Elidio Miola


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Elidio Miola
nato a Torino nel 1924, residente a Torino


Arresto
effettuato dalle SS a fine maggio del 1944 presso Redipuglia (GO) per renitenza alla leva

Carcerazione
nessuna

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Trieste, nella Risiera di San Sabba
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau, matricola n.69.786, poi ad Allach, poi a Blaichach (sottocampi di Dachau).

Liberazione
avvenuta verso la fine di aprile 1945, da parte dell'esercito americano, a Blaichach, dove Elidio era ritornato dopo una marcia della morte

Ritorno a casa
effettuato per lo più con mezzi di fortuna: partito a piedi fino alla zona americana, con un camion poi Elidio è arrivato fino a Innsbruck, poi fino a Bolzano e a Milano; da Milano a Torino, Elidio impiegò 12 ore, a bordo di un altro camion
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La testimonianza
Il mio nome è Elidio Miola, sono nato a Torino il 14 marzo 1924. Ero dipendente della Fiat dal 1942.

 Nel '43, '44 mi hanno chiamato di leva e allora... Andare a fare il militare, sapevo che andavo a finire in Germania, per l'istruzione. E allora sono andato nei partigiani della zona, dalla parte della Valle di Lanzo, su vicino Chialaberto, dove hanno fatto quel famoso rastrellamento. Io sono potuto fuggire, ma non potevo più stare a casa, stare a Torino, perché da una parte ero renitente alla leva e dall'altra non potevo più lavorare. Sono andato nella zona di Trieste, dove c'erano altri militari e ci siamo trovati circondati dalle SS, perché qualcuno aveva fatto la spia e aveva detto che c'era un gruppo di militari.

 Ci hanno portati nella Risiera di San Sabba, dove ci hanno chiusi al secondo piano.

Poi è venuto il colonnello delle SS, quello che comandava lì, e allora lui ha chiesto se si voleva collaborare con loro o essere fucilati e morire da partigiani... In parole povere è andata così. Si capisce che a venti anni nessuno ha voglia di morire, allora abbiamo deciso, parlando tra di noi... Quando è ritornato poi una seconda volta con l'interprete... Si provava a collaborare, tanto per avere un po' di vita, un po' più lunga, per vedere... E poi un bel giorno chiamano cinquantacinque, sessanta nomi, adesso non mi ricordo più quanti erano di preciso, e ci fanno andare nel cortile, e ci danno una pagnotta di pane e han detto che ci mandavano a lavorare in Germania.
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 Siamo partiti da Trieste in vagone dei carri bestiame che eravamo cinquanta, cinquantacinque per vagone con la consegna che se scappava qualcuno, n'avrebbero ammazzati altri dieci. A giugno eravamo già arrivati a Dachau. Siamo arrivati non alla stazione, perché a Dachau non c'era una stazione, c'era un binario che portava vicino al campo. Ci han fatto mettere in colonna e siamo arrivati che era notte, era verso mezzanotte. E ci han portato nel Lager, non ho neanche capito bene da dove siam passati o non passati. Ho visto poi che al mattino, quando ci han messo dentro il camerone, dove adesso c'è il museo, lì c'erano i posti dove ci spogliavano, prendevano la roba, t'immatricolavano, ti depilavano, ti disinfettavano, ti tagliavano, ti tagliavano i capelli, facevano tutte quelle cose lì. E siamo stati lì dentro fino all'alba.

Poi ci hanno dato il numero, 69.786, il triangolo rosso, e ci han mandato al blocco n.15. E sono rimasto lì al blocco n. 15 per la quarantena. Io di Dachau ho sempre visto la Stube, dove ero io dentro, il di dietro della baracca che c'era davanti e da dove siamo entrati c'era il portone di legno tra una baracca e l'altra. E l'appello lo facevano lì sul posto, non siamo mai andati sulla piazza d'appello. Poi dopo un certo periodo che non mi ricordo bene, sarà stato poi fine di giugno, i primi di luglio, un giorno ci fanno andare nudi dietro in un'altra baracca, in mezzo a due baracche, erano tutti nudi, c'era un tavolo con un SS che non so più, non so che grado avesse allora, e ci faceva passare uno per volta davanti a lui, ti guardava in bocca, ti guardava, poi… Da una parte, l'altro dall'altra, e ci hanno mandati ad Allach. Ci hanno fatto lavorare a picco e pala, scavare buche, spingere i vagoni di terra sulle rotaie, ed era un lavoro mica tanto piacevole. Non capivo più una parola da nessuno. Mi son trovato da solo.

Ad Allach, ho lavorato alla BMW dove facevano i motori da aerei, i motori stellari da aerei e poi han bombardato la fabbrica. Quando han bombardato la fabbrica che io ho avuto quella storia lì gli altri sono partiti e io rimasto lì, non lavoravo più in fabbrica, e ho sempre detto che io ero meccanico. Mi hanno poi spedito a Blaichach. Lì andavo di nuovo a lavorare a un reparto sfollato della BMW, si facevano sempre le bielle piccole e la biella madre dei motori stellari. E lì lavoravo, mi avevano messo addetto ad una stabilizzazione delle bielle. Ad Allach, alla BMW, mi avevano messo a un tornio, perché io ero un tornitore, e c'era un cecoslovacco che mi preparava la macchina e mi diceva sempre "Mi raccomandato fai attenzione", mi faceva "Guarda bene" e mi diceva "Guarda dentro la cassetta dei ferri, ma... Occhio! Guarda in giro prima di...", e mi metteva sempre una fettina di pane… Si capisce che io dovevo guardare bene, in un boccone la mangiavo e via. E questo cecoslovacco era un lavoratore libero là praticamente.

Al campo di Allach c'era la forca, "Adesso qui marca male". Allora c'era l'appello prima, ci han messo tutti inquadrati per dieci, baracca per baracca, blocco per blocco, e poi chiamano un russo e lo fanno andare fuori, leggono la sentenza in tedesco, che io non ho capito niente. Comunque poi l'hanno impiccato e noi si doveva stare tutti a guardarlo. A Blaichach, lì abbiamo sempre lavorato, in quella fabbrica si faceva il turno, dodici ore di notte e dodici ore di giorno, dalle sei alle sei della sera e dalle sei alle sei del mattino, e alla domenica qualche volta si andava anche a lavorare la domenica.
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 Dopo... Bombardavano sempre, e siamo arrivati fra bombardamenti e una cosa e l'altra fino ad aprile. Ad aprile dovevano portarci via, difatti una sera ci hanno incolonnati tutti. E abbiamo camminato due giorni e due notti, ci facevano dormire nelle campagne, dentro quelle baracche per gli attrezzi, per roba di campagna, e poi arrivati ad un bel punto sentivo, abbiamo visto che discutevano fra di loro, che non potevano più andare avanti perché c'erano gli americani che arrivavano. Ci han di nuovo chiusi nel campo, ci han bloccati, chiusi dentro, poi han detto così, che chi metteva il naso fuori gli avrebbero sparato, avrebbero sparato contro. Allora siamo stati un po' poi la curiosità era grande, e abbiamo guardato, uno fa "Non ci sono più le sentinelle". Quando abbiamo sentito così abbiamo sfondato la porta, siamo usciti fuori.

Abbiamo cantato la Marsigliese quando ci hanno liberato perché ci hanno liberato i francesi, e la maggioranza che erano lì erano francesi. Allora cosa è successo? I primi a rimpatriare son partiti i francesi, poi ci sono rimasti i russi che sono andati via anche loro, i polacchi sono andati, e sono rimasti solo gli italiani, nessuno s'interessava di noi.

 E poi un bel giorno noi abbiamo deciso, ma dobbiamo stare qua fino a quando, nessuno s'interessa di noi. Allora abbiamo poi deciso di partire a nostra volta, tanti sono andati via per conto loro, noi in quattro o cinque abbiamo preso un carrettino con un po' di provviste, ci avevano detto che a sessanta chilometri, od ottanta che fosse, c'era il presidio americano, che gli americani rimpatriavano. Zona americana. Siamo rimasti due o tre giorni lì, poi con i camion ci han portati a Innsbruck. A Innsbruck sempre con carri bestiame perché vagoni non ce n'erano ancora, ci han portati a Bolzano. A Bolzano ci han dato qualcosa da mangiare, un po' di frutta, qualche cosa così e chiedevano che paese uno era, dico "Io sono di Torino", "Se volete partire domani, ci sono dei camion che vanno a Milano, vi avvicinate un po' così". Allora abbiamo preso questi camion, io e degli altri, e siamo venuti a Milano. A Milano poi gli altri sono andati per altre destinazioni, io mi han detto che c'era un camion che faceva da Milano a Torino.
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E sono arrivato a Torino, aspettavo il tram a Porta Palazzo, il 14... Perché prima di andare via c'era il tram n. 14. Il tram n. 14 non arrivava mai, allora chiedo "Ma non c'è il 14 oggi? Come mai?" Avevano cambiato il numero al tram, però faceva lo stesso tragitto. Allora ho preso questo tram, quando arrivo nella mia zona... Sono venuto a casa con i pantaloni a righe, li avevo portati a casa, ma poi mia sorella li ha buttati via, volevo tenerli per ricordo. Comunque... Prendo questo tram e vado a casa, il primo che incontro per la strada prima di arrivare a casa, trovo mio cugino che era stato nei partigiani, allora gli dico "Guarda dimmi subito com'è la situazione a casa, tanto sono abituato a sentirne di tutti i colori". Lui mi disse: "Guarda tua mamma è all'ospedale, tuo fratello l'hanno ammazzato". Mio fratello era andato nei partigiani, aveva fatto la spia un vicino e l'hanno ammazzato.




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