Mattia Alberto Ansaldi


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
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De Walderstein Nerina
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Emer Luigi
Fiorentino Leone
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Gianardi Mario
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Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
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Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Mattia Alberto Ansaldi
nato a Torino nel 1927, residente a Saint Vincent (AO)


Arresto
effettuato dalla polizia fascista il 20 settembre del 1943 ad Alba (CN), per aver aiutato militari sbandati dopo l'8 settembre 1943, tentando di avviarli al movimento partigiano

Carcerazione
- a Savona, alla Casa dello Studente
- a Genova, nel Carcere di Marassi

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Germania, a Dachau, a Neuengamme, a Husum (sottocampo di Neuengamme) e a Sachsenhausen, matricola n.103.686
- in Austria, a Mauthausen, matricola n.130.230, ad Amstetten (sottocampo di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta il 6 maggio 1945 ad Amstetten, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
non assistito, effettuato per lo più con mezzi di fortuna
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La testimonianza

Mi chiamo Mattia Alberto Ansaldi. Sono nato a Torino il 12 marzo del 1927.

Sono stato preso prigioniero a sedici anni, il 20 settembre 1943 dalla polizia politica fascista. Motivo: il 10 settembre del '43 avevano parlato con i miei genitori dei soldati che erano scappati dalle caserme l'8 settembre a Cuneo, pregandoli di portare loro roba, vestiti, perché volevano ritirarsi sulle montagne e non andare con i tedeschi. Ragion per cui avevano bisogno di tutto. Entusiasta, sedicenne, per me era una grande avventura. Sono partito, ho portato su della roba a loro. Arrivato mi chiesero per favore se potevo trovare altre persone che volevano andare a far resistenza sui monti con loro. Risposi "Volentieri!".

Ritornai, in quel periodo noi eravamo sfollati nella città di Alba, ritornai a casa, sparsi la voce e diverse persone risposero e chiesero l'indirizzo del posto in cui c'era questa riunione di soldati che erano scappati dalle caserme, dopo di che partii con loro ancora un'altra volta a portare altra roba, eccetera.

 Il giorno seguente ritornai indietro, era il giorno 20, al mattino stavo parlando con mia madre che aveva un negozio di alimentari, una persona entrò e mi chiese "Tu sei Ansaldi?", mi accorsi che questa persona stava tirando fuori una pistola di tasca e scappai dalla parte opposta. Cercai di scappare ma dalla parte opposta c'era già un'altra persona, un altro giovane che mi aspettava.

 Fui trasportato prima a Savona, alla Casa dello studente, dopo di che immediatamente fui portato la notte stessa a Marassi nell'ultima sezione in alto. Là sono stato in isolamento dal 20 di settembre ai primi di gennaio. Il giorno esatto che mi hanno fatto uscire non lo so, perché non lo ricordo assolutamente.

 Mi mettono con altre due persone, altre due o tre persone lì, non so forse di Genova, perché abbiamo parlato molto poco, ci mettono insieme e ci spediscono. Arriviamo dopo quasi un giorno e mezzo di viaggio, era una notte, in un campo di concentramento, perché praticamente erano tutte baracche, non so quale fosse ma penso fosse Dachau. Ci fanno passare lì un due o tre giorni, dopo di che ripartiamo, io e i due uomini, le donne non le ho più viste. Però ad un certo punto, loro sono spariti e io sono rimasto solo. Mi trovavo - l'ho saputo dopo - nel bacino della Ruhr, dove non mi hanno dato nessun numero ancora, mi hanno soltanto tolto i vestiti civili e mi hanno dato, non degli abiti, un paio di pantaloni neri e una giacca nera. Mi hanno fatto lavorare vicino a delle grandi industrie lì nel bacino della Ruhr. Dopo diversi altri bombardamenti che hanno distrutto le baracche, sono stato mandato nel campo di… Però non sono stato immatricolato, sono tornato direttamente, questo sempre nella tarda primavera del '44, verso la frontiera tedesca, danese, a costruire le forze anticarro, unico italiano fra tremila e più russi e polacchi. Questa è stata una cosa molto interessante perché praticamente durante tutto il periodo della mia prigionia ho incontrato soltanto un italiano - meglio che non l'avessi incontrato, che poi tra parentesi non era prigioniero - a Mauthausen, questo più avanti.

Dopo di che dopo un po' di tempo veniamo trasportati, finito di fare queste fosse, ci mandano a Sachsenhausen. Arriviamo a Sachsenhausen il 15 settembre del '43 - qui adesso ho la documentazione, posso dirlo in tranquillità - dove mi hanno dato il numero: 103.686. Durante il periodo di permanenza nel campo di Sachsenhausen sono stato addetto al Bombenkommando, ovvero una squadra, una piccola équipe di cinque o sei persone. Lì ho avuto una grande fortuna, ho incontrato moltissimi belgi, diversi belgi con i quali parlando in francese ci siamo potuti capire. E' stata la prima volta, perché il mio tedesco era molto scolastico e lo sapevo molto poco, perciò me la sono cavata sempre discretamente parlando un paio di lingue.

Il periodo del Bombenkommando posso dire che è stato forse il periodo migliore, per il semplice motivo che, vivendo praticamente nella città di Berlino, avevo la possibilità di racimolare qualcosa da mangiare in più, cosa che nel campo non succedeva. Nel contempo, però, venivamo sempre decimati perché ogni tanto una squadra saltava in aria e per fortuna mia sono rimasto ancora qui tuttora, perciò mi è andata sempre bene.

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La mia mansione in questo commando era quella di disinnescare gli ordigni inesplosi più che altro, il recupero non era compito nostro.

Tra i deportati che ho incontrato c'erano due Testimoni di Geova anche se, francamente parlando, l'ho saputo solo dopo che erano Testimoni di Geova ed erano gli ultimi rimasti nel campo di Sachsenhausen.

Nel campo l'unica parola che campeggiava sempre era la parola 'fame'. Un giorno ho trovato il mio vicino di castello defunto, perché si dormiva in due sopra lo stesso piano, erano i castelli da tre piani ed eravamo in sei persone cioè: due, due, due. Aveva un maglione addosso, glielo ho tolto e ovviamente me lo sono messo. Nel contempo ho preso anche la sua razione di pane che davano al mattino, non avendolo ancora dichiarato morto, perché la fame come dico era la prima cosa.

Dopo di che, cominciato il '45 siamo rimasti un po' nel campo, ma c'era un po' di maretta perché stavano arrivando le truppe alleate. Cosa succede? Succede semplicemente che noi siamo trasferiti con un trasporto di tremilacinquecento persone e più, da Sachsenhausen a Mauthausen.

La cosa più interessante di tutte quando siamo arrivati a Mathausen, fu quella di farci fare la scalinata. Noi era da tre giorni che non mangiavamo e bevevamo… Su quella scalinata non so quanti ne sono rimasti, tanti.

Appena arrivati, ci hanno passati alla doccia, spogliati, dopo di che non ci hanno dato nessun vestito perché non c'era niente da mettere addosso, ci hanno mandati nel sotterraneo che c'è nell'ultimo edificio in fondo dove, per fortuna nostra, c'era del sale rosso in sacchi. Questo cloruro di sodio ci ha salvato la vita perché succhiando quello siamo riusciti a produrre un po' di liquido per il nostro corpo. Dopo di che ci hanno vestito, ci hanno dato qualcosa da mettere addosso e siamo scesi al Sankt Valentin, alla miniera, alla mina ci hanno mandati a lavorare per un periodo di tempo abbastanza breve perché siamo stati sì e no un venti, venticinque giorni.

Come dicevo, siamo scesi, dopo una ventina di giorni che facevamo la spola fra Sankt Valentin e Mauthausen, ci hanno bloccato e ci hanno mandati alla stazione ferroviaria e ci hanno spedito a Amstetten. Ho sempre creduto fosse Ebensee, poi finalmente sono riuscito ad appurare che era Amstetten dove ci hanno mandati. E lì, nella cittadina di Amstetten siamo andati a riparare la stazione ferroviaria che veniva bombardata di notte e noi di giorno la riparavamo. Abbiamo continuato fino alla fine del conflitto.

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 La liberazione avvenne il 6 maggio del 1945 alle 14 del pomeriggio. Un carro armato statunitense abbatte la porta, abbatte il portale d'ingresso e si ritira. Non viene dentro. Abbate il portale d'ingresso del campo di Amstetten, dopo di che si ritira.

 Abbiamo cercato di uscire di andare da qualche parte, io ho avuto la fortuna di uscire e andare verso dove non so, mi sono trovato vicino a una fattoria, un casolare, sono entrato, vedo una donna che commossa mi da' una ciotola, dentro c'era della verdura, l'ho mangiata con avidità perché ovviamente avevo fame, poi sono uscito. Nell'uscire, nel buio di quella grande camera dov'ero, lo stanzone dov'ero, ho visto delle divise, erano di soldati tedeschi che anche loro tornavano a casa, più o meno facevano come noi.

Dopo ho proseguito e mi sono trovato nella piccola cittadina di Bad Ischl. A Bad Ischl ho incontrato il comando inglese, delle truppe inglesi, sono stato portato all'infermeria, dove mi hanno disinfettato e mi hanno messo in infermeria, soltanto che non mi davano da mangiare. Io avevo una fame tremenda… Naturalmente mi sono alzato, ho preso qualcosa, me la sono messo addosso e sono andato fuori. Ho avuto la fortuna di trovare un altro, un italiano, un militare italiano che mi ha aiutato ad andare verso il Municipio dove ci davano degli indumenti da metterci addosso, poi siamo riusciti ad avere anche qualche cosa da mangiare, dopo di che abbiamo peregrinato per un po' di tempo, fino a che non siamo riusciti a trovare un mezzo che ci ha portati fino a Innsbruck. Lì ci siamo fermati perché tutte le macchine di Innsbruck sono state sequestrate perché c'era la colonna del Vaticano che partiva da Innsbruck per portarci giù in Italia, però partiva diversi giorni dopo e allora abbiamo dovuto arrangiarci anche per i viveri. In qualche modo abbiamo vissuto, poi siamo rientrati in Italia, io sono arrivato fino ad Alessandria. Noi abitavamo - almeno speravo che si abitasse ancora - ad Alba perché durante tutto il periodo della prigionia io non ho potuto né scrivere né ricevere. Quindi praticamente ero all'oscuro di tutto, non sapevo se i miei genitori fossero ancora vivi o meno. Ho avuto la fortuna di arrivare fino ad Alessandria, poi a piedi, fino ad Alba perché non c'erano né mezzi di comunicazione né altro, praticamente l'unica strada era Cava di S. Francesco e siamo arrivati fino a casa.

Era il 20 maggio del '45. Arrivai alla sera, era tardi, verso le otto di sera, c'era ancora un po' di luce… Un tempo le persone, dato che non c'era né televisione né altro, si radunavano in crocchio. Noi, essendo proprietari di un negozio di alimentari, ci mettevamo sotto un porticato a chiacchierare. Il mio papà era seduto su una sedia con il sigaro toscano in mano, il fiammifero dall'altra, si volta e mi guarda, però non crede ai suoi occhi, strofina il sigaro contro il muro e si mette il fiammifero in bocca. "Papà guarda che il sigaro è quello!" butta via tutto, mi abbraccia e poi stop, soprassediamo al resto.

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