Leone Fiorentino


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Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
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Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
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Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
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Isola Luigi
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Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Leone Fiorentino
nato a Roma nel 1923, residente a Roma


Arresto
effettuato dalla polizia fascista, il 3 dicembre 1943 a Roma, a casa, perché ebreo

Carcerazione
- a Roma, nel Carcere di Regina Coeli
- a Castelfranco (MO), nel carcere giudiziario

Deportazione
Nei Lager nazisti d'Italia: a Fossoli
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Polonia, a Birkenau (=Auschwitz 2), matricola n.A-5399, poi a Stutthof e in vari suoi sottocampi
- in Germania, a Natzweiler, poi a Hayingen (sottocampo di Natzweiler) e a Dachau

Liberazione
avvenuta verso la fine di aprile 1945, perché fuggito durante la marcia della morte partita da Dachau

Ritorno a casa
non assistito, effettuato per lo più con mezzi di fortuna da Innsbruck
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La testimonianza

Io mi chiamo Fiorentino Leone, sono nato il 7 settembre 1923 a Roma.

Le mie vicissitudini sono iniziate con l'emanazione delle leggi razziali nel 1938. Migliaia di cittadini italiani di religione ebraica furono messi in condizioni di non poter più lavorare, di non poter più esercitare la propria attività, e anche io al pari dei miei corregionali della mia stessa età, o giù di lì, fui espulso da tutte le scuole del regno. A mio padre, per esempio, che era un modesto venditore ambulante che operava nel mercato di Piazza Vittorio Emanuele all'Esquilino, fu ritirata d'autorità la licenza di vendita, e dovette arrabattarsi, dovette cominciare a fare degli umilissimi lavori per poter mantenere la famiglia.

 Sapevo di essere ricercato e quindi malgrado tutti gli accorgimenti fui catturato a casa mia dalla polizia fascista il 3 dicembre 1943 e portato in camera di sicurezza nel commissariato di Testaccio. La mia casa era disabitata, perché le mie sorelle erano presso amici di famiglia mentre altri amici di famiglia, che abitavano accanto al nostro appartamento rimasto vuoto, ospitavano me, mio padre e mia madre. Quindi fu un caso.

 Rimasi in camera di sicurezza per tutta la notte, L'indomani mattina, con un furgone carcerario, fui trasferito nel carcere di Regina Coeli. Lì rimasi ancora una notte poi, senza essere mai interrogato, fui trasferito nel penitenziario di Castelfranco di Modena dove rimasi per più giorni. Lì giunse, di lì a pochi giorni, un altro gruppo abbastanza folto di ebrei romani, donne, uomini, bambini.

 Dopo pochi giorni fui aggregato a quel gruppo, e tutti quanti fummo portati, all'inizio di maggio del '44, nel campo di Fossoli, vicino Carpi, in provincia di Modena.

A Fossoli rimasi pochissimo, pochissimi giorni, e da lì ci fu la partenza su carri bestiame per la Germania, per Auschwitz, Auschwitz Birkenau. Eravamo settanta o ottanta persone di ambo i sessi e senza nessuna distinzione di età per ogni carro. Tra i lamenti dei più deboli, tra i pianti atterriti dei bambini, soprattutto i lamenti strazianti delle donne e delle persone anziane, il viaggio durò sette interminabili giorni. Ricordo questo: quando si arrivò ad Auschwitz, dopo lo sapemmo che si trattava di Auschwitz, mentre si scendeva sotto i colpi di bastone sferrati con forza ovunque, una donna mi è sempre rimasta impressa, una donna ancora giovane, in preda sicuramente a una crisi isterica, disse più volte "Ma non sentite che puzza di bruciato c'è nell'aria?". Però nessuno le diede retta, effettivamente il cielo era cupo, sembrava una cappa di piombo, e la puzza di bruciato c'era.

Lì ci fu la prima selezione, le donne con le donne, gli uomini con gli uomini, ma soprattutto c'erano le suddivisioni ulteriori che riguardavano grossomodo l'età delle persone. I nostri comandanti erano tedeschi, le SS, poi c'erano dei capi, che poi erano anch'essi prigionieri, che avevano il bastone in mano come segno di riconoscimento, come segno di potere, e a loro volta comandavano un infinito numero di altri prigionieri vestiti con la casacca e i pantaloni a righe, che si muovevano con sveltezza, quasi correndo, per non subire le sollecitazioni a suon di bastonate di questi che erano considerati i capi. Erano i veri e propri capi, perché poi l'organizzazione interna del campo era in mano ai triangoli verdi, che erano delinquenti comuni, e ai triangoli neri, quelli che venivano definiti asociali ma che poi, nella mentalità tutta teutonica, erano quelli che non avevano diritto di vivere, ma comunque erano stati delegati a comandare, erano stati delegati a sancire condanne, anche di morte, senza dover poi risponderne ad alcuno.
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Arrivai a Birkenau attorno alla prima metà di maggio. Infatti il numero che ho corrisponde grossomodo a quella data, dopo un brevissimo periodo di quarantena. Dopo la selezione fummo spogliati completamente di tutti i nostri vestiti, fummo rapati, tosati sulla testa, sotto le ascelle, attorno al pene, e quindi dopo una doccia freddissima, si diceva di disinfestazione, ci diedero il vestito a righe di tela, casacca e pantaloni e un berretto della stessa stoffa a forma di basco. Ai piedi soltanto zoccoli di legno.

Fui assegnato al commando, al Wasserkommando, al commando acqua, uno dei commando più cattivi, così si diceva in campo, poiché la mortalità dei suoi componenti era altissima. Si dovevano percorrere circa nove chilometri di strada fangosa, per arrivare poi alla zona paludosa, dove dovevamo entrare nell'acqua stagnante per tagliare dell'erba acquatica. Un lavoro inutile.

Le selezioni avvenivano all'improvviso, si doveva passare tutti nudi davanti ad un ufficiale tedesco che non sempre era medico ma indossava un camice bianco e, senza tenere conto delle effettive condizioni del prigioniero che gli passava davanti, ne decretava la morte, o vai a destra o vai a sinistra. Molto spesso capitava di dover andare a morire anche a quei prigionieri che ancora potevano essere delle valide forze, potevano ancora essere usati come manovali, come uomini di fatica, come uomini…

Il tatuaggio fu fatto, con un ago bagnato di un certo liquido, da persone, prigionieri naturalmente, che si ingegnavano di scrivere nel migliore dei modi, facendo una serie di punture. Comunque salvo casi eccezionali non è che questo desse motivo di febbre o altro. Il mio numero era: A 5.399. Ci hanno dato anche un numero di stoffa corrispondente a quello tatuato sul braccio e un triangolo giallo, e così anche un altro secondo talloncino di stoffa con le stesse caratteristiche da cucire sul pantalone, sulla gamba sinistra.

Nel campo c'era la pulizia massima, ma fuori dalle baracche però, davanti ad ogni baracca, davanti all'entrata di ogni baracca c'era una grossa aiuola ben fiorita, ben tenuta, la Lagerstrasse, la strada in terra battuta che tagliava il campo in senso verticale e nel suo insieme dava l'aspetto di un piccolo paese di campagna pulito ed accogliente. Dentro le baracche c'erano invece oltre mille uomini asserragliati nelle buche dei castelli di legno in dieci o dodici persone per ogni buca - i posti erano praticamente per due persone - in un groviglio di ossa, di maledizioni, di bestemmie in tutte le lingue, come in una nuova torre di Babele. Si tiravano calci con quelle poche forze che si avevano per cercare di sistemare meglio le proprie ossa. E poi c'erano i muselmann. I muselmann erano quelli che orinavano dappertutto, soprattutto la notte, bagnando non solo di urina ma anche di liquido diarrotico i cuscini che dava un odore insopportabile. I mussulmani, quelli che venivano chiamati , non erano altro che povere persone, poveri esseri umani che di umano effettivamente non avevano più niente, scalzi, imbrattati di sangue, pieni di croste, girovagavano per il campo in cerca di qualcosa da mettere in bocca. Però bisogna dire che le loro condizioni facevano pensare che avessero perso il senso del ragionamento. Aspettavano così incoscientemente la morte.
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Si lavorava non certo per produrre, si lavorava per morire, perché il lavoro che si faceva sotto le continue bastonature, sotto le continue angherie, le vessazioni e poi il lavoro per se stesso duro così com'era, ci faceva vivere nel terrore continuo di essere ammazzati o di morire di stenti.

C'era l'orchestra, che allietava le ore lunghissime dell'appello, sia all'alba sia alla sera quando si rientrava dai vari posti di lavoro. Chiunque avrebbe potuto pensare appunto che si trattasse di un paesino pulito e accogliente. Mentre l'orchestra suonava dolci melodie, fuori dal Lager passavano colonne interminabili di uomini, di donne e di bambini che andavano inconsapevolmente a morire in una delle camere a gas. Molto spesso, prima che suonasse la sveglia, quindi prima dell'alba, si era costretti, cinquanta uomini per volta, ad uscire completamente nudi dalla baracca e lì sulla neve o nel fango, o nella terra polverosa, ci si doveva distendere per terra. Poi sotto il fioccare delle bastonate, o comunque di altri corpi contundenti, ci si doveva arrotolare prima da una parte, poi dall'altra, quindi tirarsi immediatamente su e poi subito giù di nuovo, questo per circa mezz'ora o forse di più. Questo era considerato un saggio ginnico come mezzo di allenamento vero e proprio che ci portasse a riscaldare i muscoli per il lavoro poi che più tardi, poco più tardi si sarebbe andati a fare.
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Molto spesso quattro o cinque persone rimanevano sul posto morte. E non sempre erano i più malati o i più vecchi.

Il Wascheraum era il blocco dei lavatoi, ma ancor prima del Wascheraum c'era il Block delle latrine. Per tutta la loro lunghezza c'erano tre muretti di cemento, in senso verticale, costellati di fori su cui bisognava necessariamente sedersi, per pochi istanti soltanto però perché davanti a ognuno di quelli che vi erano seduti c'erano lunghissime file di prigionieri che con i pantaloni per un po' calati, pronti per essere tirati definitivamente giù, sostavano in attesa. Ma ripeto quelli che ci stavano seduti su quei fori ci rimanevano solo per pochi istanti, perché venivano strattonati via, venivano malmenati da quelli che ritenevano di essere più in forza, da quelli che erano capi, quelli che erano i sottocapi, quelli che erano i servi dei capi. E poi si passava al Wascheraum. Il Wascheraum aveva tre, sempre in senso verticale, tre canali di cemento, dove sgorgavano dei piccoli tubi dell'acqua puzzolente. Là ci si doveva in qualche maniera tentare di bagnarsi, non dico di lavarsi. Ma anche qui si subivano le angherie più feroci, perché c'erano quelli che erano definiti i capi, oppure i Prominenten quelli che avevano certi incarichi e quindi erano abbastanza floridi, poi avevano la possibilità di organizzarsi, di cambiare facendo magari piccoli favori in cambio di saponette o di asciugamani, o di spazzolini dei denti. Questi con tracotanza non volevano nessuno accanto a loro, e picchiavano maledettamente con quanta forza avevano per punire chi magari soltanto casualmente era passato loro accanto.

Lavoravamo dieci ora circa, salvo la quasi ora di riposo per mangiare quel pò di zuppa che ci veniva distribuita, fredda oltretutto, perché veniva dal campo. Quindi si dovevano percorrere nove chilometri per arrivare alla zona paludosa, si lavorava pressoché nudi perché altrimenti si sarebbe stati costretti poi a rimettersi la divisa bagnata. Poi c'era quell'ora di riposo, si fa per dire, per mangiare quel po' di brodaglia, era circa un litro di acqua e cavoli, più acqua che cavoli in verità, perché anche lì c'era un'angheria: quando ci si metteva in fila per passare davanti al Vorarbeiter, che era quello che col mestolo in mano travasava la zuppa in quella specie di scodella di metallo che ci portavamo sempre appresso, non girava bene, non mescolava quanto c'era dentro. E quindi le foglie di cavolo, i crauti andavano a fondo, andavano a fondo e gli altri pigliavano soltanto un litraccio di acqua puzzolente. Ma quello che rimaneva in fondo serviva al Vorarbeiter e al sottocapo per organizzarsi meglio facendo e ricevendo dei favori più grandi certo.

In genere la domenica non si lavorava, però si era obbligati, d'altra parte era anche necessario, a rivolgersi al Rasier della baracca. I Rasier erano piccoli capetti che avevano avuto la mansione di possedere un rasoio e un pennello da barba, e quindi radevano tutti coloro che dovevano necessariamente radersi, perché sarebbe stato oltremodo pericoloso non radersi, o comunque non farsi radere. Però per ingraziarseli, bisognava portare loro una mezza razione di pane, o magari quel pezzettino di margarina che una volta ogni tanto ci passavano, allora uno la teneva da parte per poi darla al Rasier.

Rimasi in questo comando di lavoro sei mesi, poi fui trasferito con tutto il commando nel campo di Stutthof, vicino Danzica. Il fatto fu piuttosto importante e nello stesso tempo però un fatto eccezionale, perché il commando di lavoro che operava nel crematorio, che era nelle immediate vicinanze della zona paludosa, riuscì a far saltare e a distruggere il crematorio stesso. Ma questa fu un'operazione andata a male, perché era stata organizzata in un'altra maniera, e quei prigionieri, quei componenti di quel commando non furono avvisati, perché avrebbero dovuto soprassedere dal fare quell'azione. Comunque oltre cento di quel commando furono trucidati dai tedeschi, e noi del Wasserkommando, nella tarda serata, dovemmo raccoglierli tutti e tirarli all'asciutto, tirandoli fuori dal fango dove erano per metà affossati.

A Stutthof vi era impiantata una fabbrica per la produzione di sapone. Lì fui impiegato nei vari comandi di lavoro a trasportare pietre, a scaricare sacchi di cemento o a caricarli, a scaricare addirittura ghiaia dai carri ferroviari in cinque persone e soltanto con le mani nude, perché gli attrezzi necessari non erano numericamente sufficienti.

Andai in una lunga serie di campi e sottocampi meno conosciuti, anche dislocati in zone remote e di difficile identificazione, e poi ancora nei campi di Hayingen, più che campi erano cave di pietra per oltre dieci ore al giorno, e anche a Natzweiler per le stesse ragioni e per lo stesso tipo di lavoro, a spingere i carri ferroviari ma anche carri da miniera carichi inverosimilmente di materiali ferrosi. Dovevamo spingerli in cinque persone, perché cinque era per le SS il numero esatto, non si doveva essere più di cinque. E quindi ancora un altro campo, e questo fu Dachau. A Dachau, oltre al numero tatuato sul braccio sinistro, ne fu dato un altro: il 150.319.

Noi siamo arrivati a Dachau in un periodo sotto un certo aspetto fortunato, perché fino a poche settimane prima c'era stata una violenta epidemia di tifo petecchiale, che aveva letteralmente vuotato il campo. Si stava verso la metà dell'aprile del '45, il campo di Dachau era sovraffollato e semicircondato dalle truppe alleate, le SS decisero che tutti i prigionieri militari che erano rinchiusi nei campi di concentramento militari esistenti nella vasta zona fossero evacuati e portati a Dachau. Però per far posto a loro gli ebrei venivano via via trasferiti altrove e non si sapeva dove. Anch'io fui tra questi. Dopo alcuni giorni di viaggio in treno, non so se il treno andava soltanto in una direzione o se poi magari lo si faceva tornare indietro, fummo fatti scendere e incominciò una lunghissima marcia così incolonnati.

Un tragitto stentato, colpi di arma da fuoco ma soprattutto di mitra colpivano tutti coloro che rimanevano arretrati, e comunque venivano uccisi anche coloro che in un impeto di solidarietà - cosa mai vista prima la solidarietà, ma in quei frangenti sì - cercavano di aiutare il compagno che stentava a seguire il passo. Per questo motivo ci si allontanava il più presto possibile dal compagno che stava in difficoltà, perché ormai era diventato soltanto un bersaglio da colpire.

 Dopo aver attraversato una collinetta innevata, una frase corre tra la lunga colonna "Ist vertig Krieg!", e cioè "E' finita la guerra!". Ci chiedevamo "Ma è possibile?". Sì era possibile perché larga parte delle SS di scorta erano fuggite, ma quelli rimasti sparavano colpi di mitra indiscriminatamente su tutti. Alcuni prigionieri li vidi gettarsi a lato di questa collinetta innevata e io facendo degli sforzi terribili li seguii e giù un ruzzolare continuo sulla neve ghiacciata fino ai piedi di questa modesta altura. Ci ritrovammo, dopo poche centinaia di metri, davanti ad un cartello che indicava Innsbruck a trenta chilometri di distanza.

 Tornai a Roma dopo una ventina di giorni circa nell'ospedale civile di Vipiteno il 27 maggio del 1945. Inutile dire che appresi con gioia che i miei più diretti familiari si erano salvati, erano sani e salvi. Più tardi, appresi dolorosamente che altri sedici nostri parenti, più lontani, erano stati catturati dai fascisti e consegnati ai tedeschi. Purtroppo di loro nessuno è tornato.

Mi ricordo un particolare a Vipiteno, perché dal Brennero mi fu fatto prendere il treno che non andava oltre Vipiteno. Ero stato indirizzato presso una famiglia, originaria di Trento, che aiutava tutti coloro che rientravano e che erano bisognosi di essere aiutati in qualche modo. Mi disse "Lei - mi dava del lei - lei non deve temere più nulla, qui non ci sono più né tedeschi, né fascisti. Vedrà. Lei è ancora giovane, si rimetterà presto. Quanti anni ha sessanta?".

Una delle prime cose che si imparava, poi era difficile metterla in atto, era quella di non presentarsi mai nel cosiddetto ospedale, nel Revier, perché di là non si usciva vivi. E allora se avevi la febbre alta, se avevi il mal di gola, se avevi magari la polmonite, e se ancora avevi un po' sano il cervello, non ci andavi.

Durante la permanenza nei Lager le punizioni me le sono andate a cercare, ne ho prese quante ne ho volute. Era un continuo ricevere colpi dappertutto e da tutti, anche dai miei stessi compagni, non italiani, non perché gli altri mi portassero rispetto, ma dava a me la forza di resistere, perché mi dicevo "Se io cerco in qualche maniera di non fare questo lavoro o di non farlo comunque come lo si vuole, cercando di non farmi vedere, magari adottando piccolissime astuzie, mi dicevo è preferibile rischiare di prendere delle bastonate che perdere un etto di ciccia, perché non ci si rimette più. Oltre ad avere ricevuto punizioni ne ho fatte anche prendere, incolpevolmente, perché chi lavorava con me era destinato a prenderle anche lui. Erano diventati tutti nemici praticamente.

Io ho avuto un carissimo amico, diventato carissimo amico nella prigionia, e con lui ho trascorso molti mesi di prigionia, eravamo arrivati a dividerci quanto riuscivamo a racimolare, cambiando la zuppa con altre cose, e poi tornando a cambiare queste cose per il pane e via dicendo. Un lavoro difficoltoso, perché era vietato entrare nelle altre baracche diverse da dove si era alloggiati. E quindi questo rischio lo si correva per cercare di mandare giù nello stomaco qualcosa che ci desse, come potevano essere le bucce di patate, una maggiore sensazione di sazietà. Questo caro amico, anche perché lui, anche lui romano, piccolo di statura come me, grossomodo avevamo la stessa età, a volte passavamo, ci scambiavano per fratelli e noi non avevamo assolutamente niente da dire su questa fratellanza inesistente. Purtroppo lui non ce l'ha fatta. Quanto io ho scritto, quanto ho scritto l'ho dedicato a lui.



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