Ugo Zappa


Le testimonianze
contengono filmati in Real
Player, per visualizzarli
scaricalo gratuitamente
cliccando sull'icona


Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Ugo Zappa
nato a Milano nel 1921, residente a Ponteranica (MI)


Arresto
effettuato dalle SS il 25 giugno 1944 a Taceno (CO), in seguito a delazione, per attività partigiana, dopo aver abbandonato l'esercito dopo l'8 settembre

Carcerazione
- a Casarago (CO), in un teatro
- a Delebbio (CO), in una scuola
- a Milano, nel Carcere di S.Vittore

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Flossenbürg, matricola n.21.752, poi ad Augsburg, matricola n.117.064 (sottocampo di Dachau)

Liberazione
avvenuta verso la fine di aprile 1944, da parte dell'esercito americano, presso Kaufering (sottocampo di Dachau), dove Ugo era giunto con una marcia della morte da Augsburg

Ritorno a casa
non chiaramente specificato, effettuato da Monaco a Brescia su un treno, poi da Brescia su un camion di passaggio
  Scarica la versione integrale della testimonianza

  Scarica i dati del testimone

La testimonianza

Mi chiamo Ugo Zappa e sono nato a Milano il 12 maggio 1921.

 L'8 settembre , come tutti, sono scappato dall'esercito, ho attraversato le montagne per una quindicina di giorni e sono arrivato a Bellano. Lì c'era mia zia con cui ho sempre vissuto, perché ero orfano di genitori. Mi sono adattato un po' a fare il manovale in ferrovia, ma dopo un certo periodo hanno richiamato la mia classe. Io non ho voluto andare nella Republik e sono andato nei partigiani a Ca' Maggiore nella Compagnia Rosselli. Dopo un mese circa sono arrivati i Tedeschi che hanno fatto un grande rastrellamento. Siamo scappati tutti e scendendo per la valle io sono arrivato al ponte di Taceno. Probabilmente l'avrei fatta franca se non fosse stato per un tizio di Bellano, della milizia ferroviaria, che mi ha riconosciuto e mi ha additato ai Tedeschi, dicendo che non ero un boscaiolo come il gruppo in cui mi nascondevo.

 Mi hanno fatto i primi interrogatori con qualche schiaffone e mi hanno portato nel teatrino di Casargo. Lì ho conosciuto Antonio Scollo, anche lui nei partigiani. Da lì ci hanno portato a Dellebbio, dove conoscevo gente e sono riuscito a fare arrivare mia zia. Finalmente l'ho rivista e naturalmente è stato per l'ultima volta.

Sui carri bestiame ci hanno portati a San Vittore, nel quinto raggio. La camera mi pare fosse la 221, una cameretta singola. Eravamo prigionieri politici ribelli e ci tenevano separati da quelli comuni. Siamo rimasti un paio di mesi, penso, durante i quali abbiamo vissuto una notte terribile, terribile per tutti perché è stata la notte che hanno prelevato i quindici da portare in piazzale Loreto. Eravamo tutti col cuore sospeso perché ogni tanto arrivavano a scegliere. Dopo non so quanti giorni ci hanno trasferiti tutti in pullman a Bolzano. Nei dintorni di Brescia sono riuscito a buttare un biglietto per terra per avvertire mia zia che stavo andando in Germania. Mi pare fosse il 24 giugno 1944.

 Siamo arrivati nel lager di Bolzano. C'era un enorme portone di ingresso, un grande cortile e sulla sinistra dei casermoni con una infinità di letti. Mi ricordo che alle spalle del mio letto c'era un muro divisorio che non arrivava fino al soffitto. Di là si sentivano le voci delle donne. Nel lager di Bolzano c'era un fraticello che ci rincuorava tutti. Io ero addetto alle pulizie, mi portavo dietro una carriola e andavo in giro a fare pulizie. Non ho fatto altro che questo, fino al giorno che mi hanno fatto smettere, mi hanno fatto prendere la mia roba e mi hanno portato alla stazione. Lì mi hanno messo sui carri e siamo arrivati a Flossenbürg. Siamo scesi, abbiamo camminato lungo un grande viale di terra e siamo arrivati davanti a un enorme cancello, con la famosa scritta in tedesco il lavoro rende felici, o qualcosa del genere.

Flossenbürg era un normale campo di concentramento. Quello che ci ha colpito erano le docce, perché gli anziani del campo ci hanno avvicinato e ci hanno detto "attenzione alle docce, lì dentro gasano gli ebrei. Se voi non siete ebrei, ma siete partigiani non vi fanno niente". Poi altra spiegazione degli anziani "là in fondo c'è il blocco 22, dei moribondi. Fra qualche giorno, quello che vi danno da mangiare non basterà, avrete fame. Andate vicino ai moribondi e prendetegli pure il cibo, a loro non serve più". Mi hanno messo nel blocco 23 e dopo un po' di giorni ci hanno inquadrati. Ci hanno vestito con la divisa, che mi spiace di non essere riuscito a riportare a casa - sarebbe stato un bel ricordo - ma sono riuscito a portare a casa solo il triangolo rosso. Poi hanno preso noi ragazzi più grandi e grossi e ci hanno portato a scavare sassi in una miniera a qualche chilometro da Flossenbürg. Lì ho passato circa una ventina di giorni a picchiare sassi, di cui dicevano di aver bisogno per fare gli argini alle strade. Dopo un certo periodo ci hanno messi tutti in riga e ci hanno chiesto chi era meccanico, chi era elettricista. Io ho detto che ero un meccanico e mi hanno messo tra quelli che dovevano essere trasferiti nel reparto dei meccanici. Purtroppo, in attesa del trasferimento, nel frattempo mi è venuta la pleurite. Pensavo di lasciarci le penne. Fra di noi c'erano dei medici che mi hanno detto "non dire che hai la pleurite", perché se sanno che sei ammalato ti mandano al blocco 22. Quando facevamo la stufa - che voleva dire mettersi vicino alla parete del blocco per riscaldarsi a vicenda, prima quelli dentro il gruppo, poi quelli fuori - gentilmente tutti i compagni mi tenevano sempre dentro per via della pleurite.
  visualizza il filmato

E' arrivato il momento del trasferimento. Dopo un giorno o due di viaggio siamo arrivati ad Augsburg, naturalmente non a fare il meccanico, ma a trasportare bombole di ossigeno per le lavorazioni degli aerei. Qui ho conosciuto un professore ebreo, mi pare ungherese, non ricordo il nome, che parlava tre o quattro lingue fra cui l'italiano. Era meraviglioso, ci teneva tutti allegri, anche se lui era conciato peggio di tutti. Per questo suo discorrere con tutti il capo blocco non lo poteva vedere e un giorno abbiamo saputo che l'avevano finito a legnate. Il sabato pomeriggio e la domenica ci facevano fare festa e allora dovevamo assistere alle impiccagioni. Augsburg era noto per le impiccagioni. Il sabato pomeriggio ci radunavano in un enorme capannone dove era la forca. Ci hanno fatto imparare il nodo scorsoio e una volta seduti ci spiegavano perché li impiccavano. In linea di massima erano russi, qualche ebreo, ma soprattutto russi. Era gente che tentava di scappare. Li prendevano e li tenevano vivi fino al sabato pomeriggio. Ogni sabato ce n'erano quattro o cinque, che dovevano servire da lezione per noi. La domenica non si lavorava ed era buono per riposare, perché cominciavano ad arrivare i bombardamenti aerei e spesso di notte dovevamo uscire dai nostri capannoni, andare nei fossati che avevano scavato e passarci la notte, in mezzo alla neve. Gli Americani oramai erano vicini.
  visualizza il filmato

Nella fabbrica c'erano dei civili. Qualcuno ci passava anche le croste del pane, mentre altri, specie un capoccione civile, che ricordo bene perché mi ha lasciato qualche segno sulla schiena, controllava tutti i pezzi e se qualcuno aveva sbagliato indossava il camice bianco, si metteva i guanti, prendeva un randello di gomma ed erano bastonate che ti arrivavano.

 Un giorno ci hanno evacuati. Ci hanno messi tutti in colonna, ci hanno dato la solita fetta di pane e margarina più un pezzo di salame, e ci hanno fatto camminare credo per un giorno e una notte. Ci siamo fermati in un posto in attesa di altri gruppi, perché dovevamo rientrare tutti a Dachau. Ci hanno poi spiegato che il famoso signor Himmler aveva dato l'ordine di mettere tutti quelli che rientravano dai vari campi su vagoni bestiame attorno a Dachau e di lasciarveli morire dentro. Lì purtroppo ho perso due amici, uno di Trieste e uno di Milano. Quello di Trieste aveva sui quarantacinque anni - la moglie mi ha scritto - , quello di Milano aveva solo vent'anni. Erano mezzo moribondi e mi hanno detto che li avrebbe caricati sui camion, invece abbiamo sentito la solita sparatoria quando noi eravamo a circa duecento metri. Abbiamo camminato per qualche giorno e una notte ci hanno fermati in un bosco. Qui ho pensato che andare a Dachau e crepare in un vagone bestiame non era una bella cosa, tanto valeva tentare di scappare qui. Al massimo mi avrebbero sparato. Invece ce l'ho fatta! Ho aspettato che le guardie dormissero. Anche qualche guardia ogni tanto cominciava a tagliare la corda, perché oramai gli Americani li avevamo alle spalle. Mi sono guardato in giro, tutto era tranquillo. Ho cominciato a strisciare per terra tra le piante e sono arrivato a un muro. "E' una casa" ho pensato, sono saltato dall'altra parte e invece era un cimitero. Sono riuscito a spostare una lastra di tomba, ho visto che era vuota, " mi nascondo qua" ho detto, e ci ho passato la notte.
  visualizza il filmato
Dopo aver vagato per qualche giorno sono riuscito ad arrivare vicino ad una cascina, dove c'era un giovanotto, un polacco come dopo ho saputo, che mi ha fatto entrare in una stalla. Mi ha detto "stai tranquillo, qui non ti tocca nessuno. Stanno arrivando gli Americani" e mi ha portato da mangiare e da bere. Dopo qualche giorno mi sveglio e mi trovo davanti quattro spilungoni con la divisa americana. Mi pare che era già maggio. Mi hanno dato un foglio di carta della Croce Rossa e finalmente sono riuscito a scrivere a mia zia.

 Sono rimasto fino alla fine di giugno. Poi sono andato a Monaco e di lì in treno fino a Brescia. A Brescia di altri treni non ce n'erano, probabilmente non potevano continuare perché c'era qualcosa di rotto, e allora ho deciso di andare sulla statale per Milano e vedere se c'era qualche camionista. Combinazione, ho trovato proprio un camionista che mi ha caricato e mi ha portato fino a piazzale Loreto.



[Home]   [I testimoni]   [Il programma TV]   [Glossario]   [Mappe]   [Approfondimenti]   [Mappa del sito]   [Credits]