Don Angelo Dalmasso


Le testimonianze
contengono filmati in Real
Player, per visualizzarli
scaricalo gratuitamente
cliccando sull'icona


Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Don Angelo Dalmasso
nato a Robilante (Cn) nel 1918, residente a Cuneo


Arresto
effettuato dalla polizia fascista il 3 gennaio 1944, a Cuneo nella chiesa di S. Ambrogio, in seguito a delazione, perché aveva celebrato la Messa di Natale presso una formazione partigiana

Carcerazione
- a Cuneo, nel Palazzo Littorio in via XX settembre, poi nella Caserma Piglione, poi nelle Carceri giudiziarie di via Leutrum
- a Torino, nelle Carceri Nuove e alla sede SS dell'Albergo Nazionale

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau

Liberazione
avvenuta verso la fine di aprile 1945 a Dachau, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
assistito dalla Pia Opera di Assistenza Pontificia

Note: quando è stato deportato, Don Angelo era già sacerdote; nella Caserma Piglione fu sottoposto a 4 finte fucilazioni.
  Scarica la versione integrale della testimonianza

  Scarica i dati del testimone

La testimonianza

Sono Don Angelo Dalmasso, nato a Robilante, in provincia di Cuneo, nella valle Vermenaia, il 28 settembre del 1918.

Il 19 di settembre del 1943, io ero stato assegnato come vice parroco alla parrocchia di Sant'Ambrogio in Cuneo. Avveniva in quell'anno avveniva l'eccidio di Boves ed uno dei miei compagni di ordinazione, Don Mario Ghibaudo, veniva ucciso dai tedeschi con il parroco Don Giuseppe Bernardi. Gli eventi andavano avanti, si formavano le prime formazioni partigiane, soprattutto dei giovani delle nostre parrocchie, che non volevano andare alla leva fascista, alla leva, soprattutto i ragazzi del '25 e del '26, non volevano aderire alla leva fascista. E allora si formavano sulle montagne alcuni dei primi nuclei partigiani.

A Natale del 1943 sempre, i giovani che erano quasi tutti appartenenti alle associazioni giovanili di azione cattolica delle parrocchie cittadine di Cuneo, non volevano stare senza la Messa di Natale, e volevano scendere giù a Rovaschia per la funzione di mezzanotte. Allora pregarono il vescovo di Cuneo, di mandare un sacerdote a dire la Messa di Natale. Così il vescovo, Monsignor Rosso, mandò a chiamare me, che ero vice parroco a Sant'Ambrogio, attiguo al vescovado. Non mi obbligò, né m'impose di andare, mi chiese solo se volevo andare, quindi sono andato di mia iniziativa, si può dire, non perché il vescovo me lo abbia fatto fare. E sono andato a dire la Messa su alle Baite di Monfranco... I partigiani, con quel capitano Franco, che erano lì, mi hanno dato un piccolo ristoro, mi ricordo della pastasciutta senza condimento. Poi siamo scesi giù.

 A Cuneo, allora, nella chiesa di Sant'Ambrogio - era il 2 o il 3 gennaio, non ricordo di preciso, ma mi pare il 3 gennaio, perché era il primo venerdì del mese e con i ragazzi, dopo aver fatto una partita a pallone, ci si radunava alle tre, per un'ora di adorazione - ho visto arrivare dei tipi strani in chiesa. Hanno aspettato che io finissi la funzione e mi hanno detto che volevano parlare con me. Sarei scappato, ma poi ho incontrato sulle scale il parroco che mi ha detto "Ma se è solo per parlare, non c'è motivo, vai pure". Allora io ho preso il cappello e sono andato...

 Mi hanno portato al Palazzo Littorio, che è in Via XX Settembre, mi pare... Lì un certo Commedi, che era della giustizia fascista o che so io, mi ha interrogato, ha chiamato anche un altro prete, che era di Sant'Ambrogio e che loro conoscevano, Don Falco Carlo, e poi hanno telefonato all'UNESCO, al Prefetto e ci hanno portato alla Caserma Pilione, che poi è stata destinata a distretto militare, ora però chiuso. Nella Caserma Pilione, ci hanno messo in una camera, una specie di cella, noi due preti, e siamo stati lì quattro o cinque giorni. Commedi, con un altro, è venuto sovente ad interrogarci e, in quell'occasione, hanno portato anche dei ragazzi della milizia del Littorio, che noi avevamo preso in parrocchia per aiutarli. Forse proprio loro hanno fatto la delazione, sono stati la causa del nostro arresto. Lì, per farmi paura, volevano chiedere nomi, località. Io ero solo andato a dir Messa, sapevo ben poco. Allora han fatto chiamare il plotone di esecuzione, era la sera del 4 gennaio, mi pare, verso le quattro... Lì nella caserma Pilione, mi hanno messo il plotone davanti e io... Cosa potevo fare? Ho detto che io, quello che volevano sapere, non lo sapevo, non ero a conoscenza di altri dislocamenti partigiani, né di nomi, né di famiglie, di parenti di questi partigiani. Allora hanno parlottato tra loro, poi mi hanno riportato in cella "Vedremo domani". Il giorno dopo, la stessa commedia, ricordo che Don Falco, bravo, dalla finestra della cella, mi dava l'assoluzione, mentre io ero là davanti al plotone d'esecuzione. Poi ancora la seconda, la terza e la quarta volta è finito tutto... Così, in commedia. Poi dalla caserma Pilione, ci hanno portati alle carceri di Via Leutrum, le vecchie carceri giudiziarie di Cuneo.

Lì hanno fatto... Tutta una trafila, abbastanza umiliante, all'ingresso in prigione: ci hanno preso le impronte digitali, poi la spoliazione, poi tutto quel che c'era, e ci hanno confinati alla cella zero. Eravamo Don Falco, io e un tipografo di Cuneo, anche lui reo di aver stampato delle preghiere per i partigiani e altre cose di propaganda antifascista... Antifascisti, insomma. Verso la fine di febbraio ci hanno trasferiti a Torino, dove ci hanno portati all'Albergo Nazionale - sono ancora andato qualche volta a prendere un aperitivo - su al primo piano. Era mattina, ancora relativamente presto, siamo arrivati alle nove. All'Albergo Nazionale, c'era il comando delle SS tedesche.

Verso sera, poi, verso le sei, ci hanno portato alle Nuove e io sono andato a finire nella cella 71 del primo braccio, riservato ai tedeschi... Perché erano due i bracci, braccio 1 e braccio 3. E lì sono stato prima con un sacerdote di Alessandria, di Solero, Don Robotti, anche lui faceva un po'... Lui era un ex missionario, veniva dagli Stati Uniti, missionario degli emigranti, una persona un po' irrequieta e si vede che l'avevano beccato per quello. Poi, dopo un po' di tempo, mi hanno fatto star solo per diversi mesi. Sulla mia cella, c'era scritto "sorveglianza speciale".

Mentre ero in cella, lasciavo appeso a un chiodo l'abito talare, ma lo mettevo quando mi portavano agli interrogatori. Mi ricordo una volta passavo per Via Roma con le manette e due tedeschi per andare al Nazionale, tutti mi guardavano. Lì al Nazionale, di interrogatori ne han fatti diverse volte. C'era un tenente che interrogava; prima sembrava buono, c'era un interprete, una signora. Poi ad un certo punto diventava anche furioso, aveva una riga, di quelle da disegno, me l'ha rotta sulla testa. Chiedeva nomi, tutte cose che io sentivo da lui, che non conoscevo, e quindi lui s'infuriava.

E poi dopo, di nuovo, mi hanno riportato lì alle Nuove, fin verso settembre. A settembre ci chiamano tutti e dicono che ci mandavano a lavorare come tagliaboschi nel Tirolo. Scendo giù, prendendo con me la mia talare, me l'avevano lasciata lì in cella, era già rossa di cimici, l'ho scossa un pochino e... Poi lì, ho avuto la fortuna di incontrare Padre Girotti, che era già lì con tanti altri che aspettavano di partire. Ci hanno incolonnati lì, eravamo circa un migliaio o anche più, io ho approfittato per confessarmi, era otto mesi che non mi confessavo più... Perché era venuto il cardinal Fossati a portarci la comunione, ma aveva dato l'assoluzione in generale, ma non aveva potuto avvicinare nessun sacerdote. Così abbiamo fatto amicizia. Ci hanno portati su dei pullman che sostavano su Corso Regina Margherita, di fronte alle Nuove. Poi di sera, arrivati a Milano, ci hanno fermati nei sotterranei di San Vittore. Lì sono venute delle suore, c'erano sempre i tedeschi, a darci della roba da mangiare, anche a Torino ci avevano dato qualcosa, ma senza niente, non sapevamo dove metterla. Lì è venuta una suora, poi ad un certo punto un tedesco, visto che queste suore si avvicinano troppo, ne ha presa una per il velo, gliel'ha strappato e l'ha strattonata via. Poi ci hanno ricaricati sui pullman - ricordo che siamo passati da Verona, mi ricordo sempre di una chiesa con le luci accese alle finestre, ho detto "Ma guarda un po', chissà quando potrò ancora arrivare" - e ci hanno portati a Bolzano.

 A Bolzano ho incontrato già altri sacerdoti, altri amici. C'era il parroco di Soave, don Alessandro Aldreghetti. Siamo stati lì una quindicina di giorni, da metà settembre ai primi di ottobre. Ci hanno dato... Tolto tutto quel che avevamo, ci han dato una tuta blu con una croce sulla schiena e poi un triangolo con un numero da applicare sui pantaloni, sulla gamba.

Gli ebrei avevano il triangolo giallo, noi rosso, c'era chi aveva il triangolo verde, chi aveva il triangolo nero, chi rosa, ecc. Noi rossi eravamo i politici. Poi un bel giorno, ci hanno chiamati che andavamo in Germania, ci han ridato le nostre cose, io ho ripreso la veste talare, l'ho messa, e siamo andati... Non era una stazione, era una strada dove c'erano le rotaie, il treno si è fermato lì, ci hanno caricati. Saliti lì sopra, settanta per vagone, in quei vagoni bestiame. Ho detto "Durerà poco, perché... Come si fa a star qui?". Voi capite che la gente ha delle necessità fisiologiche e succedeva quel che succedeva. Sapevo che era domenica... E lì, chi bestemmiava, chi urlava... Nei primi chilometri dopo Bolzano, per andar su verso il Brennero, ad un certo punto ho detto "Sentite, io sono un prete...". E hanno cominciato ad urlare ancora di più. "Ma guardate che oggi è anche domenica, se non ci rivolgiamo a Dio, tra gli uomini nessuno ci può aiutare". Allora si sono calmati, abbiamo detto tutti insieme il Padre Nostro e poi mi hanno ringraziato di quel momento di pausa, di tranquillità...

Alla stazione mi pare... Fortezza o Brennero... Ci siamo fermati molto tempo, perché avevano notato che qualcuno aveva tagliato il vagone e proprio nel nostro vagone uno aveva fatto un buco. Allora arriva un tedesco e inizia a urlare... Ma per me poteva dire tanto pane come acqua; ho poi capito dopo che chiedeva dei coltelli, chi aveva dei coltelli. Allora han trovato questo qui, che aveva un coltello, l'hanno portato fuori, gli han preso il coltello, gli han due o tre spintoni, poi l'han rimesso dentro. Mentre aspettavamo, c'era... Voi sapete che i vagoni bestiame hanno quei piccoli finestrini triangolari in angolo, il finestrino è bordato di ferro, una cornice, una specie di bordo di ferro. Un ragazzo aveva messo la mano lì, per appoggiarsi, con le dita fuori e un tedesco, dal di fuori, col calcio del fucile gli ha schiacciato tutte le unghie. Immaginatevi quel povero ragazzo...

  visualizza il filmato

Arrivati a Dachau - anche lì non c'era una stazione - ci han fatti scendere in piena campagna. Don Padre Girotti ed io eravamo messi i primi... Saremmo stati circa un migliaio e più e ci han portati nel campo di Dachau. Io ho visto quelle parole là... Arbeit macht frei, ho poi saputo dopo che vuol dire che "il lavoro rende liberi", anche gli schiavi fanno il lavoro...

Arrivati lì, tutto il pietoso rituale dell'arrivo. Per prima cosa arriva uno a urlare, in tedesco, ed io non capivo niente, finché non è venuto un prigioniero vestito con... I più fortunati avevano i pantaloni e il giubbotto a strisce bianche e blu... Si avvicina a me e mi dice che era un sacerdote, padre Soste, del Lussemburgo. "Spogliati", ma lì davanti a duemila persone... Ero vestito da prete, mi sembrava poco... Padre Girotti mi fa "Siamo arrivati alla decima stazione della Via Crucis: 'Gesù viene spogliato delle sue vesti'". Abbiamo così cominciato, ma il disagio è passato subito perché eravamo tutti, migliaia, eravamo tutti in stato adamitico. Siamo andati verso il capannone della disinfezione. Poi ci hanno dato una specie di straccio che copriva appena il necessario, e ci hanno portati alla baracca di quarantena, blocco 25, blocchi chiusi. Lì sono stato altri 15 giorni, eravamo quasi nudi, e nella baracca si poteva entrare solo per mangiare e per dormire... Sempre fuori, al freddo, alla pioggia. Allora ci ammucchiavamo tutti lì e i più giovani facevano da copertura esterna, per riscaldarci un pochino. Io ero tra i più giovani, perché avevo ventitré, ventiquattro anni. Mi hanno chiamato dicendo che ero incaricato di pulire il Wascheraum, cioè i gabinetti. Io ho pensato bene di dire ad un altro che era lì "Ma digli un po' che io sono un prete". L'avessi mai detto! Non l'ho più detto un'altra volta. Poi fortunatamente ci hanno portati al Block dei preti, che era proprio di fronte. Eravamo in blocchi liberi, liberi così, cioè aperti. Erano tutti sacerdoti e lì ce n'erano già tanti altri: padre Manziana, che è diventato poi vescovo di Crema, c'era don Fortini di Padova, c'era Don Vismara di Bergamo, diversi altri, perché poi da Bolzano eravamo arrivati anche noi, altri quattro o cinque. Poi ne sono arrivati da Mauthausen ancora altri in seguito.

Nei giorni feriali andavamo a lavorare. Io ho cercato subito di trovare un posto di lavoro, perché a quelli che lavoravano alle dieci c'era il 'tempo del pane', ti davano un piccolo supplemento di pane con un po' di margarina, e quello aiutava a sopravvivere, perché con la razione del campo... Se sono diventato trentadue chili, io che adesso sono ottanta, è segno che le razioni erano molto molto misurate. Ho cercato un lavoro. Prima sono andato a scavare delle fosse, picco e pala, delle fosse profonde dove forse volevano fare o delle fosse comuni per i cadaveri, perché era proprio nella zona del crematorio, o nascondere, mi dicono, dei carburanti, questo non lo so. Però siccome era un po' gravoso, appena ho potuto, mi han chiesto di andare a fare un altro lavoro, un altro lavoro che consisteva nell'andare in una baracca vicino al campo, ci davano degli indumenti recuperati ai prigionieri, noi facevamo delle strisce, attaccate lì ad una sbarra facevamo delle trecce che poi arrotolavamo, dice che servivano - almeno questa è una spiegazione - facevano delle ballottole impastate con pece, servivano da cuscinetto alle navi che si avvicinavano al molo. E lì quando suonava l'allarme precipitosamente ci portavano di nuovo in baracca. Tutti si andava al nostro posto, eravamo rigorosamente al nostro posto. Un giorno vado al mio posto, ne trovo già uno, dico "No, è il mio posto", e l'altro parlava in tedesco, io sapevo solo l'italiano, finché arriva la SS l'altro si è spiegato in tedesco, e il tedesco ha sentito nessuna spiegazione, aveva in mano quegli anelli di ferro, mi ha sferrato un pugno sulla mandibola e ho sputato quattro molari lì.
  visualizza il filmato

  è andato fin verso aprile, quando a un certo punto né più si lavorava, né più si usciva.

Ad un certo punto, era proibitissimo affacciarsi alle finestre... Un prete belga, Koening si chiamava, no forse era bretone… I cognomi, dopo tanti anni, sfuggono... Si butta contro la finestra, esce fuori e va lungo il cortile per andare verso il cancello, che separava il viale dal cortiletto della baracca.

Aspettavamo che le mitragliatrici cominciassero a sparare, perché tutti i momenti si sentiva una sventagliata, lì tutto era solo in cartone e le pallottole passavano. Invece niente. Ad un certo punto questo qui, là dal cancello, si mette a gridare "Sunt americani, sunt! Amen" lì noi si parlava sempre in latino, allora la baracca si è sfasciata, tutti fuori, più nessuno ha ascoltato. Mi ricordo che Monsignor Trokta, avevo fatto amicizia anche, era lì con me, cecoslovacco, che poi è diventato arcivescovo, cardinale ed è venuto a San Lorenzo a trovarmi. Mi ha preso per mano: "Non fare imprudenze". Siamo usciti anche noi, abbiamo girovagato un pochino per il campo, siamo andati, c'era anche un padre oblato italiano, padre Pinamonti, con noi. Siamo andati fuori, lì c'erano tutti i magazzini delle SS, abbiamo visto cose meravigliose, magazzini... Fischietti, stoffe... Io cercavo anche della stoffa bianca e nera per fare... Bianca, rossa e verde per fare una bandiera italiana. E poi, fortunati, abbiamo trovato una gallina sperduta, che girava là. Io l'ho presa, l'abbiamo portata in là, e con una resistenza, che ci eravamo costruiti, l'abbiamo fatta bollire. Monsignor Trokta, che allora era un semplice prete, io e Pinamonti e Manziana abbiamo festeggiato la liberazione con brodo di gallina e carne di gallina.

  visualizza il filmato

Era verso la fine di aprile, 29, 28, non so, verso la fine di aprile, erano le cinque del pomeriggio. Allora ci hanno portati sulla piazza d'appello, c'era tutti lì, sulla torretta lassù, del palazzo. E' uscito il cappellano militare che in inglese ha detto di ringraziare il Signore che eravamo liberi e ha fatto recitare a tutti il Padre Nostro. Poi siamo andati nelle nostre baracche e ci han portato scatole di carne, formaggio... Roba un po' pesante, roba da campo, insomma. E questi ragazzi si sono messi a mangiare, allora han detto "No, raccogliamola, dosiamola, perché gli intestini non sono preparati", tanti sono morti per aver mangiato troppo.

 Poi ad un certo punto dicono... C'era Allach lì vicino, un sottocampo di Dachau, dove c'erano tanti italiani, francesi e polacchi. Io parlavo l'italiano e il francese, con me è venuto Don Neviani perché parlava italiano ma era un sacerdote polacco. Siamo andati là a fare i cappellani di quel campo. A piedi, siamo poi andati e venuti, non è molto distante dal campo di Dachau, io non so quantificare la distanza. Poi ho finito, dico "Ma cosa faccio? Gli altri sono scappati, scappo anch'io, vado a Monaco, là qualcosa trovo". A Monaco cerco una chiesa, vado avanti, giro... Finché non ho visto la chiesa della Santissima Trinità. Attorno era tutto rovine, mucchi di calcinacci, insomma detriti di case sfondate. Viene un sacerdote, un sacerdotino giovane, forse non giovane come me, ma vestito bene, in clergyman, e io parlando in latino cerco di fargli capire che ero un prete sfuggito a Dachau e che cercavo aiuto. Lui ha sentito due o tre cose, ma penso che il latino non lo capisse neanche... Mi ha preso per gli stracci, mi ha scaraventato su quel mucchio di rovine che c'erano lì. Avevo in mano il calice, un pacchettino dove avevo le cose per dire la Messa, che aveva portato questo cappellano militare ad Allach, e tutto è andato in terra. Mentre io raccomandavo l'anima a Dio, arriva uno in bicicletta, si ferma, era Padre Zanatta degli Scalabriniani, missionari degli emigranti. Mi vede lì, parla in italiano, gli ho raccontato tutta la mia storia. Lui ha raccolto il calice, le cose che avevo tenuto lì vicino, mi ha messo sulla sbarra della bicicletta perché non camminavo più, e mi ha portato in una scuola, un ex convento, scuola, dove era anche tutto mezzo distrutto, dove lui raccoglieva tutti questi sbandati.

Poi sono arrivati quelli della Pontificia, come abbiamo potuto siamo arrivati a Monza, era il giorno del Corpus Domini, mi pare il 31 maggio, io ho detto Messa nel Duomo di Monza. E poi quando ho potuto sono arrivato a Cuneo.



[Home]   [I testimoni]   [Il programma TV]   [Glossario]   [Mappe]   [Approfondimenti]   [Mappa del sito]   [Credits]