Mario Limentani


Le testimonianze
contengono filmati in Real
Player, per visualizzarli
scaricalo gratuitamente
cliccando sull'icona


Algeri Giuseppe
Ansaldi Mattia Alberto
Arnaldi Antonio
Banterla Arturo
Baroncini Nella
Benassi Roberto
Bigo Pio
Bocchetta Vittore
Bressan Milovan
Canestrari Alessandro
Cantoni Rosa
Capuozzo Raffaele
Castellani Roberto
Cherchi Anna
Dalmasso Don Angelo
De Walderstein Nerina
Desandrè Ida
Emer Luigi
Fiorentino Leone
Fumolo Dario
Gianardi Mario
Goruppi Riccardo
Isola Luigi
Limentani Mario
Maris Gianfranco
Marostica Aldo
Martini Marcello
Miola Elidio
Nulli Rosetta
Paganini Bianca
Pavarotti Romolo
Pedrotti Don Guido
Pierini Pietro
Ricci Raimondo
Rigouard Adriano
Rossetti Sergio
Rupel Savina
Salmoni Gilberto
Scala Remo
Stanzione Mirella
Tardivo Mario
Tedeschi Natalia
Todros Carlo
Varini Franco
Visintin Antonio
Vitiello Salvatore
Zaccherini Vittoriano
Zappa Ugo
Mario Limentani
nato a Venezia nel 1923, residente a Roma


Arresto
effettuato da due fascisti nell'ottobre del 1943, perché trovato senza documenti (ebreo)

Carcerazione
a Roma, nella camera di sicurezza della Questura, in via Montebello, poi nel Carcere di Regina Coeli

Deportazione
Nei Lager nazisti d'oltralpe:
- in Germania, a Dachau
- in Austria, a Mauthausen, matricola n.42.230, poi a Melk e a Ebensee (sottocampi di Mauthausen)

Liberazione
avvenuta il 6 maggio 1945, a Ebensee, dopo la marcia della morte partita da Melk, da parte dell'esercito americano

Ritorno a casa
assistito dalla Croce Rossa
  Scarica la versione integrale della testimonianza

  Scarica i dati del testimone

La testimonianza

Mi chiamo Limentani Mario, sono nato a Venezia il 18 luglio del 1923.

Nel '37 mi trasferii a Roma con la mia famiglia, nel '38 emanarono le leggi razziali. Ci tolsero da scuola, non si poteva più lavorare, a chi aveva una licenza venne tolta, il soldato non si poteva fare, insomma noi non facevamo più parte dell'Italia. Poi arrivò il 1940. Quando l'Italia entrò in guerra, noi fummo esclusi, essendo ebrei eravamo esclusi. Poi venne l'8 settembre, arrivarono i tedeschi a Roma. Verso la fine di settembre, Kappler si presentò alla nostra comunità israelitica di Roma chiedendo entro ventiquattro ore cinquanta chili d'oro altrimenti avrebbe preso cento uomini e li avrebbe portati in Germania a lavorare. Facemmo il possibile, in ventiquattro ore cinquanta chili d'oro erano un po' tanti. Però ci riuscimmo, anche con la cooperazione dei cattolici, che si presentarono in tanti dando ciò che potevano dare. Consegnammo questi cinquanta chili d'oro credendo che ormai per noi non ci fosse più pericolo.

Invece il 16 ottobre alle ore 4,30 di mattina, circondarono il rione ebraico e vennero per le case. Io abitavo in via della Reginella n. 10, proprio nel quartiere ebraico. A casa mia c'era, per fortuna, accanto alla cucina, un cunicolo che andava giù, un nascondiglio dove c'era una cantina. Noi uomini andammo giù, credendo che portassero via solo gli uomini, invece appena scendemmo le donne cominciarono a strillare perché portavano via anche le donne, gli ammalati, i vecchi e i bambini. Allora risalii con mio fratello presi mio padre, mia madre, le tre figlie di mio fratello e tornammo giù. Poi non vedendo mia cognata, mia cognata aspettava il quarto bambino, era incinta di pochi mesi, salii e le dissi "Vieni giù!" e lei rispose "No, non vengo giù!". Non ce la faceva con la pancia, poi non voleva lasciare il padre e la madre e una sorella. Mentre io convincevo mia cognata, sentivo che con il calcio del fucile buttavano giù la porta, e allora mia cognata mi disse "Vattene!" e io mi gettai giù. Rimanemmo là qualche ora, da sotto vedevamo passare tutta questa gente, poi risalimmo e non c'era più nessuno.

Da quella spedizione ritornarono solo un uomo e una donna, neanche un bambino di quei duecentoventidue, neanche un bambino. Io ero scappato con mio padre e mia madre ed eravamo andati in una zona qui vicino, prendemmo in affitto un bunker, quello dove mettono le macchine, però io e mio fratello dovevamo uscire per rimediare i soldi per sfamare sette persone. Per fortuna mio fratello aveva un amico che gli diede dei documenti falsi, io invece non li avevo.

 Un giorno passai per la stazione in via Cernaia, camminando vidi tre persone che stavano attaccate al muro, ma non potevo più tornare indietro, perché altrimenti… Ma io con la coda dell'occhio vidi che erano fascisti.

Mi misi a correre, stavo per prendere il tram quando sentii una rivoltella qui sulla nuca, mi disse "Stai fermo o ti sparo!", le gambe mi tremavano. Anche se ero giovane sentirmi una rivoltella puntata alla testa…

 Mi portarono in via Montebello, in questura. Mi tolsero la cravatta, tutto quanto, mi chiesero "Tu non avevi i documenti?", mi diedero uno schiaffo e finii lungo per terra. Mi portarono in camera di sicurezza dove c'erano un'altra quindicina di ragazzi come me. Ci portarono su al primo piano dove c'era il maresciallo che mi fece una proposta "Senti, ti do la parola d'onore che ti lascio, però devi fare una cosa" e io risposi "Mi dica, se posso volentieri!", "Dimmi dove sono tuo padre, tua madre, tuo fratello e i tre nipoti". Sapeva già tutto di me.

Chiamò il piantone e disse "Portalo a Regina Coeli", arrivai alla porta, mi voltai e gli feci un segno col dito. Mi disse "Cosa significa quel segno? Lei deve pregare Dio che non ritorni, perché se ritorno la mando all'altro mondo!". Da lì mi mandarono a Regina Coeli nel blocco numero cinque. Ci stetti un po' di giorni.

 Il 4 gennaio del 1944 alle quattro e mezza di mattina ci diedero la sveglia, ci incatenarono cinque per cinque e ci portarono alla Stazione Tiburtina. Ci caricarono, ci misero in un vagone, settanta persone per vagone, ci rinchiusero, solo una ventina potevano stare seduti. Partimmo, abbiamo viaggiato due giorni e due notti per arrivare a Monaco di Baviera. Arrivammo verso mezzanotte e andammo al campo di concentramento di Dachau, ma ancora non sapevamo nulla, credevamo di andare in un campo di lavoro come avevano detto. Ci rinchiusero nella baracca delle docce, ci lasciarono là un po' di giorni, non sapevamo nulla ancora. Poi la mattina ci svegliarono, ci presero e ci portarono a Mauthausen. L'11 gennaio del 1944, verso le undici, mezzogiorno arrivammo a Mauthausen.

Arrivati a Mauthausen, ci misero sulla destra, dove c'è il muro del pianto e fecero l'appello. Ancora non sapevamo, non si vedeva niente, la neve era alta, faceva freddo, venti gradi sotto zero. Quando chiamavano un ebreo si doveva uscire dalla riga. Ci misero nella baracca dove sotto ci sono le docce. Eravamo solo undici ebrei su quattrocentoottanta italiani.

Finito di fare la doccia, ci fecero uscire senza asciugarci, senza vestirci, ci mandarono al blocco di quarantena che stava giù in fondo. Entrammo là e c'erano i nostri compagni. Quando ci videro quei poveracci ci dissero "Ma che vi hanno fatto, perché vi hanno fatto così…" e noi chiudevamo gli occhi e dicevamo "Non lo sappiamo". Ci avevano dato il vestito e da quel momento non sentimmo più il nostro nome, da quel momento il mio nome era "zweiundvierzigzweihundertdreissig" e cioè 42.230. Dovevamo imparare in pochi secondi altrimenti erano botte, mi diedero un vestito. La mattina presto ci tolsero dalla quarantena e ci mandarono al blocco numero cinque, il blocco degli ebrei. Entrammo dentro e vedemmo arrivare un francese che vedendoci con la stella ebraica ci disse "Ma voi siete ebrei?", "Sì", "Ringraziate Iddio che siete ancora vivi", "Perché?", "Perché quelli che hanno preceduto voi li hanno subito eliminati", "Ma scusa come li hanno eliminati?", "Guarda là sotto". Andammo sotto e vedemmo del fumo, "Ma che cosa è quello?", "Sono usciti da là", "Come sono usciti da là?", "Quello è il forno crematorio!", "Ma perché?", "Non lo so".

Il giorno dopo arrivò un convoglio da Torino in cui c'erano cinque ebrei che mandarono da noi: padre e figlio, due fratelli e un altro. Arrivò il solito francese e ci disse "Guardate, domani andrete a lavorare alla cava, quando andate giù mettetevi sul lato destro, quando venite su mettetevi sul lato sinistro", "Ma perché?" dissi io, "Lo vedrai domani mattina". Effettivamente la mattina alle quattro mi svegliai, mi misi subito in fila - siamo stati due tre ore là in fila per l'appello - poi aprirono il portone, andammo giù e arrivammo alla cava. In effetti il francese aveva ragione perché sulla destra non c'era il burrone, sulla sinistra c'era. Noi la chiamavamo la scalinata della morte mentre quelli delle SS dicevano che era il muro dei paracadutisti. Oltre cinquanta metri…
  visualizza il filmato

Il nostro lavoro durava dodici ore al giorno. Bisognava andare giù, mettersi sulle spalle un masso di granito, che pesava minimo venticinque chili, poi si doveva percorrere la scalinata in fila per cinque. Non potevi andare su da solo, no, dovevi prendere il masso, mettertelo in spalla e aspettare che si componesse la fila. Poi davano il via e andavamo su. Lì morivano tutti i giorni duecento, duecentocinquanta persone perché bastava perdere l'equilibrio e si cadeva.

Finito il nostro lavoro dovevamo prendere i cadaveri, metterceli sulle spalle e andare su. Li posavamo per terra e gli addetti ai forni crematori venivano a prenderli. Poi noi ritornavamo alla baracca numero cinque. In questa baracca non c'erano le cuccette, come nelle altre baracche. Si doveva dormire per terra, in un posto in cui potevano starci cento, centocinquanta persone eravamo in duecentocinquanta. Per fortuna è durata solo quattro mesi, anche se quattro mesi lì sembravano quarant'anni. Da lì poi ci mandarono a Melk.

Melk era un campo vicino all'aviazione, e quindi si sentivano bombardamenti dalla mattina alla sera. Lì però ci diedero la cuccetta, eravamo insieme agli altri, non separati come a Mauthausen. Però avevamo sempre la stella ebraica, e quindi eravamo martirizzati anche dai prigionieri stessi perché oltre che ebrei eravamo italiani e ci chiamavano traditori.

Lì si doveva uscire dal campo per andare a lavorare. I tedeschi dicono che non sapevano che c'erano i campi di concentramento invece eccome se lo sapevano, perché noi dovevamo uscire dal campo e dovevamo percorrere un bel pezzo di strada vicino alla ferrovia. La mattina incontravamo dei bambini, delle donne e degli uomini anziani che ci aspettavano e invece di buttarci un pezzo di pane, ci sputavano addosso e ci buttavano le pietre. Poi sulla ferrovia si doveva andare a lavorare alla cava che era sulla montagna, si facevano delle gallerie di sette chilometri l'una. Si lavorava dodici ore di giorno e dodici di notte.

Le racconto un particolare. Lavoravo di notte, una mattina entrò uno delle SS nella baracca, prese venti ragazzi tra cui me, si voltò, vide che avevo la stella ebraica e mi mise in mezzo. Io avevo un abitudine, quando ci chiamava il capoblocco o le SS, mi mettevo sempre per ultimo, perché volevo vedere quello che succedeva agli altri. Tante volte ci chiamavano per andare a prendere la legna, poi quando era ora della zuppa, ci davano quei due cucchiai di brodaglia che per noi era tanto. Anche quella mattina mi misi dietro, eravamo venti in fila, arrivammo in una baracca ed entrò per primo un francesino snello. Entrò dentro, che strilli che si sentivano, pensai "Oddio che stanno facendo? Lo stanno ammazzando?". Pochi minuti dopo questo poveraccio uscì fuori con la mano sulla bocca. "Ma che ti hanno fatto?". Aprì la bocca, gli avevano tolto tutti i denti, non gliene avevano lasciato uno. Io fui fortunato, al tredicesimo buttò le pinze e mi mandò via. Mi disse "Vattene!" perché si era stufato. Me ne tolse solo dodici, da quel momento cominciai a buttarmi giù.

Quando io ero a Melk, il forno crematorio ancora non funzionava quindi quando morivano mille, duemila persone le mettevano sui camion e le portavano a Mauthausen e là facevano la selezione. Da lì siccome si avvicinavano gli alleati ci mandarono a Ebensee.

Da Melk a Ebensee andammo a piedi, sempre a piedi. Quella era la marcia della morte. Se vedevo che un mio compagno stava per cadere non potevo sorreggerlo perché altrimenti le SS sparavano prima me e poi lui. Lì quando qualcuno cadeva le SS davano un colpo di mitragliatrice e lo buttavano giù.

Arrivammo neanche la metà a Ebensee. Ci misero nel blocco numero otto, quello degli italiani. Lì non si doveva uscire dal campo per andare a lavorare perché il campo di concentramento di Ebensee si trovava sulla montagna. Faceva un freddo enorme, e là si usciva dalle baracche e a pochi passi si andava a lavorare nelle gallerie dove facevo le stesse cose.

Passarono i mesi e non ce la facevo più. Agli ultimi di aprile, io stavo dentro a lavorare e non ce la facevo più, caddi su un masso e mi misi a sedere, arrivò il Meister che era civile, chiamò le SS e disse "Scusate perché portate i morti qui, quello non ce la fa neanche a reggere un cacciavite!". Non mi dissero niente, quando arrivò l'ora che dovevamo rientrare nella baracca invece di mandarmi nella baracca numero otto mi mandarono nella baracca della morte. Io camminai, andai proprio in fondo in fondo, mi appoggiai alla baracca però caddi svenuto, sopra di me caddero altri due ma erano già morti. Insomma per tre giorni non riuscii neanche a muovermi, poi cominciarono a entrare dentro con le barelle a prendere i cadaveri. Avevano fatto le fosse comuni per eliminare più persone. Venivano e buttavano, buttavano… Poi toccò al mio gruppo, aspettavo, sentivo che strillavano in tedesco o in francese non capivo, perché avevo perso la memoria. Non parlavo, stavo con gli occhi sbarrati e non parlavo, questo me lo ha raccontato poi un mio amico, un carissimo amico. Mi ritrovai alla baracca numero otto, era il 2 o il 3 maggio, mi ritrovai con otto coperte sopra. E non capivo niente, vedevo che tutti camminavano con il pane, avevano dato l'assalto ai magazzini e quello fu un male, perché morivano per mangiare. Quando vedevo da mangiare io lo buttavo anche se non capivo. E là non capivo più niente, non mangiavo, non capivo più niente.

 Quando arrivò il 5 maggio il campo di Mauthausen fu liberato, mentre Ebensee venne liberato il 6 maggio alle 14.30. Entrarono gli americani e sfondarono. Vedevo tutto però non ebbi quella gioia di piangere dicendo "Sono libero!", non capivo nulla. Allora questo mio amico mi portò alla tenda che avevano allestito, mi portarono in città. In città mi spogliarono, mi lavarono, mi pesarono, pesavo ventisette chili e due etti.
  visualizza il filmato

Dopo ventiquattro o venticinque giorni una notte mi svegliai di soprassalto, era tutto buio, misi la mano dietro e accesi la luce, mi guardai intorno, mi trovai coperto con lenzuola pulite, bianche, avevo il pigiama e pensai "Signore Iddio mio ma dove sto qui?". Mi alzai aprii una porticella e c'era una vasca da bagno, "Mamma mia!", aprii la finestra era tutto verde intorno, c'era un bel prato, guardai in alto e c'era il cielo tutto stellato, stavo con le mani così e guardai in cielo, feci uno strillo come una bestia.

 Ritornai a Roma il 27 giugno.

Purtroppo io posso dire solo tre cose, perché se dovessi dire tutto ciò che ho passato, tutto ciò che ho visto… Non ne parlo mai perché fa male a me stesso. Quando vado per le scuole non racconto tutto, racconto solo queste tre cose. Un giorno il comandante di Mauthausen portò il figlio che compiva diciotto anni, prese quaranta deportati li mise sul muro del pianto, prese la sua rivoltella e la mise in mano al figlio: il figlio uno per uno li giustiziò, per far vedere che lui era un uomo, non noi. La seconda cosa che racconto è questa: un giorno entrò uno delle SS si voltò e vide un gruppetto di bambini, dai tre anni e mezzo ai sei, cinque anni, si soffermò a guardare poi prese il più piccolo, si mise a giocare un pò, poi con tutta la sua forza lo buttò sui fili spinati. Quel bambino è rimasto appiccicato lì, "Che cosa ha fatto di male quel bambino?". Un'altra volta entrò uno delle SS ubriaco, cominciò a sparare, dopo pochi secondi cadde ubriaco, ne uccise quattrocento.

Queste sono le tre cose che io racconto, altro non posso e non voglio dire perché sono cose che mi sono rimaste impresse, sono passati cinquantasette anni e mi pare di essere rimasto sempre lì. Io adesso ho parlato con voi, mi avete interrogato, io questa notte non dormo perché mi viene in mente ciò che ho detto, molte notti io mi sveglio e mi pare di stare lì.
  visualizza il filmato



[Home]   [I testimoni]   [Il programma TV]   [Glossario]   [Mappe]   [Approfondimenti]   [Mappa del sito]   [Credits]