unite. A un certo punto ci divisero, Bianca e la sorella finirono in un altro piccolo sottocampo, io e mia madre e altre rimanemmo lì. Poi a noi ci fecero evacuare. Premetto che io avevo sulla schiena sedici ascessi, sedici lo dico perché me li contarono, erano purulenti ed era dovuto al fatto che le mestruazioni, l'organismo cominciava a reagire. Io li avevo tutti sulla schiena, c'era chi li aveva sulle gambe, sulle braccia, sul viso.

 All'uscita del campo per la prima volta vidi un pacchetto della Croce Rossa che mi venne consegnato, uno a me e uno a mia madre. Dopo questo ci misero in fila, ci trovammo in una colonna composta da noi, dai soldati tedeschi in fuga e dalla cittadinanza tedesca in fuga. Si diceva che la destinazione era Amburgo. I tedeschi scappavano perché i russi ormai erano alle porte. Camminammo per due giorni e due notti, in quelle condizioni, io poi portavo anche il pacchetto di mia madre. Allora a me sembrava molto vecchia mia madre, ma in realtà poi non era così vecchia perché aveva quarantacinque o quarantaquattro anni. L'evacuazione fu una cosa tremenda perché eravamo sfinite, gli unici riposi era quando arrivava l'aereo russo che ci mitragliava. Per questo ci facevano sdraiare per terra, nelle cunette, lungo la strada. Non ti potevi fermare durante la colonna e manifestare la stanchezza, perché se cadevi per terra ti sparavano. Davanti a me successe questo: una donna cadde, arrivò uno delle SS o un soldato e la sparò. Questa donna aveva una copertina, non so come l'avesse trovata, in quel momento non ci si rendeva conto di quello che si faceva e presi istintivamente la copertina, perché capivo che mi poteva servire.

Durante un bombardamento ci mettemmo in una cunetta, vicino ad una casetta. Al fischio del soldato, non ci siamo alzate. La colonna, in quel momento di grande confusione, partì lo stesso e rimanemmo lì. A un certo punto passarono degli italiani, ex militari internati, sentirono che parlavamo italiano. Ci fecero delle domande, poi andarono a cercarci dei vestiti. Si fermarono con noi, un giorno, poi ci mettemmo in cammino, per venti giorni, venticinque giorni in su e giù per la Germania dell'Est, non sapendo dove si stava andando non si capiva niente. Avevamo trovato un carretto con un cavallino, poi ci venne requisito dai russi.

La mia liberazione avvenne in questo modo, io dormivo in un fienile, ad un certo punto aprii gli occhi e vidi davanti a me un soldato russo, lì capii che era finita la guerra, perché ancora lì non lo sapevo che era finita. Mi disse "Ciao!" e mi offrì della vodka, poi se ne andò. Poi vidi un manifesto per la strada dove si diceva che l'8 maggio era stato firmato il trattato di pace.

 Ci bloccarono e ci misero in un campo di raccolta insieme ai militari italiani, in attesa del rientro che per me fu il 25 ottobre.

Io sono stata zitta per cinquanta anni, nessuno neanche i miei compagni di scuola, nessuno mi ha domandato "Ma che cosa ti è successo?". Nessuno. Non solo - e questo mi aveva colpito, non perché io volessi raccontare, non avevo nessuna voglia - pensavo che ci fosse un certo interesse a capire, a sapere qualche cosa. Era così fresca la cosa… Tant'è vero che ancora qualcuno non lo sa che io sono stata in campo di concentramento, perché siamo arrivati al punto di provare quasi un senso di vergogna a dire "Sono stata in un Lager tedesco" .



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