Roberto Castellani


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Algeri Giuseppe
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Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
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Bressan Milovan
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Castellani Roberto
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Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Roberto Castellani
nato a Prato nel 1926, residente a Prato


Arresto
effettuato dai fascisti, il 7 marzo 1944 a Prato, per aver partecipato allo sciopero operaio del 4 marzo 1944


Carcerazione

- a Prato, nella Fortezza
- a Firenze, nelle Scuole Leopoldine presso S. Maria Novella

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Austria, a Mauthausen, matricola n.57.027, poi a Ebensee (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta il 6 maggio 1945 a Ebensee, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non assistito; effettuato a piedi fino a Bolzano, dove si fermò all'interno di un campo di raccolta militare

Note: 480 pratesi sono stati deportati nei Lager nazisti per avere scioperato il 4 marzo del 1944: solo 17 di loro sono sopravvissuti alla deportazione
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La testimonianza

Io mi chiamo Castellani Roberto. Sono nato a Prato e tuttora vivo a Prato. Sono nato il 23 luglio del 1926 da una famiglia di operai. Qui a Prato sono stato arrestato dai fascisti per lo sciopero del 1944, che fu dichiarato in Toscana il 4 marzo del 1944.

Il 6 marzo finisce lo sciopero e si deve ritornare a lavorare. Però non si torna a lavorare. Però a Prato succede una cosa straordinaria: un grande bombardamento, la mattina del 7 marzo. Ci fu un grande bombardamento delle industrie pratesi.

 Arrivai in centro erano le 5, alle 6 c'era il coprifuoco. Arrivo in piazza delle Carceri e ci sono dei repubblichini e dei carabinieri. Avevano un gruppetto di persone lì, e uno mi fa "Vieni qua!" e io di corsa corro da questa persona, di corsa perché lo conoscevo, sapevo chi era. Era colui che mi faceva gli esami, mi faceva marciare, insomma era il nostro capo manipolo, si diceva allora. Io mi metto sull'attenti, gli chiedo cosa vuole, e mi fa "Dammi la carta d'identità!" e io subito prendo la carta d'identità e gliela do, non avevo nessuna paura, avevo diciassette anni… Prende la carta d'identità mia e di un altro, un certo Cherubini Bruno, che è stato arrestato anche lui, poi è morto. Gli altri due invece avevano dodici anni, gli fa "Voi andate a casa!" e difatti quei ragazzi andarono a casa e noi restammo lì. Le carte d'identità le diede al carabiniere, il carabiniere le guarda e fa "Guarda questi sono ragazzi, mandiamoli a casa, non hanno neanche 18 anni!" e lui gli disse "Zitto!". Poi io sentii che diceva ai carabinieri "Zitto, se no ci vai a finire anche te dove vanno loro!". Ma noi non capivamo che volevano dire quelle parole. E il carabiniere si strinse le spalle come per dire "Non posso far nulla". Ci prese e ci mise in un bar che si chiamava il Bar La Rosa dove c'erano già una cinquantina di persone, tutti arrestati da queste persone.

 Premetto che saremmo potuti scappare, però nessuno tentò di scappare perché non si sapeva che cosa ci avrebbero fatto. Ci portano in fortezza, si arriva in fortezza dove c'erano già tanti pratesi arrestati. Arrivano i pullman da Firenze e ci mettono in un pullman. Eravamo cinquanta o sessanta al massimo per ogni pullman, anche lì si poteva benissimo scappare. C'erano anche dei ragazzetti più giovani di me ma nessuno si azzardò a scappare. Si arrivò a Piazza Santa Maria Novella, alle scuole Leopoldine. Ci scaricarono e ci mandarono su. Arrivati su nelle aule si cominciò a trovare altri pratesi. Conoscevo bene Pitigliani perché lavorava alla Gronda con il mio babbo. E gli dico "Signor Alessandro, c'è anche lei?" dice "Davvero!", tra l'altro è un ebreo lui. Dice "Davvero Roberto, ma stai tranquillo non ci fanno nulla, non c'è problema, ci porteranno a fare qualche lavoro e poi ci rimandano a casa". E così io presi e andai a raccontarlo ad altri che erano lì tutti pensierosi, gli feci "Ragazzi stiamo tranquilli perché mi ha detto Pitigliani che non c'è nulla da temere. Sapete è un uomo intelligente, perché sa leggere e scrivere e in più sa scrivere a macchina, è impiegato alla Gronda, pensateci bene è veramente un uomo di cui fidarsi!". E il morale si alzò. Poi ci fanno una specie di interrogatorio con un ufficiale delle SS, dei repubblichini e un interprete. Ci domandano "Hai fatto sciopero?" e io francamente risposi "Sì, ho fatto sciopero", "Che lavori fai?", "Sono alle filande", "Va bene!". Segnano e mi mandano via.

La mattina cominciarono ad arrivare tante altre persone, tante. Di pratesi si suppone che ne abbiano arrestati circa settecento o ottocento, però hanno fatto poi una selezione, una selezione fatta proprio alla nazista. Non era una selezione mirata, era una selezione fasulla, "Te qui, te là!". Fecero due squadre, ma nessuno sapeva dove andassero.

 Alla stazione di Santa Maria Novella c'era una tradotta lunghissima, dove sulle porte dei vagoni, c'era scritto con un gesso bianco: "Operai volontari per la Germania". Noi guardavamo questa scritta ma non ci si rendeva conto.

Noi eravamo stati arrestati la sera del 7 marzo, era l'8 marzo. Eravamo nel vagone dalle cinque, le sei, e nel vagone c'era tanto pane e tanta pasta d'acciughe. La fame era tanta, si cominciò tutti a mangiare, c'era pane per tutti, anzi ce n'era anche troppo. Io presi un pane, l'aprii, misi tanta pasta d'acciughe, ero un po' golosone di certe leccornie. La pasta d'acciughe non sapevamo neanche che volesse dire, ce ne misi più di quanta se ne dovesse mettere ma fu un danno perché mancava l'acqua. Quando ci si accorse che ci veniva sete, dicevamo "Ma l'acqua?","L'hanno messa", invece non l'avevano messa.

Da quel momento entrammo nel KZ, nei campi di concentramento di sterminio, senza saperlo, senza che le SS facessero nulla. Quattordici SS hanno scortato da Firenze a Mauthausen milleseicento persone lassù, senza avere una minima sorpresa, perché noi pensavamo solamente alla sete. Triangoli rossi, triangoli neri, triangoli gialli si è sofferta tanto la fame, io penso non ci sia persona nel mondo che abbia sofferto la fame quanto queste persone, quanto noi. Però la sete è più brutta. Noi abbiamo fatto tre giorni di viaggio e quattro notti e abbiamo patito la sete, che è una cosa da nemmeno paragonarla a nulla, né alla fame, né a nulla. Noi non pensavamo a scappare, si pensava solamente all'acqua. Quando passavamo sui binari, sui ponti e sotto si sentiva scorrere l'acqua ne sentivamo il profumo anche se l'acqua non ha profumo, ma noi ne sentivamo addirittura il profumo e gridavamo "Mamma, mamma portami dell'acqua, dammi l'acqua mamma!", tutti. Come si poteva fare a pensare a scappare - perché c'era la possibilità di scappare - non si poteva scappare perché il nostro desiderio era solo uno: quello dell'acqua.

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Finito questo viaggio tremendo… Guardate, io non voglio stare a parlare del dormire, dei nostri bisogni di fronte a tutti, no…

Arriviamo a Mauthausen la mattina. Si arriva la mattina, ci aprono i vagoni, ebbi una grossa sorpresa: sembrò la manna dal cielo. Aveva appena nevicato, c'era la neve fresca. Ci danno l'ordine di scendere per prendere la neve e calmarci la sete. Calmando la sete si comincia a discutere tra di noi.

Dalla stazione per arrivare a Mauthausen ci sono otto chilometri. Si cammina, cammina… Si arriva lì e vedo questa fortezza brutta. Si cammina ancora un altro po', ci sono due case, delle case dinanzi al campo di Mauthausen, c'erano anche allora. E c'è il filo spinato percorso da corrente elettrica e c'è un grosso cancello, lo aprono e si entra all'interno. Si entra all'interno e si comincia a trovare gli abitanti del campo di concentramento vestiti a strisce celesti e bianche, col numero. Guardiamo e pensiamo "Guarda come sono brutti!", si faceva "Guarda come sono secchi! cosa hai fatto? dove sei stato?". E questi non ci rispondevano perché non capivano la nostra lingua.

Arrivo di fronte al portone e lo aprono. Io sono proprio in prima fila e sulla destra. C'era appena stato l'appello. All'appello si dovevano portare i morti, io lo seppi dopo, prima non lo sapevo. Arrivo lì, una sfilata di morti. Mi venne una visione, quando diedero l'ordine di partire non mi mossi dalla paura, dissi "Ma qui dove siamo? Sono morto, dormo o sogno?". Mi venne su una visione di un disegno che avevo visto sulla Divina Commedia di quando Dante è all'inferno. Dissi "No, sono morto perché una visione così…". Era tutta una sfilata di morti, ma non morti normali, tutti morti con lo scheletro ricoperto di pelle. Questo era il discorso.

Mi riebbi subito perché questo discorso che mi feci nel mio cervello sarà durato quattro o cinque secondi, macché secondi, una frazione di secondo! C'era una SS, mi diede una pedata e dissi "Ma allora sono vivo e sveglio anche!" e mi portarono di fronte al muro del pianto. Ci portarono tutti. Il comandante cominciò a parlare, la prima parola fu questa "Signori deportati qui siete in un campo di concentramento di rieducazione dei nemici del Terzo Reich. Se darete retta ci sarà anche la possibilità di tornare a casa. La fuga non è ammessa. Chi tenta di scappare se viene ripreso viene o fucilato o impiccato. Perciò pensateci bene. Questo è un muro di tre metri, c'è un metro e mezzo di filo spinato percorso da corrente elettrica che rientra all'interno. Ogni venti metri c'è una SS di guardia, perciò la fuga non è ammessa. Ma se uno tentasse di scappare, se viene preso - ve l'ho detto prima - viene o impiccato o fucilato. Ora andate tutti a fare il bagno!" Ci portarono giù nel sottosuolo, ci diedero un sacchetto di carta con un lapis e un foglietto e dissero "Mettete tutta la vostra biancheria dentro, ci scrivete il vostro nome e cognome poi ognuno riprenderà la sua biancheria". Allora tutti contenti si fece "Guarda come sono organizzati questi tedeschi!" si diceva. "Ora finito il bagno ognuno riprende la sua roba", pensavamo...

Fatto questo ci sono dei parrucchieri che hanno i rasoi, ci tagliano il pelo - io non ne avevo per fortuna qui allo stomaco - ci levano tutto il pelo, ci fanno la rapa e più la strada del paradiso. Poi fatto tutto questo ci mandano in un'altra stanzina e ci sono due inservienti spagnoli che hanno dei pennelli da imbianchino, lo immergevano in un liquido e ce lo davano addosso. Bruciava talmente che gli dissi "Ehi, che ci fai?" e fece uno "Ora vi si disinfetta - così disse lui, mi ricordo come fosse ora - e poi vi si dà fuoco". Allora l'altro spagnolo disse "No, no, lui è un burlone, questo è un disinfettante!".

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E basta.

Fatto questo ci mandarono a fare la doccia. Si va a fare la doccia ed eravamo tanti, non potevamo entrare tutti, eravamo pressati… Eravamo completamente pressati. C'erano i più forti e i più prepotente che erano proprio sotto dove casca l'acqua e noi che eravamo più deboli stavamo ai margini. Mandano l'acqua, regolare, ventisette, trenta gradi. Ci stavano tranquilli lì sotto e invece a noi arrivavano solo gli spruzzi. Tutto ad un tratto smette e viene sotto zero. Allora volevano scappare, ma non c'era più verso, a noi ci venivano degli spruzzi, ma erano marginali. Poi smette anche quella dopo due minuti e viene a ottanta gradi sopra zero, faceva delle bolle così, gli urli, tiravano i cazzotti, ma non c'era verso di scappare. Ecco questa era la presentazione dei KZ. Finita la doccia ci dicono di prendere degli zoccoli olandesi in un mucchio. Ognuno cercava di prendere il suo numero. Ma noi non sapevamo ancora cosa volesse dire kapò. I kapò non volevano, ti davano botte, legnate, dicevamo "O che si è fatto, ora ci dite di prendere gli zoccoli e dopo ci tirate le legnate!", e loro davano botte. Allora capimmo, si prese l'altro zoccolo, io ne presi due e me li misi sotto le braccia e tutti nudi andammo nel blocco della quarantena. Nel blocco della quarantena ci siamo stati quindici giorni.

Ci misero ottocento per Stube. A dormire eravamo stretti, talmente stretti che quando uno si rizzava per andare al gabinetto non poteva più rientrare. Si andava a dormire la sera alle sette e sino alle sette della mattina stare a dormire in quella maniera era solo un patire perché succedeva di colpire qualcuno "Sta attento, tu mi metti il piede in bocca!" o "Sta attento tu mi fa lì, con questo gomito tu mi dai noia!" e così via. Allora che succedeva? I kapò capivano questo e per divertirsi, invece di passare in mezzo dove c'era una sorta di viottolino, salivano sopra e dove mettevano i piedi spezzavano le ossa. Poi aprivano le finestre, faceva molto freddo, prendevano gli idranti e ci bagnavano. Ecco la nostra vita.

Dopo ci diedero una camicia e un paio di mutande. Poi un altro colpo mortale fu quando mi diedero il numero. Ci chiamavano uno per uno, mi chiamano e fanno "Castellani Roberto?", "Sì", "Tu non sei più Castellani Roberto ma sei 57.027, è il tuo numero! Al momento dell'appello sarà chiamato solo in una lingua, se il kapò è russo lo chiama in russo, se è tedesco in tedesco, se è francese in francese, se è polacco in polacco".

Finiti i giorni ci danno il vestito a strisce, gli zoccoli, la camicia, le mutande e il cappello. Tutte le volte che transita davanti a noi una SS o un kapò bisogna levarsi il cappello e mettersi sull'attenti. Questo era il regolamento. Ci inquadrarono tutti in questo modo e ci portarono a Ebensee nelle fabbriche sotterranee a costruire i famosi missili. Abbiamo saputo successivamente che noi costruivamo i missili, appena arrivati non lo sapevamo. Erano i V2, i V4, i V9, il missile intercontinentale. Ebensee era un campo nuovo.

Noi da Mauthausen a Ebensee siamo arrivati con dei treni civili con gli scompartimenti, tant'è vero che quando si passava dalle città, da quei piccoli paesi, quando si arrivò vicino a Ebensee vedemmo un bel lago, un bel paesino e tutti a dire "Ma se ci fermano qui…". Si sentiva il treno rallentare "Se ci si ferma qui, guarda che bello, guarda che paradiso, la domenica quando si fa festa si va a pescare!", facevamo tutti discorsi così.

Arrivati a Ebensee ci portano non alla prima stazione di Ebense, ma alla seconda. Ci fanno scendere, i civili li mandano tutti via, restano solo dei giovani, dei ragazzi. C'era la neve, questi ragazzi, avevano fatto tante palle di neve e ce le tiravano dietro, ma forte, ci facevano anche male. E tutti ce la prendevamo con questi ragazzi. Io avendo diciassette anni e avendo fatto la scuola sotto il fascismo capivo il motivo per cui quei ragazzi ci tiravano le palle. Infatti dissi ai miei compagni "Sapete io ho fatto la scuola sotto il fascismo, mi hanno arrestato, non ero mica antifascista, non ero mica contro nazisti né contro fascisti, perché io ero avanguardista, la dittatura mi aveva insegnato che non c'era altra libertà che quella fascista, perché noi eravamo superuomini, sapevamo che si doveva dominare il mondo, quindi questi ragazzi io li capisco". Qualcuno dice "Ma tirano!", "Tirano, tirano perché loro credono che noi si sia loro nemici!".

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Ci inquadrarono e ci portarono a Ebensee. Lì ci diedero un letto ciascuno, in un primo tempo si dormiva uno per letto, dopo neanche quindici giorni, abbiamo cominciato a dormire in due, poi tre, quattro, cinque… Siamo arrivati fino a sei in un letto di ottanta centimetri per un metro e ottanta. Negli ultimi cinque mesi ci davano un chilo di pane ogni quindici giorni, un cucchiaio di marmellata al mese, un cucchiaio di formaggio al mese, quattro grammi di margarina al mese, un cucchiaio di carne in scatola al mese e mezzo di litro di zuppa tutti i giorni. Quando andava bene c'erano delle bucce di patate e qualche altra robuccia, altrimenti c'era tutta erbaccia, tutta robaccia. Rapportato in caloria giornalmente il nostro pasto era dalle settecento alle settecentocinquanta calorie al giorno. Lavoravamo dodici ore al giorno nelle fabbriche, sotto terra, come poteva fare uno a vivere? Avevamo un giorno di riposo al mese, l'ultima domenica del mese era di riposo. Io il vestito che mi diedero a Mauthausen me lo sono tolto il 6 maggio del 1945, il giorno della liberazione degli americani. Questo era Ebensee.

Un'altra tragedia grossa per noi italiani era che non eravamo visti bene, perché avevamo fatto la guerra a tutti, c'erano degli jugoslavi che dicevano "A me mi hanno preso gli italiani, mi hanno preso le camicie nere, i carabinieri, quelli con tante penne!". Poi c'erano i greci che dicevano "A me mi hanno preso gli italiani", gli albanesi "A me mi ha arrestato la polizia italiana, tu sei italiano e qualche schiaffo bisogna che te lo lasci dare!". Non era giusto però lo facevano. C'erano gli spagnoli e gli spagnoli ce l'avevano con noi, forse qualcheduno più degli altri, perché dicevano "Noi, se si può ringraziare l'avvento di Franco, possiamo ringraziare gli italiani, se non c'erano loro si vinceva!". E allora ce l'avevano molto con noi.

A me fu fatta la fotografia proprio lì a Ebensee, fui chiamato ad andare a fare la fotografia. Me lo ricordo bene, non mi ricordo il giorno ma me lo ricordo perché disgraziatamente feci tardi, tornai dal lavoro e mi disse lo scrivano "Vai a farti la fotografia!" e andai. C'era una fila enorme, mi fecero la fotografia, con il numero di profilo e di faccia. Lì c'erano i cani, gli portano da mangiare e non lo mangiano. Avevano riso cotto nel latte, carne, pane, ogni ben di Dio, non lo mangiavano, lo mangiamo noi. I cani erano lì a dormire tranquilli, quindi prendevano la loro ciotolona e se la mangiavano. Io feci lo stesso, anche Mario. Mangiammo tutta questa roba e poi dopo prendemmo la nostra gavetta, la riempimmo di roba soda e ce la mettemmo sotto la giacchetta per portarla nel campo.

Il cecoslovacco Vartan decise di far scappare due italiani, perché eravamo nel suo blocco. Disse "Io ho due italiani in gamba!" per dimostrare che gli italiani facevano parte integrante del comitato di resistenza di Ebensee e che non eravamo più discriminati dalle altre razze. Dice "Va bene, allora va bene". Venne da noi e disse "Siete disposti a scappare?", "Io, no" dissi, "Danilo, sì", "Però - dice - bisogna che siate in due", "Via - mi disse - Roberto, tanto qui si muore, morire per morire si tenta e non se ne parla più. Io se sto qui prendo un SS per il collo e lo strozzo, sicché è meglio scappare", "Va bene", allora accettai. Ci diedero un foglio bianco, dove era scritto che dovevamo firmare. Poi ci diedero dei marchi civili, e poi ci dovevano dare il vestito, dovevamo essere vestiti da civili.

Io non so se sono stati civili di Ebensee o altre persone, so solamente che ci dovevano essere dei vestiti e c'erano. Ci dovevano essere per due. Noi dovevamo scappare il 9 maggio, invece il 9 maggio del '44 invece che tutti e due ne scappò uno solo, perché c'erano vestiti per uno solo. Danilo mi aveva pregato di far scappare lui e io dissi "Va bene, scappa te!". A mezzogiorno vado a prendere la zuppa, guardo e non c'è più Danilo, era scappato, "Stasera all'appello avrà minimo sette o otto ore di vantaggio, non lo ritrovano più, non lo beccano più", dissi io.

Si arrivò all'appello, venne la SS, portarono i morti come di regola, poi la conta. Ne manca uno. Il kapò non capiva più nulla, lo scrivano lo stesso. Se c'erano cento morti non c'era nulla di male, purché tornasse il numero, ma se ne mancava uno era un guaio, e non capivano più nulla. Dice "E' scappato un italiano!". Io avevo intorno a me russi, polacchi, jugoslavi e il polacco mi fa "Un italiasco", il russo mi abbracciò, "Bravi!", i francesi dicevano "Bien!", gli spagnoli "Dobra, dobra!", tutti dicevano "Bravi, bravi!". Da quel momento la nostra situazione all'interno del campo cambiò. Tutti ci consideravano come loro perché uno di noi era scappato. Diedero l'allarme, portarono i cani, io avevo paura… I cani sentono l'odore e vengono subito da me.

Arrivo la mattina all'appello, dico "Ora mi chiamano, che mi faranno?". Per fortuna, nessuno mi ha trovato, nessuno mi ha chiamato e nessuno mi ha detto nulla. Passano tre giorni e non sapevo nulla, passano tre giorni e viene ripreso Danilo. Viene ripreso in una baracca, lo aveva trovato un guardiacaccia. Danilo era entrato in questa baracca perché c'erano delle mele, per mangiare. Il guardacaccia lo vede, non disse nulla, dietro c'era una pala, gli tira una palata nel capo e lo fece svenire. Chiamò le SS, vengono a prenderlo. Lo riportarono nel campo la sera, il comandante era al cinema con la ragazza, a Ebensee. Andarono a chiamarlo con la motocicletta, gli dissero "E' stato ripreso l'uccello che ha tentato la fuga!", dice "Davvero?", "Sì", "Allora vengo subito su!". Arrivò lì e il comandante gli disse "Tu volevi correre? Ora ti faccio correre io. Io ero al cinema con la mia ragazza, stavo bene, per colpa tua mi toccò lasciarla e non vedere un bel film, e venir qui per interrogare te e te non vuoi dire nulla. Non importa. Ma tu volevi correre? Ti faccio correre io!". Gli aizzò il cane e lo fece sbranare e lo fece morire. Danilo morì così.

Quanto al lavoro a Ebensee, quando perforavamo la montagna usavamo degli strumenti modernissimi, non lavoravamo con le mani né con il picco, ma con mezzi moderni, ad aria compressa. Però bisognava sapere adoperarli, non le avevo mai viste queste macchine. Insomma imparai, si metteva lo scalpello e si facevamo dei fori, fori di un metro e mezzo, poi mettevamo la dinamite e facevamo saltare in aria. Poi prendevamo una specie di gru piccolina e caricavamo i vagoncini. Noi eravamo dietro, spingevamo questi carrelli e si mandavano via e riportavamo fuori il materiale. Il lavoro si svolgeva così, dodici ore al giorno. Io in galleria ho fatto dai primi di maggio alla fine. Un anno.

Io sono stato quindici mesi nel campo di concentramento di Ebensee e non ho mai avuto una linea di febbre. Non ho mai avuto un colpo di tosse, solo che quando mi hanno liberato pesavo ventotto chili. Però camminavo…

 La liberazione me la ricordo bene. Era una domenica, il 6 maggio. Ero fuori, non ero in infermeria come tanti. A mezzogiorno c'era una camionetta americana e sento dire "Ci sono gli americani, ci sono gli americani!", poi sparirono. Invece più tardi arrivano tre autoblindo americani ed entrarono nel campo. Noi siamo stati liberati alle 14.45. Entravano gli americani con queste autoblindo, ci saranno stati, penso, diecimila persone fuori ancora dai campi, mentre gli altri erano a giacere, a dormire, aspettavano la morte. Abbiamo applaudito tutti. Gli americani, quando aprirono il carro armato e uscirono fuori, restarono imbambolati, non impauriti, non si aspettavano di vederci in quello stato. A noi ormai non faceva nessuna impressione perché eravamo abituati a vederci tutti magri, ma loro restarono lì impietriti. Però capirono subito che bisognava che ci dessero da mangiare. Di cibo, però, ce n'era anche troppo e purtroppo fu quello il guaio, perché molti morirono per aver mangiato troppo.

 Sono rientrato in Italia il 19 giugno del 1945, perché venni via a piedi. Scappammo, venimmo via dopo tre o quattro giorni. Cominciammo a chiederci "Che si fa?", "Si va a casa, si va a casa…". I tre pratesi, io Gino e Vincenzo, eravamo nei pressi delle Alpi e a rischio anche di morire, si tornò a casa.

Delle settecento, ottocento persone arrestate a Prato e provincia, ne sono state deportate circa quattrocentoottanta perché i nazisti volevano cinquecento persone da portare via. Su quattrocentoottanta ne siamo tornati solamente in diciassette, perché poi fummo divisi. Più di trecento andammo a Ebensee, alcuni andarono a Melk, alcuni andarono a Gusen e altri andarono anche a Steyr. Così, ora siamo vivi solo in tre.



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