Pietro Pierini


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Algeri Giuseppe
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Banterla Arturo
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Pierini Pietro
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Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Pietro Pierini
nato a Pietrasanta (LU) nel 1928, residente a Bologna


Arresto
effettuato dai fascisti della Decima MAS, il 12 agosto 1944, presso Sant'Anna di Stazzema (LU), insieme al fratello, in seguito al rastrellamento avvenuto dopo l'eccidio

Carcerazione
- a Pietrasanta (LU), nella Caserma detta Casa Bianca
- a Montramito (LU), in un castello
- a Lucca, nell'Istituto Casa Pia
- a Bologna, alle Casermette Rosse

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia:
- a Fossoli
- a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Austria, a Innsbruck
- in Germania, a Nordhausen, matricola n.25.265, poi a Halle (sottocampi di Buchenwald)

Liberazione
avvenuta presso Buchenwald nell'aprile del 1945, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non assistito, effettuato per lo più con mezzi di fortuna

Note: il fratello è stato deportato con Pietro e sono tornati insieme
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La testimonianza
Mi chiamo Pierini Pietro, sono nato il 6 maggio del 1928 a Pietrasanta in provincia di Lucca.

 Il 12 di agosto all'improvviso ci fu il famoso sterminio di Sant'Anna. Arrivarono i tedeschi all'improvviso e casolare per casolare distrussero tutta Sant'Anna. Nel ritornare da questo eccidio passarono dalla parte dell'uliveto dove noi eravamo nascosti. Mio padre, mio nonno ed altre persone erano nascosti in punti dove non potevano essere trovati dai tedeschi, mentre noi, che eravamo dei bambini, perché io avevo sedici anni e mio fratello appena diciassette, eravamo nella nostra baracca. I tedeschi entrarono nella baracca, ci videro e ci presero dalle braccia di mia madre e ci portarono nel salone del carcere di Pietrasanta.

 Assieme a noi portarono anche dei partigiani che avevano preso durante il rastrellamento. A Pietrasanta, in questo casermone, in questo stanzone, radunarono parecchi rastrellati di queste zone. Ad un certo punto, costituita una colonna di circa due o trecento persone, ci fecero andare, così incolonnati, da Pietrasanta a Lucca a piedi.

A Lucca ci fu una selezione: i vecchi li scartarono, scartarono anche i ragazzi, ma siccome io ero già un ragazzo ben messo fui preso. Purtroppo non sapevamo di andare a finire in Germania, ci dicevano che ci avrebbero portato a fare le trincee lungo Pisa, nelle retrovie di Pisa. Invece un bel giorno, verso il 24, il 25 - abbiamo passato un po' di giorni tra Monsumanno, il castello e la Casa Pia - ci presero, ci caricarono sopra dei mezzi, dei camion e ci portarono a Bologna.

Alle Casermette Rosse di Bologna fecero una selezione, ci divisero in tre classi: la n. 1 per andare a lavorare in Germania, la n. 2 per lavorare in Italia e nella n. 3 misero quelli senza un occhio, senza un braccio, presi durante altri rastrellamentoi.

 Io fui scelto per andare in Germania, mi dissero che mi avrebbero deportato in Germania.

Dopo due o tre giorni che eravamo lì in attesa della destinazione, arrivò l'ordine di caricarci sopra dei pullman e ci portarono al
campo di concentramento di Fossoli. Arrivati a Fossoli arrivò un ordine. Ci caricarono sopra dei pullman e, per sfortuna, mio fratello rimase a Fossoli.

Io fui portato a Verona, in un salone. In questo salone dopo otto giorni arrivò mio fratello, sentii della confusione e ritrovai mio fratello, mi ricongiunsi con mio fratello. Un giorno, una mattina, ci riunirono tutti in un piazzale e cominciarono a fare l'appello, per formare un'altra volta la colonna e portarci in Germania: eravamo circa una quarantina nel carro bestiame.

Ci portarono da Verona a Bolzano. A Bolzano ci portarono in una caserma, un campo, non lo so, siamo stati un giorno e una notte. Siccome sui documenti che avevamo in tasca e che ci presero, mio fratello risultava allievo fochista delle ferrovie, gli fecero la proposta di fare il ferroviere insieme ai tedeschi. Allora lui gli disse "Io accetto di fare il ferroviere se vado in Germania o se fate stare con me anche mio fratello". Gli risposero "Il ferroviere sei tu non tuo fratello, in Germania ci va tuo fratello e tu stai in Italia". Allora mio fratello disse "No, io seguo mio fratello e vado in Germania con mio fratello Pietro". Arrivati a Innsbruck, purtroppo, ci fu un'altra volta la divisione fra fratelli, perché sulla mia carta d'identità c'era scritto 'apprendista meccanico', su quella di mio fratello c'era scritto 'allievo fochista'. Così lui venne messo da una parte… Perché lì facevano dei gruppi: dodici imbianchini, dodici contadini… Facevano dei gruppi a seconda del posto in cui avevano bisogno di manodopera. Formarono un'altra volta la tradotta. Mentre eravamo alla stazione di Innsbruck rincontrai mio fratello per puro caso, e ritornammo sopra il carro bestiame assieme, solo che invece di essere quaranta eravamo in quarantuno.

Da Innsbruck a Berlino siamo stati sempre rinchiusi in questa tradotta, e lì è stato un inferno nel tragitto tra Innsbruck e Berlino. Subimmo un bombardamento nelle retrovie di Monaco. Poi la tradotta proseguì la corsa. A Norimberga ci portarono su uno scartamento ridotto. Sempre rinchiusi dentro, fame, sete… Ogni tanto passavano con dei bicchierini di cartoncino con della sbobba, una specie di riso bianco e ogni tanto ci davano qualche goccia d'acqua, ma comunque vivevamo come delle bestie. E lì subimmo un'altra volta un bombardamento.

A Monaco spezzonavano ma gli apparecchi non cadevano, mentre a Innsbruck cadevano anche gli apparecchi, in cielo c'erano degli storni di aeroplani da cui cadevano bombe a tutto spiano.
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Da Berlino si venne a sapere che ci avrebbero deportati, però non sapevamo la nostra destinazione. Arrivammo a Nordhausen. A Nordhausen ci diedero una tuta, una tuta blu, e un numero il mio era 25.265. Assieme a mio fratello ci riportarono in una vallata, io sono venuto a sapere adesso che si chiama la vallata della Dora.

A piedi si percorreva una strada innevata, perché c'era già la neve, dovevamo passare due posti di blocco, che erano due cancelli e fra questi cancelli c'erano i tedeschi, non so se era chiamata la gendarmeria… Avevano come dei medaglioni di traverso. Dai cancelli si arrivava all'imbocco della V2, della galleria. Si percorreva la galleria del famoso V2, il tunnel, e noi italiani andavamo oltre il XX reparto. Io ero addetto a una fresa, a fresare un blocco di… Non so se era un motore della V2 o qualcos'altro. Fresavo due piani di questo blocco, però il kapò, il comandante che ci dava questi ordini mi spiegava come dovevo lavorare la fresa, ma non capivo la lingua e non riuscivo ad adoperarla. Ogni volta che il mio blocco andava al collaudo era sbagliato perché mancava un millesimo da sbassare. E quando lui ritornava erano gomitate, gomitate e io piangevo e non capivo. Lui mi diceva che io dovevo adoperare la fresa in un certo modo. Finché ci fu una brava persona, una donna che controllava le donne polacche che pulivano la fresa, il reparto, levavano i trucioli, mi disse che assomigliavo a un suo fratello, poi mi disse in tedesco, piano in modo che io capissi, che dovevo girare una manopola in più in modo che si alzasse il piano, la fresa si abbassava e avrei corretto quello sbaglio che facevo. Era una cosa semplice, che se questo kapò me lo spiegava con delicatezza può darsi che l'avrei capito prima e non avrei preso tutte quelle botte. Questo kapò lo chiamavamo scimpanzé perché sembrava una scimmia, era tutto peloso.

Mio fratello doveva prendere il blocco che io fresavo orizzontalmente, lui doveva fresarlo verticalmente. Se non lo bloccava bene veniva sbagliato. Infatti a volte non lo bloccava bene, al collaudo era sbagliato, il kapò tornava indietro e lo menava, lo picchiava. E infatti a suon di calci e pugni gli fece andare quasi in cancrena una gamba, che poi gli americani, dopo le cure, gliela guarirono.

Io ho passato in questa galleria dodici ore di lavoro di notte, dodici ore di lavoro di giorno, una settimana di notte e una settimana di giorno. Ci davano una zuppa di carote e rape quando si lavorava e una zuppa di carote e rape o quel che era quando si rientrava. Si dormiva in castelli di legno, io assieme a mio fratello, lui da piedi, io da capo, quando eravamo in tanti.
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Noi sapevamo che oltre il XX reparto c'erano deportati militari o tedeschi, che dormivano là dentro e che si diceva che erano tedeschi giurati, perché lì c'era l'assemblaggio del V2. Nei due ingressi della galleria, perché la galleria era formata da due ingressi con binari, entravano i vagoni del treno, uscivano anche i vagoni del treno coperti. All'interno del vagone del treno sapevamo cosa c'era dentro, si vociferava, perché non si poteva andare a curiosare perché altrimenti erano botte, che c'erano i famosi V2 che uscivano. Durante il periodo di Pasqua subimmo un bombardamento

Dopo il bombardamento c'erano i tedeschi che sparavano a chi scappava. Allora ci disse un soldato "Stiamo fermi, aspettiamo che si calmino, facciamo imbrunire, facciamo venire sera, facendo finta di esser morti e poi cerchiamo di scappare!". E così facemmo, cercammo di scappare e andammo a finire su per delle colline e giravamo per queste colline. Il giorno si stava rinchiusi in un fiume e la sera si girava verso l'Italia. Ad un certo punto avevamo fame. Raccogliemmo della roba che trovammo, rape, barbabietole, qualcos'altro. Il fumo, però, fece scoprire dove eravamo. Arrivarono dei ragazzi, li chiamavano i ragazzi della Tod, ci presero e ci portarono dal borgomastro del paese. La guerra stava per finire, il borgomastro del paesino ci disse "Noi non vi possiamo dare aiuto, queste sono delle patate lesse, lì c'è la ferrovia andate via perché se le SS sanno che noi vi abbiamo dato un aiuto, sterminano anche noi.

Infatti salimmo sopra un carro bestiame, un carro di carbone. Questo carro di carbone, il treno di carbone arrivò ad Halle. Lì ci fu un bombardamento. Il treno si fermò e ci ripresero di nuovo, però ci prese la Vermacht, non le SS. Ci portò in un altro campo di concentramento, era tutto sporco, di pidocchi ne avevamo a volontà, prendevamo i vestiti dai morti che trovavamo. Arrivati in questo campo ci fecero la disinfezione e poi ci diedero la possibilità di andare in infermeria a curare i nostri guai.

 Una sera, verso le sette ci fu un allarme. I tedeschi ancora lavoravano, e noi dicevamo "Ma come fanno ancora a lavorare che sentiamo i carri armati che sono qui a pochi chilometri...". Alla sera andammo a finire in un bungalow insieme ai tedeschi. La mattina alle cinque ci fu la liberazione da parte degli americani. Io credo che sia stato dopo Pasqua, non ricordo però, fu sempre in aprile ma i giorni non me li ricordo.
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 Lì passammo parecchi mesi, passò aprile, maggio, giugno… Gli americani, però, non ci rimpatriavano, poi ci lasciarono e se ne andarono perché la Germania fu divisa. Arrivarono i russi, la Croce Rossa, ci diedero da mangiare, una carta annonaria che durava ventiquattro ore, poi ci avevano detto "Lì, c'è una tradotta pronta, prendete la tradotta e uscite da Zuf!". Noi prendemmo questa tradotta e arrivammo a Norimberga.

A Norimberga, eravamo convinti che ci riprendessero, che ci portassero a fare la quarantena invece arrivammo a Innsbruck. Arrivati a Innsbruck ci fecero una disinfezione con il DDT sotto le ascelle, fra le gambe, poi ci inquadrarono, ci caricarono sopra una tradotta e riuscimmo a passare il Brennero. Passato il Brennero ci prese in consegna la Croce Rossa. Dal Brennero arrivammo a Bologna.

Da Bologna il treno proseguì per Ancona, noi toscani proseguimmo per Pietrasanta. Proseguendo per Pietrasanta passammo da Poretta, perché la direttissima era stata buttata giù, non c'era più la galleria, non c'era la possibilità di passare da Bologna a Firenze. Arrivammo a Pisa, con il treno. Da Pisa a La Spezia tutta la ferrovia era stata fatta saltare. Si venne a sapere che a Pietrasanta era stato fermo per sette mesi il fronte e si disse "Va a finire che noi siamo salvi e troviamo a Pietrasanta tutti morti!".

Arrivammo a Pietrasanta, in un posto chiamato Ponte della Madonnina dove c'era un casolare chiamato il Carraio perché c'era un signore che faceva i carri. Arrivammo, eravamo in sette pietrasantini, io, mio fratello, Ladespina e altri, in questo casolare e gli dicemmo "Guardi siamo dei
deportati, siamo Pierini!", e una ragazza ci dice "Guarda tuo nonno è passato stamattina col carretto, lui è vivo, tutti vivi, i tuoi genitori sono tutti vivi!".

A Bologna vedemmo una brutta cosa: una mamma con una fotografia girava vagone per vagone per vedere se avevano trovato o se avevano visto il fratello, vi incontrò il figlio e da questo impatto le venne male. Allora con quell'esempio lì noi dicemmo a questa gente "Volete andare sotto casa ad avvertire i nostri genitori, a dirgli insomma di venire a vedere…". Mio padre non c'era, c'era mia madre, mandò i miei fratelli, Davide e Bruno, a vedere se effettivamente c'eravamo. Io vidi scendere da questa salita della Madonnina Davide e Bruno, anche loro un po' sbandati perché eravamo vestiti male, magri, con dei vestiti con delle stoffe tedesche, una giacchetta tedesca, un paio di pantaloni tedeschi. Allora questi ragazzi, guardavano fra tutti i prigionieri che erano lì… "O Davide, o Bruno, sono Franco!", "Sono Pietro!" e ci siamo rincontrati con i nostri fratelli. "Come sta la mamma?", "La mamma è nella contratoia", la contratoia sarebbe una traversa di una strada. Andammo con i miei fratelli, si può immaginare… Dopo un anno che non vedevamo la mamma, a rivedere la faccia di questa povera donna, non riesco a parlare…

Era agosto del '45. Rivedo ancora l'immagine di mia mamma che ci venne incontro a braccia aperte, "Sono ritornati i miei figli, sono tornati i miei figli, il babbo è in piazza adesso lo andiamo a chiamare!". Ci riunimmo in casa e fra me e mio fratello ci abbracciammo.



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