Remo Scala


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
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Emer Luigi
Fiorentino Leone
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Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
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Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Remo Scala
nato a Verona nel 1924, residente a Torino


Arresto
effettuato dalla polizia fascista nel luglio del 1944, in seguito a delazione, per attività partigiana

Carcerazione
a Torino, nelle Carceri Nuove e alla sede SS dell'Albergo Nazionale.

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano
Nei Lager nazisti d'oltralpe: in Germania, a Dachau, poi a Bad Gandersheim (sottocampo di Buchenwald)

Liberazione
avvenuta durante la fuga dalla marcia della morte partita da Bad Gandersheim

Ritorno a casa
non specificato; dopo la liberazione, è stato ricoverato nell'ospedale di Bad Gandersheim, dove rimase un mese
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La testimonianza

Io sono Scala Remo, sono nato a Verona il 24 ottobre del 1924 e alla bella età di diciotto anni sono stato chiamato presso il Regio esercito perché eravamo in guerra contro la Grecia, contro l'Albania, contro la Russia, i paesi balcanici in definitiva. Eravamo già alleati del Terzo Reich ed essendo stato chiamato alle armi nell'agosto del '43, ho dovuto presentarmi alla caserma di Belluno presso il Genio Marconisti.

L'8 settembre i fatti naturalmente hanno sconvolto tutte le tradizioni militari e ognuno di noi ha scelto la libertà, ovviamente come è stato possibile. Siccome Belluno era discretamente vicino ai luoghi in cui io abitavo prima degli eventi bellici, ho potuto rientrare in casa perché i miei abitavano a Lozzo, in una frazione di Lozzo Atestino della provincia di Padova.

Ho avuto la fortuna che mia sorella, che abitava allora a Torino ed era in contatto con l'élite di Torino, un'élite che ha creato poi le premesse per il seguito delle scelte di una parte del popolo italiano, è venuta a trovarmi. Mi ha consigliato e io ho aderito ben volentieri, di seguirla in Piemonte. Nel Piemonte si erano formati già degli aggregati.

Hanno organizzato in modo embrionale. Io il primo ottobre sono andato a costituire una formazione, io sono stato il quarto ad aderire a questa formazione, guidata dal capitano Cosa che è deceduto di recente, dal tenente Bertoldo di Vicenza, da un sergente dell'esercito - ho saltato il quinto - c'era addirittura un marinaio con noi e poi c'ero io. Ero la mascotte, perché ero il più giovane di tutti, per cui diciamo che ero guardato con un occhio privilegiato, se vogliamo, se non altro perché tutti mi erano superiori, superiori di esperienza innanzitutto. Per cui siamo stati i primi cinque a formare questo aggregato, però noi cinque siamo quelli che abbiamo preso le armi che la IV armata abbandonava man mano che si allontanava dalle Alpi per creare dei depositi.

Abbiamo cominciato ad aumentare di numero tanto che siamo arrivati ad una formazione di inizialmente settanta, ottanta persone. Avevamo tre camion con i quali andavamo nei consorzi a rifornirci di mezzi che poi dovevamo dare alla stessa popolazione che in quel momento non poteva essere rifornita direttamente, perché queste formazioni che erano nate in Val Beggio, a Boves, nel moretanese in genere, erano condizionate dalle forze nazifasciste che erano di stanza a Cuneo.

Infatti quando noi volevamo compiere determinate azioni rompevamo il posto di blocco che c'era a Furio, facevamo gli affari nostri e tornavamo a casa. Questo era possibile agli albori perché c'era l'entusiasmo nostro e l'apatia della parte avversa, non certo dei tedeschi, perché i tedeschi arrivavano quando noi disturbavamo i loro interessi. Una delle prime azioni è stata quando siamo andati all'aeroporto di Mondovì e abbiamo portato via ottanta fusti di benzina, abbiamo distrutto quattro apparecchi, apparecchini di poco conto, penso apparecchi di avvistamento… Tutto sommato era qualcosa che andava bene in quelle località.

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Indubbiamente Boves, Pedraglio, Certosa di Pesio, cominciavano ad assumere delle formazioni militari piuttosto preoccupanti perché certe azioni le facevamo unendoci bande con bande. Infatti i nomi che ricorrono del cuneese sono il tenente Aceto, il tenente Dunchi, quello che è stato impiccato in Corso Vinzaglio a cui è stata intitolata l'organizzazione a cui ho aderito io. L'hanno impiccato lì.

Comunque arriviamo alla Pasqua del '44. Ci hanno attaccato due divisioni tedesche con carri armati con cannoncini ottantotto e con l'aviazione per l'avvistamento e ci hanno squassato. Io sono scappato, io comandavo un distaccamento, abbiamo sparato fino a che abbiamo avuto munizioni, poi ci siamo ritirati. Questo è avvenuto nella Val Pesio.

 Siamo arrivati a casa nostra per qualche giorno. Poi è arrivata mia sorella, mi ha riportato a Torino. Sono stato aggregato alle formazioni del comando regionale, e in questa formazione cittadina ho fatto alcune azioni. Man mano però, queste formazioni si sono assottigliate perché il comandante del mio gruppo è stato arrestato. Successivamente io, che abitavo in una certa via di Torino dove aveva accesso, a volte, Duccio Galimberti, da cui ci spostavamo per mangiare o per dormire in altre abitazioni, in uno di questi spostamenti sono capitato in Via Pizzecchi 36 e mi hanno preso.

Mi ha arrestato la Questura, perché - faccio un passo indietro, ma molto breve - la mia dotazione era: documenti falsi, un bilingue tedesco che mi dava l'accesso a servirmi di tutti i mezzi mobili (treno, aereo, qualsiasi mezzo, nell'esercizio delle mie funzioni), una tessera, io appartenevano alla questura di Brescia, e avevo un tesserino regolamentare a tutti gli effetti, avevo altri documenti, ma nel contempo ero armato perché ero un questurino ovviamente, in missione a Torino. Avevo anche una lettera che il Comitato di Liberazione mi aveva affidato che avrei dovuto consegnare - mi sembra di ricordare - nel pomeriggio. E quella lettera mi ha messo in difficoltà. Sono stato arrestato da alcuni poliziotti, dalla Questura il 7 o il 17 luglio del '44.

 Mi hanno portato immediatamente nel Commissariato che stava dietro, dove in quel momento io avevo stabilito il mio domicilio, non ufficiale ovviamente, dove andavo a mangiare e a dormire. Nel tardo pomeriggio mi hanno preso e mi hanno portato alla Questura in Corso Vinzaglio. Lì ho subito un primo interrogatorio. Dopo questo primo interrogatorio, non ricordo se è stato lo stesso giorno nella notte o il giorno immediatamente successivo, sono stato portato alle Carceri, le Nuove che si trovano a Torino in corso Vittorio Emanuele 127. E lì sono stato aggregato al primo braccio tedesco e mi sono fermato, mi sembra, un paio di mesi.

Quasi giornalmente venivo preso e portato all'Albergo Nazionale in Piazza San Carlo dove c'era la sede delle SS tedesche. La cella aveva le dimensioni di tre metri per due. Inizialmente ero solo, successivamente hanno messo con me un partigiano della Valsesia, successivamente hanno aggiunto un terzo membro che era uno di Bardonecchia.

 Siamo partiti da lì su due pullman e siamo andati a Milano dove abbiamo prelevato altre persone e siamo andati a Bolzano. Questo è successo a settembre, i primi giorni di settembre, perché se io sono stato arrestato il 7 luglio, ho trascorso alle Nuove luglio e agosto, due mesi, erano i primi giorni di settembre.

Nel campo di Bolzano mi hanno messo insieme a tutti gli altri, nel capannone, però lì mi sono fermato quattro o cinque giorni, direi una settimana sola. Successivamente sono partito per Dachau. Avremmo potuto scappare, perché bastava togliere le assi dei vagoni bestiame, forse era fattibile, però ci avevano ammonito che per ognuno che scappava ne avrebbero ammazzati sette. Quindi nessuno ha tentato di scappare. Poi sono arrivato a Dachau.

Dietro il mio blocco chiuso c'era il blocco dei ciechi. A Dachau io assieme a molti altri venivamo prelevati alle tre di notte perché c'era la solita conta che durava da un'ora a due ore. Venivo portato da Dachau a Monaco di Baviera per mettere a posto i pilari perché avevano subito dei bombardamenti o altri danni. Lì, mi hanno immatricolato.

Poi il lavoro. Mi sono messo in lista per andare ad unirmi al gruppo che lavorava nelle fabbriche poiché ero un operaio specializzato. Mi hanno chiesto qual'era la mia specializzazione, io avevo detto che ero un collaudatore della Fiat, che conoscevo un po' tutte le strumentazioni, il che non era vero, le ho scoperte dopo. E loro, sapendo che provenivo dalla Fiat, era vangelo ciò che dicevo io.

Siamo stati portati a Bad Gandersheim, che è un sottocampo di Buchenwald. A Bad Gandersheim c'era una fabbrica che probabilmente era stata abbandonata per il semplice fatto che la popolazione attiva era stata mandata in Russia.

Arrivati a Bad Gandersheim ci hanno ricoverati nella chiesa sconsacrata, perché il campo non c'era. Abbiamo creato il campo, le baracche, l'abbiamo circondato col filo spinato, con l'alta tensione, coi vari trespoli dove le guardie ci controllavano giorno e notte e nell'ambito del campo si trovava anche la fabbrica. Io ho preso posto al collaudo dei pezzi, la fabbrica produceva aeroplani, i caccia. Nel tempo che sono rimasto lì ne abbiamo costruito uno, non ne è uscito nessuno.

Inizialmente abbiamo fatto questi aeroplani, in un secondo tempo abbiamo creato una sorta di imbuto alto direi cinque o sei metri. Il terzo aggiornamento di produzione sono state zappe, vanghe, tridenti e cose del genere. Comunque il tutto è rimasto dentro perché le ferrovie tedesche non avevano possibilità di spostamenti perché i bombardamenti erano tali tanto che a volte io ho osservato che c'erano delle incursioni che duravano delle ore, oscuravano il sole, c'era una grossa ombra sul terreno. Per questo motivo la fabbrica ha prodotto senza essere d'aiuto.

In questo sottocampo - faccio un calcolo a memoria - c'era un blocco italiano, un blocco di russi, un blocco di francesi, un blocco di polacchi, un blocco eterogeneo, e per ogni blocco potevano esserci, sei blocchi con cinquecento persone. Forse anche di più. In questo sottocampo sono rimasto fino alle soglie della Pasqua del '45.

Faccio una premessa. Nel campo avevamo un Revier, cioè un ospedale, un'infermeria. Io sono stato ammalato, sono svenuto in fabbrica, avevo la febbre a quaranta. Mi hanno portato in infermeria, il medico dell'infermeria era uno spagnolo che aveva fatto la guerra contro Franco. Poi ha vinto Franco e lui è passato in Francia. Era stato catturato dai tedeschi quando avevano conquistato la Francia e l'hanno portato lì.

Gli ultimi tre giorni in cui eravamo nel campo ci è stata fatta prima l'offerta di vestire la divisa, poi il comandante del campo ha detto che ci avrebbe spostato perché stavano avanzando inglesi, francesi e americani. E noi ci trovavamo in un cul de sac, come si dice. Pertanto chi era in condizioni di camminare avrebbe fatto parte della colonna, chi non era in condizioni di camminare sarebbe stato aiutato e caricato su dei carri. Alcuni hanno aderito a questa seconda possibilità mentre noi che eravamo in un buon rapporto col medico, gli abbiamo chiesto "Cosa dobbiamo scegliere?" e lui ci ha risposto "Marchez, marchez, marchez!", tre volte ce lo ha detto. Quindi noi abbiamo camminato. Il mattino dopo verso l'alba, verso le quattro del mattino, stavo per andare in quella specie di toilette che era poi una fossa con una specie di panca da una parte e dall'altra dove ci si accomodava come si poteva e nel frattempo hanno raggruppato quelli che avevano aderito ad essere trasportati. Dietro il campo c'era un boschetto un po' più in alto, li hanno portati lì, avevano piazzato le mitragliatrici, non se ne è salvato uno.

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Poi ci hanno portati via, ci siamo incamminati, non lo so in quale direzione ovviamente, non ci hanno dato né alimenti né nulla, ognuno di noi ha portato tutti i propri bagagli. Ci hanno fatto accomodare in una chiesa cristiana, cattolica, apostolica. Infatti le pie donne ci hanno aperto la porta, siamo entrati e hanno chiuso a chiave. Premetto che, prima di partire, siamo andati nelle cucine e nei magazzini e tutto ciò che abbiamo potuto arraffare lo abbiamo arraffato. E molti di noi, io compreso, abbiamo preso delle patate, ma delle patate di quelle che mangiano i ragazzi di cui mi sfugge il nome. Le abbiamo mangiate, non avremmo dovuto… Comunque, entrati in questa chiesa con noi c'era un gruppo di polacchi, i quali si sono avvicinati e hanno suonato l'Ave Maria. Le lacrime! Sembrava il Mississipi... Dopo di che ovviamente tutti avevamo la dissenteria ma non c'era una toilette… Ci siamo accomodati per quanto abbiamo potuto e il mattino dopo, dopo questo oltraggio, le pie donne hanno inveito, con ragione per certi versi perché abbiamo sconsacrato qualcosa che era da guardare col massimo rispetto, ma nel contempo avrebbero dovuto provvedere in qualche modo. Comunque c'è stata una punizione per quello che avevamo commesso, ne hanno scelto un certo numero...

Faccio un passo indietro: il comandante del campo non ha scortato la colonna, la colonna era guidata da un sergente polacco delle SS, una vera figura del militare classico per tradizione, il quale aveva il compito di scegliere chi di noi era sacrificabile. Dopo di che c'erano i soliti due russi dietro alla colonna, i quali avevano unicamente il compito di non far soffrire per quanto era possibile. Tutto questo si è verificato per nove giorni e per nove giorni la colonna che è partita - perché abbiamo formato varie colonne - era formata da millecinquecento persone. Ho detto millecinquecento mentre prima parlavo di cinquecento, non so quale dei due sia il valore esatto, comunque ammettendo che fossimo anche cinquecento, io, dopo che l'ho scampata tre volte, l'ultima volta ero il trentacinquesimo vivo.

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Al terzo giorno si era creata l'opportunità, mi sembrava che eravamo già diminuiti di numero, sembrava che ci fosse una certa forma di lassismo da parte delle SS tedesche, che erano tutti molto anziani per la verità, perché i giovani erano sui vari fronti. Io e Minetti di Torino ci siamo allontanati in una sosta. Avremo fatto trecento metri, un ragazzino che poteva avere tra gli otto e gli undici anni non di più, con un fucile, che era più lungo di lui, ci ha fermato, ci ha portato in paese perché evidentemente c'era stata la segnalazione e i tedeschi avevano schierato dei vigilanti.

 Dopo averci ripreso, ci hanno fatto raggiungere la colonna. La colonna la sera si è fermata all'inizio di un paesino, proprio un gruppo di case, e abbiamo dormito lì. Il mattino io mi sono alzato e sono caduto, mi sono rialzato e sono caduto, la terza volta che mi sono alzato, mi hanno trattenuto in piedi delle persone. Io ho detto ai miei "Io non ce la faccio più, io tento il tutto per tutto!". Arrivo al centro del paese, mi butto per terra, la colonna mi supera, pensavo "Se gli ucraini mi sparano fanno una cattiva politica al Terzo Reich, se non mi sparano probabilmente qualcuno mi raccoglie". Cosa che è avvenuta. Io mi sono buttato per terra, gli ucraini hanno fatto l'atto di spararmi, lo spagnolo gli ha detto "Ma che volete sparare che sta morendo questo tizio?" e quelli mi hanno dato un calcio e mi hanno superato. Ero in un paesino, le strade erano molto strette, dall'altra parte della strada in cui mi trovavo io c'era un pagliaio, sono entrato e mi sono coperto come ho potuto. Dopo poco è venuto un polacco, dico polacco perché portava una scheda con una P, 'polsky' credo che voglia dire, e mi ha dato due fette di pane con del grasso e mi ha detto "Mangiale, dopo più tardi ti vengo a prendere e ti porto a casa mia".

Poi sono stato portato in ospedale, in un ospedaletto, mi hanno tenuto un mese, forse quindici giorni, alimentandomi in modo adeguato.



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